· Città del Vaticano ·

Premessa e fine ultimo

La prima pagina del 1° giugno 1920

Un documento che sorprende ancora oggi

20 maggio 2020

Cento anni fa, esattamente il 23 maggio del 1920, giorno della Festa di Pentecoste, Benedetto XV promulgava l’Enciclica Pacem, Dei munus pulcherrimum, documento che, nei suoi tratti essenziali, sorprende ancora oggi. Il testo emerge da un contesto bellico che, per più di quattro anni, aveva dissanguato l’Europa avviandola al suo declino. Solo la Chiesa, peraltro inascoltata, aveva alzato la sua voce contro l’immane tragedia. Ancora solo lei, nell’immediato dopoguerra, ammoniva che la pace non sarebbe potuta essere duratura «se contemporaneamente non si placano gli odi e i rancori per mezzo di una riconciliazione fondata sulla vicendevole carità».

Se non si eliminavano i mali e le diffidenze interiori, non si sarebbe potuta mai avere una pace vera e propria e, conseguentemente, non si sarebbe potuta neppure avere una ricostruzione a vantaggio delle moltitudini. È qui presente la convinzione determinante dell’idea di pace secondo il Cristianesimo. La pace, infatti, non è solamente un fine da raggiungere, ma è una premessa sulla quale costruire un’autentica civiltà che voglia favorire «i commerci, le industrie, le arti, le lettere: beni che fioriscono soltanto in seno alla tranquilla convivenza dei popoli». Pace che solo Cristo può dare — da qui l’idea del dono — perché fondata sul suo amore, comandamento nuovo, capace di spingersi fino al sacrificio della vita.

Questo amore che porta alla perfetta concordia — qui l’etimologia delle parole andrebbe considerata in tutta la sua forza — «faceva non poco contrasto (…) con quelle mortali ostilità che allora divampavano in seno all’umano consorzio» e che, mai sopite, avrebbero portato al secondo conflitto mondiale.

C’era una sola strada per superare questo stato di cose: la via del perdono. Via non della debolezza, ma della forza. Benedetto XV ricordava l’insegnamento cristiano fondato su: «Amate i vostri nemici; fate del bene a coloro che vi odiano; pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano», ma, soprattutto, basato su: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Esempio mirabile che avrebbe fatto ironicamente sorridere tanti, ma ricordiamoci che proprio il peso di debiti esorbitanti imposti agli sconfitti fu una delle cause che avrebbe condotto l’umanità verso un conflitto ancora più cruento.

Mai, come in un periodo postbellico, certi insegnamenti cristiani mostrano tutta la loro validità. Quanti diseredati, invalidi, disoccupati, vedove e orfani in attesa di soccorso! Una chiara istanza emerge dalle parole del Papa: «forse mai come ora il genere umano abbisognò di quella comune beneficenza che fiorisce dal sincero amore per il prossimo». Sarà questo un tema che ritornerà anche nei radiomessaggi di Pio XII. Il senso del messaggio è chiaro: la vera pace dipende dalla vera carità che sola genera benessere e solidarietà, proprio quello che mancò all’Europa del tempo.

È presente, in tutta l’Enciclica, la convinzione agostiniana che la pace esteriore sia frutto della pace interiore. C’è una storia invisibile che cammina parallelamente a quella visibile e spesso la precede. Da qui l’esortazione ai vescovi perché stimolino i sacerdoti a farsi ministri di pace. Non meno importante è l’esortazione diretta agli intellettuali, e a quelli cattolici in particolare, «che scrivono libri e giornali affinché come amati da Dio, santi e diletti, si vestano di misericordia e di bontà, esprimendole nelle loro opere e astenendosi non solo da false e vane accuse, ma anche da ogni intemperanza e asprezza di linguaggio che, oltre a essere contrarie alla legge cristiana, non farebbero che riaprire piaghe non del tutto risanate».

