· Città del Vaticano ·

Poesia che si fa congedo

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«La vestaglia del padre» di Alessandro Moscè

02 maggio 2020

La poesia non ha paura della normalità, anzi, la investiga da sempre, ed è capace, quando vera, tesa, di rivelare all’uomo che la sua vita è tutto fuorché normale. Anche i luoghi comuni del nostro esistere hanno la nostra stessa natura. Una natura straordinaria e scandalosa, perennemente unica e irripetibile. Il poeta sa rinnovare lo stupore, riedificare la statura dell’umano, restituisce grandezza alla grandezza. La meraviglia vera è che lo fa dando un contributo proprio ai temi di sempre, non è un inventore, né un creatore, i suoi sentimenti sono quelli di tutti, lui vuole solo urlare quanto sia grande l’occasione, di amare e soffrire per amore. Dentro questo solco di uomini innamorati e grandi poeti, non può non essere annoverato Alessandro Moscè. A fargli meritare i galloni è la sua ultima raccolta, uscita per Aragno da qualche mese. La vestaglia del padre (Torino, 2019, pagine 118, euro 12). Il titolo è un luogo. Morbido e odoroso. Che richiama alla mente di tutti, immediatamente, una figura del sentimento. La raccolta è il resoconto di un uomo che accompagna il padre lungo il percorso del commiato dai vivi. Un percorso doloroso, ammantato di passato e ricordi, di nuovi luoghi senza nome. «Papà, quel passo oltre la soglia del reparto / strappato al tuo respiro, l’ultimo, il più lungo...». L’incipit della raccolta segna l’andamento di tutto il libro. La versificazione è piana, chiara, ha la solennità della poesia che si fa congedo. Sincerità. Poche volte si sente nominare questo valore assoluto in relazione alla letteratura. Quando lo si fa, di solito, è in chiave negativa, minore. Eppure se si pensa alla grande poesia, tutta, non si può non riconoscere che essa sia, tra le tante qualità, anche profondamente sincera. Senza infingimenti, interamente autentica. La vestaglia del padre ha questo dono dalla prima all’ultima parola. A questa sincerità ultima si arriva con il lavoro, umano e formale, abbandonandosi totalmente alla visione di ciò che si ama, un abbandono che introduce, automaticamente, alla compresenza dell’oltre. Alla speranza di Dio. «Dicono che i morti vivano in altre città, / che non passino la mano, / ma abbiano il divieto di farlo sapere». Perché se si abbraccia per intero la misura dell’amore, non si può non arrivare a questo confine, a questa domanda tesa verso le stelle. Sono tanti i momenti di sperdimento e commozione che si alternano durante la lettura di questa raccolta, ma dar di prosa di fronte alla perfezione del verso sarebbe imperdonabile. C’è un testo che vale un sigillo, un marchio a fuoco nella memoria di chi legge. È un atto d’amore, è poesia che si fa tradizione. «“Arrivederci Roma” canterai, / sulle note di Renato Rascel in un varietà televisivo / prima di abbracciare nonno Alvaro con la / giacca gualcita, / nonna Irma elegantissima con la camicia di pizzo / delle nobildonne, / in piedi con il vassoio per un brindisi serale. / Ingoierete la luce del bene, la lunga memoria / cucita nella stoffa dei pantaloni a gamba larga, / nella pelle rimarginata lungo le vene incrociate / del braccio. / Tesserete una trama con l’universo, vi riconoscerete / battendo nuove strade nel passeggio dei fondisti». Una dedica ai Padri. Di tutti i tempi.

di Daniele Mencarelli