· Città del Vaticano ·

Poesie dalla quarantena di Glanmore

Edward McGuire, «Seamus Heaney» (1974, particolare)

Il volontario esilio di Seamus Heaney nella campagna a sud di Dublino a fine anni Settanta

07 maggio 2020

È stato Alexander Solzenicyn a dire che uno scrittore, un poeta, costituisce uno Stato nello Stato, una coscienza autonoma rispetto al sistema di potere e all’opinione pubblica in cui si trova inserito. Field Work è, per Seamus Heaney, la rappresentazione plastica di questa condizione: la raccolta poetica che lo consacra coscienza critica e presidio etico nell’Irlanda sconquassata dai «Troubles». Dopo l’inverno, poeticamente traversato in una silloge del 1972, Seamus Heaney percorre nel 1979 il suo personale deserto letterario. Nella pace di Glanmore, nella verde contea di Wicklow a sud di Dublino, una “quarantena” volontaria gli serve per eludere i miasmi infetti della contesa politica e partorire un’opera potente e originale. Della straordinaria produzione di Heaney Field Work rappresenta certamente un vertice, caratterizzato da una varietà di argomenti e al tempo stesso da una compattezza di ispirazione — uno stato di grazia pressoché costante — che insieme alla lingua poderosa, tagliente, solenne, conferisce al libro un’aura speciale.

Siamo di fronte a una prima ricapitolazione dei temi cari all’autore: l’altezza della poesia (che fa i conti e si scontra continuamente col risvolto velenoso dell’autocelebrazione), la malinconia del ricordo, la memoria personale e familiare, l’amore carnale e spirituale (espresso con le metafore naturali — splendide e inconsuete — della lontra e della puzzola), l’amorevole rassegna di un pantheon di “lari”, il confronto con la grande tradizione letteraria europea, che qui si concretizza nell’incontro con Dante, diretto, nella versione dei canti di Ugolino, e indiretto, nella suggestione dantesca del paesaggio ultraterreno di An afterwards.

Anche in Field Work Heaney si confronta con le turbolenze politiche dell’Irlanda, ma lo fa meno che mai dal punto di vista politico. La sua prospettiva è tutta umana — dei contadini invasi dalle milizie, delle vittime a vario titolo della guerra civile, dei precursori storici di queste vittime, addirittura dei loro alter ego simbolici e letterari — e l’impianto narrativo della raccolta si risolve in gran parte nella costruzione di un “sacrario”, un campionario di personaggi esemplari che parlano al lettore e lo suggestionano.

Il pescatore burbero di Casualty, che cerca l’infinito sul mare e muore violando il coprifuoco; il cugino assassinato in un agguato nella stagione più cupa dell’odio; il social worker — «pagliaccio per la gioia della comunità» — ucciso anonimamente con un colpo di pistola a bruciapelo; il “cantore” appoggiato alla porta del suo tugurio, custode dei suoni della terra; la donna che viene a prendere acqua alla fontana «barcollando come un vecchio pipistrello»; la moglie amatissima, trasfigurata in lontra e in puzzola, sognata come una viaggiatrice dell’oltretomba. Tutti compongono un mosaico indimenticabile di emblemi viventi. È la forza delle loro vite e delle loro morti, del loro esempio, a delineare la “dottrina” di Heaney, il suo appello a restare umani di fronte all’insidia della barbarie, la sua rivendicazione di ostinata fedeltà alla bellezza e alla gioia di vivere.

I sonetti di Glanmore sono — tesoro nel tesoro — una summa della poetica di Seamus Heaney, nella misura in cui risalgono alla radice della sua ispirazione, al sentire (e al tradurre) la natura come metafora dell’universo. Secondo le parole di Leonardo Sciascia (pure impegnato, nel 1979, in una battaglia per il riscatto morale e civile dell’Italia) Heaney somiglia, chiuso nel suo cottage, a una monade: un’intelligenza speciale che fa del suo esilio un’opportunità di intuizione purissima, che “vede” tutto anche in assenza di finestre.

Contro il persistere della violenza e la trappola della strumentalizzazione, il poeta sceglie una nuova postura. In fondo la più congeniale al suo spirito. Andarsene — per un bisogno di fisica tranquillità e di immedesimazione (un ensimismarse alla Ortega y Gasset) — e tuttavia non andarsene mai. Altre volte, e su più larga scala, Heaney lo sperimenterà nella vita. Ora sfugge al furore insensato della mischia, ma non certo al vincolo delle radici, al richiamo dell’òmphalos. Arretra nella sua casa-albero e si rannicchia «dove gemme minuscole sbocciano e fioriscono in pace». Accoglie i «fantasmi veloci» che vengono «alle stazioni di primavera». Nel suo porto «splendido e verace» osserva la sua parola ispessirsi, farsi più chiara; si sottrae al sangue («sangue su un forcone, sangue sul fieno e la pula,/ ratti trafitti nel sudore e nello spolverio di trebbiatura») e prova a difendere la poesia.

Densa, appassionata “alta” è più che mai la sua poesia, e più che mai un atto d’amore. Nell’amore — in ogni concreta personale storia d’amore — è la verità. Il sublime. Quello bisogna salvare dal veleno della violenza e dell’angoscia. Quello, ciascuno a partire dal proprio nucleo, bisogna rilanciare. L’unica salvezza è in un «bacio deliberato»: la missione salvifica della poesia sta nella possibilità di tramutare in versi le «roride facce sognanti» al momento dell’amore.

In maniera particolarmente efficace racchiude questi temi il nono sonetto di Glanmore: qui è estratto dalla prima traduzione integrale della silloge, a cura di Marco Sonzogni, che tra qualche mese, pubblicata da Biblion, completerà il catalogo delle opere di Heaney in italiano.

di Leonardo Guzzo

Un frutto infetto sul roveto


Fuori dalla finestra in cucina un ratto nero
dondola sul roveto come un frutto infetto.
«Mi ha guardato oltre i vetri, mi fissava, non
sto fantasticando. Va’ fuori a vedere».
Per questo siamo venuti in mezzo alla natura?
Abbiamo, brunito, il nostro albero di alloro al cancello:
classico, intriso del lezzo di silaggio che sale
dalla fattoria vicina, le foglie amare come la coscienza.
Sangue su un forcone, sangue sul fieno e la pula,
ratti trafitti nel sudore e nello spolverio di trebbiatura –
come posso difendere la poesia?
Fruscia vuoto il roveto
quando scendo, e oltre, dentro, la tua faccia è di fantasma
che infesta, come luna nuova scorta dietro un vetro opaco.