C’è, insomma, l’auspicio che le nuove relazioni diventino veramente amichevoli, assecondando i più profondi desideri della natura umana. Guardare nel cuore degli uomini ci permette di capire che, finita la guerra, «si va delineando un collegamento universale fra i popoli, spinti naturalmente a unirsi tra loro da mutui bisogni». Queste aspirazioni, per Benedetto XV, non possono essere frenate dato che sono iscritte nell’itinerario della storia. È davvero singolare la convinzione che, i crescenti «rapporti commerciali» e lo stesso «accresciuto incivilimento», generino l’idea in tutta l’umanità di essere partecipe di un destino comune che nessun egoismo politico potrà mettere in discussione. Ecco perché la carità deve acquisire una dimensione universale. Il bene dei singoli è sempre più legato e dipendente da quello dei popoli. Il bene comune non è più una formula astratta come alcuni vorrebbero far credere. In questo, i popoli si mostrano spesso più saggi, con il loro sentire comune, di tanti governi. Il Papa non manca di ricordare che questa è stata la convinzione di tanti suoi predecessori e anche la sua dato che la «Sede Apostolica non si stancò mai di inculcare durante la guerra (…) il perdono delle offese e la fraterna riconciliazione (…) e ora, dopo i trattati di pace, propugna questi principi e li proclama più altamente». È appena il caso di ricordare che, proprio la Santa Sede, per il veto del governo italiano e l’ottusità di altri governi che non seppero imporsi, non ebbe modo di partecipare con un suo rappresentante alla Conferenza di pace.

Malgrado questa assenza, il Papa era convinto di levare la sua voce contro la durezza di certe condizioni imposte ai vinti e proclama che «allo scopo di cooperare a questo affratellamento dei popoli, non saremo alieni dal mitigare in qualche modo il rigore di quelle condizioni». Ma va anche oltre reclamando per la sua persona un ruolo internazionale che le «vicende romane» impedivano di riconoscere. Qui il richiamo, chiarissimo, si fa perentorio: «Cessi anche per il Capo della Chiesa questa condizione anormale che gravemente nuoce, e per più motivi, alla stessa tranquillità dei popoli».

L’auspicio per il futuro, come quello che da sempre annuncia la religione cattolica, è «che tutti gli Stati, rimossi vicendevoli sospetti, si riunissero in una sola società (…) sia per assicurare a ciascuno la propria indipendenza sia per tutelare l’ordine del civile consorzio». Non abolizione, quindi, delle differenze, ma loro completa valorizzazione. È qui presente quel concetto di unità articolata, tanto caro alla Chiesa, che allora si contrapponeva al quell’unità sclerotica e monolitica proclamata dai totalitarismi e dagli autoritarismi.

Agli uomini di buona volontà «non sarà certo la Chiesa che rifiuterà il suo valido contributo», dopo tutto è questa la sua missione. Da qui l’aspirazione alla Città Celeste che, pur non potendo essere realizzata sulla terra, rimane l’obiettivo della Chiesa. Da qui il richiamo ancora a sant’Agostino che della Chiesa diceva: «Tu, i cittadini, le genti e gli uomini tutti, rievocando la comune origine, non solo li unisci tra loro ma addirittura li affratelli». Segue poi la visione di san Paolo che di due popoli ne fece uno solo, segno di una nuova pace e della fine dei dissidi che portano solo discordie e guerre. Il richiamo non può che essere quello di trovare l’unità in Cristo e nella sua Chiesa. Ma per riuscire in questo intento c’è bisogno di una vera metanoia. Allora, ancora con san Paolo, occorre spogliarsi dell’uomo vecchio e delle sue azioni per rivestirsi dell’uomo nuovo che rinnova la sua conoscenza e la rende fonte della carità.

Queste considerazioni, se fossero state fatte proprie dai politici del tempo, non solo avrebbero evitato tante tragedie del XX secolo, ma avrebbero evitato all’Europa di dilaniarsi inutilmente in scontri fratricidi che ne decretarono l’inesorabile declino. Quello che però appare ancora più drammatico e che, ancora adesso, il Vecchio continente non sembra aver appreso pienamente la lezione della storia.

di Rocco Pezzimenti