· Città del Vaticano ·

Preti, senza paura

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L’arcivescovo di Minsk-Mohilev nella Domenica del buon pastore

02 maggio 2020

Trent’anni fa, nel 1990, in una Bielorussia che si apprestava all’indipendenza dall’Unione Sovietica (raggiunta nell’agosto 1991), c’erano soltanto una sessantina di sacerdoti. Oggi quelli che prestano servizio sono 481, settantacinque dei quali stranieri. Ma non bastano. Nel paese (a maggioranza cristiana ortodossa) ci sono un milione e mezzo di cattolici e ogni prete si deve occupare in media di oltre tremila fedeli. Ne servirebbero il triplo per una pastorale realmente efficace. A parlarne è l’arcivescovo di Minsk-Mohilev, Tadeusz Kondrusiewicz, presidente della Conferenza episcopale bielorussa, che in una lunga lettera scritta in occasione della iv di Pasqua (3 maggio), Domenica del buon pastore, sottolinea che «i bisogni crescono» ma non altrettanto il numero dei presbiteri. Tre ricette per migliorare la situazione: preghiera per le vocazioni, educazione adeguata dei giovani, senso di responsabilità per i chiamati, perché, rileva, «senza sacerdoti ben addestrati è impossibile organizzare una pastorale generale e specializzata».

Da quando, trent’anni fa, è iniziato il processo di risveglio della Chiesa cattolica in Bielorussia, dopo un lungo periodo di persecuzioni, molto è stato fatto nella formazione di nuovi sacerdoti e persone consacrate. Del 1990 è la fondazione del seminario teologico superiore di Grodno, che a quel tempo preparò 212 giovani preti. Nel 2001 ha invece ripreso la sua attività, a Pinsk, il seminario teologico intitolato a san Tommaso d’Aquino. Decine i preti cresciuti culturalmente e spiritualmente in diversi paesi esteri, a contatto con l’esperienza pastorale della Chiesa universale; un beneficio a cui hanno attinto anche numerose comunità monastiche. In tutto, negli ultimi trent’anni, sono circa quattrocento i sacerdoti formati per il servizio in Bielorussia.

Il 3 maggio è anche la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Monsignor Kondrusiewicz esorta a darsi da fare: «Sacerdoti, religiosi, suore non provengono dallo spazio ma dalle nostre famiglie. Quando guardò il suo popolo, Cristo disse che erano come pecore senza pastore e lo invitò a pregare, perché “la messe è abbondante ma sono pochi gli operai” (Luca, 10, 2)». Dietro a questa scarsità si nasconde un pericolo: «Se non ci sono sacerdoti, il loro posto sarà occupato da vari “guru” e pseudo-pastori che hanno già una forte influenza sull’educazione delle persone, specialmente dei giovani». Il mondo attuale, così secolarizzato, offre metodi che non solo non risolvono i problemi ma aggravano la situazione. Di conseguenza, «il farmaco diventa peggiore della malattia». Gesù invece «insegna che il cammino verso la felicità non sta nel compimento dei nostri desideri ma nel seguirlo», semplicemente. L’arcivescovo ricorda, a pochi giorni dal centesimo anniversario della nascita (18 maggio), le celebri parole pronunciate da Giovanni Paolo II nell’omelia per l’inizio del suo pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!». Ciò è possibile — commenta — «solo attraverso il ministero dei sacerdoti che agiscono non per proprio conto, ma per conto di Gesù e della sua potenza». Gesù, come il buon pastore, «è una porta per i suoi credenti, e chiunque la attraverserà sarà salvato. La Chiesa impone ai pastori di tenere il gregge dei fedeli lontano dai moderni lupi travestiti da pecora, che sono le manifestazioni di varie ideologie anti-spirituali e pratiche immorali, e di nutrirlo con sano cibo spirituale», ribadisce il presidente dell’episcopato bielorusso. Aiutare coloro — nuovi presbiteri, persone consacrate — che hanno scelto di far parte degli “operai” della Chiesa: «Questo è il nostro compito comune», rammenta Kondrusiewicz, e per la sua realizzazione «dobbiamo rendere testimonianza del dono della chiamata di Dio nelle diverse situazioni della nostra vita, pregare per le vocazioni e migliorare la pastorale sul campo, prenderci cura di crescere i bambini nelle famiglie con lo spirito di riconoscere e obbedire alla volontà del Signore». Ma quando si prega per le vocazioni è necessario anche auspicare che i giovani non abbiano paura di rispondere “sì” alla chiamata di Dio. Del resto «il mondo moderno, così materiale, con la sua promessa di felicità terrena istantanea, non contribuisce allo spirito di vocazione. Ecco perché molto spesso la prima risposta a una vocazione è la paura. Paralizza i giovani e quindi rattrista Gesù, indebolendo la Chiesa». Nel messaggio per la giornata del 3 maggio Papa Francesco osserva che «il Signore sa che una scelta fondamentale di vita — come quella di sposarsi o consacrarsi in modo speciale al suo servizio — richiede coraggio»; e «perciò ci rassicura: “Non avere paura, io sono con te!”». L’arcivescovo di Minsk-Mohilev — che al termine della sua lettera ricorda gli oltre cento sacerdoti morti di coronavirus in Italia mentre erano al servizio del prossimo — esorta i giovani a credere in questa presenza che viene incontro e accompagna, che permette di sentire la bellezza di quella chiamata: «Cristo ha predicato il Vangelo, ha aiutato i bisognosi, ha guarito i mali del corpo e dell’anima. I sacerdoti sono chiamati a continuare questa missione così, sempre, rilevante».

di Giovanni Zavatta