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Per tornare a essere cittadini a pieno titolo

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In carcere la didattica a distanza sta consentendo il prosieguo dei corsi di formazione

14 maggio 2020

In carcere si incontrano uomini e donne con storie particolari. A tanti di loro, prima di varcare la soglia di una casa di reclusione, sono state negate alcune possibilità. Prima fra tutte, quella di studiare. I loro destini passano attraverso strane combinazioni che esaltano alcuni tratti del carattere e ne sacrificano altri. In più di un caso ci si trova di fronte a detenuti che hanno rivelato doti intellettuali molto alte che, però, non avevano sfruttato prima per varie ragioni. E questo è possibile rilevarlo soprattutto grazie alla scuola. L'istruzione, infatti, ha un ruolo fondamentale all’interno del sistema penitenziario soprattutto perché contribuisce ad abbattere la recidiva e aiuta il reinserimento. Il circuito virtuoso e la possibilità di mantenere vivo un costante rapporto con l’esterno attraverso l’insegnamento, avrebbe potuto registrare una importante battuta d’arresto a causa della diffusione del covid-19. I detenuti che nel corso dell’anno avevano costantemente seguito con interesse le lezioni si sono ritrovati improvvisamente nell’impossibilità di terminare un loro percorso didattico, che con l’aiuto della scuola avrebbe contribuito al proprio accrescimento culturale. Ma il problema è stato tempestivamente affrontato nei diversi istituti di pena e grazie alla didattica a distanza (Dad) sono tanti i detenuti che hanno ripreso a studiare. Secondo Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale, «le nuove tecnologie possono essere un elemento di riavvicinamento di quella società che è oltre il muro del carcere. Le videochiamate, ad esempio, hanno offerto la possibilità agli ospiti di poter parlare con i propri cari in un tempo in cui le visite sono state sospese. Questo è accaduto anche con la scuola». Palma rileva che «attualmente in Italia sono 926 i ristretti iscritti ai corsi universitari, per parlare del segmento alto, a cui corrisponde un segmento bassissimo di circa 1000 persone analfabete. L’auspicio è che dopo l’emergenza non si torni più indietro e che la Dad diventi parte integrante dell’approccio formativo. Così come avverrà in tutte le scuole del territorio. Non dimentichiamo — chiarisce il Garante — che il tempo carcerario scorre con un ritmo molto diverso rispetto all’esterno. Fuori il tempo è molto più veloce e c’è il rischio che un anno di pena faccia perdere tutta una serie di mutamenti che nel frattempo il mondo libero ha conosciuto. Mi riferisco ovviamente alla tecnologia e noi” ribadisce “un analfabeta tecnologico, una volta scontata la pena, non potremo mai reinserirlo».

Tra i primi istituti che hanno agevolato la ripresa dell’attività scolastica mediante l’utilizzo della didattica a distanza, c’è quello di Bergamo. Ai docenti del  Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti  e dell’Istituto Alberghiero “Sonzogni” di Nembro è stata data la possibilità di proseguire il percorso scolastico interrotto dal virus. I detenuti, dal loro canto, hanno positivamente accolto la ripresa scolastica e gli incontri formativi. Ovviamente anche il personale di Polizia penitenziaria ha contribuito alla riuscita del progetto. «Per noi è stato un cambiamento epocale», rivela Maria Teresa Mazzotta, direttrice della Casa di reclusione di Bergamo. «Stiamo utilizzando la sala teatro per garantire la distanza di sicurezza e permettere più facilmente ai ragazzi di interagire con gli insegnanti». Anche Mazzotta è convinta: «Si tratta di un punto di non ritorno per l’intero sistema e a beneficiarne sarà la continuità. Con la rete anche i docenti che non avevano sempre la possibilità di raggiungere l’istituto, da oggi potranno farlo accendendo il pc».

Da Bergamo a  Porto Azzurro. Grazie ad accordi tra la Casa di reclusione locale e due scuole di Portoferraio, il liceo scientifico “Foresi” e l’istituto tecnico-commerciale e per geometri “Cerboni”, è stata, infatti, attivata la  didattica a distanza  tramite una modalità che poco si discosta da quella utilizzata dalle scuole di tutto il territorio nazionale. I risultati sono stati sorprendenti. Il direttore, Francesco D’Anselmo, parla con soddisfazione dei “suoi” 110 studenti che, grazie alle lezioni on line, non hanno smesso di studiare: «Possono inviare messaggi e formulare domande», racconta D’Anselmo. «Inoltre hanno la possibilità di chiedere anche che vengano rispiegati argomenti più ostici. Indietro non si potrà tornare. Il sistema classico verrà per forza di cose affiancato dall’insegnamento a distanza. L’istruzione è il migliore investimento per il Paese anche per coloro che, deviando dalla legalità, sono finiti in carcere. La strada che riconduce al reinserimento sociale passa dalla cultura. Ben vengano gli strumenti che ne potenziano e agevolano la sua diffusione», aggiunge il direttore della Casa di reclusione “Pasquale De Santis” di Porto Azzurro.

Anche agli studenti di Viterbo, attraverso le piattaforme più utilizzate in campo scolastico e grazie alle risorse messe in campo da scuola e carcere, è stato garantito il diritto allo studio. «Le difficoltà organizzative legate all’utilizzo di una tecnologia diversa da quella utilizzata con studenti liberi, sono state pienamente superate», rivela Nadia Cersosimo, reggente del carcere di Viterbo-Mammagialla e direttrice della Casa di reclusione di Rebibbia. «Ci siamo dovuti riorganizzare, ma avevamo già sperimentato l’efficacia della rete con i colloqui on line. Le nuove modalità didattiche hanno avuto evidenti risvolti positivi perché hanno completamente sconvolto l’idea di scuola, così come hanno sconvolto l’uomo detenuto che, grazie alla tecnologia, riesce a stare al passo con i tempi, a muoversi e a pensare così come accade all’esterno. E questo, fino a qualche mese fa, era impensabile», rileva Cersosimo.

Già da un mese sono riprese le lezioni anche per i 30 studenti detenuti del carcere di Massa Marittima, allievi dei percorsi formativi di prima alfabetizzazione, scuola media e primo biennio delle superiori. Gli iscritti si collegano via Skype a gruppi, due volte a settimana con gli insegnanti del Cpia di Follonica. Ai percorsi di istruzione scolastica si sono affiancati i corsi di formazione professionale a distanza del laboratorio per la trasformazione dei prodotti agroalimentari del territorio, progetto sostenuto dal “Pulmino contadino” in collaborazione con Slow Food Monteregio. Grazie ai collegamenti a distanza, è stato possibile riprendere le lezioni teoriche. Ma come è possibile spiegare a distanza le modalità di trasformazione dei prodotti della terra e renderli vendibili? «Parlando di sicurezza alimentare e illustrando tutti i processi a partire dal seme fino alla vendita di ciò che si è piantato», spiega Sauro Pareschi di Pulmino Contadino. «Devono capire e far capire, una volta usciti dal carcere e avviati a questo tipo di lavoro, ciò che si mangia e cosa contengono gli alimenti. Abbiamo un prodotto biologico? Bene, ma come è arrivato fin qui? Quali energie sono state impiegate? Chi ci ha lavorato? Insomma la nostra didattica a distanza, in assenza di materia su cui lavorare, punta proprio a responsabilizzare il futuro imprenditore agricolo», aggiunge Pareschi. «Punta soprattutto a quella formazione lavorativa e a quell’istruzione che aiuta a migliorare la vita dei detenuti a partire proprio dalle mura degli istituti penitenziari».

di Davide Dionisi