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Oms, rischio reale di tornare al lockdown

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L’agenzia Onu auspica una gestione attenta della transizione e maggiori investimenti nella sanità

07 maggio 2020

«Il rischio di ritornare in lockdown resta molto reale se i Paesi non gestiscono la transizioni con estrema attenzione e con un approccio a fasi». Così si è espresso ieri il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel consueto briefing sul coronavirus.

«Se abbiamo imparato qualcosa dal covid-19 è che investire nella sanità ora salverà vite dopo. La storia giudicherà tutti noi non solo su come siamo usciti da questa pandemia, ma anche sulle lezioni che abbiamo imparato e le azioni che abbiamo intrapreso una volta che è passata» ha aggiunto. «Mentre lavoriamo per rispondere alla pandemia di covid-19, dobbiamo anche lavorare di più per prepararci per la prossima. Ora c’è un’opportunità per gettare le basi di sistemi sanitari resilienti in tutto il mondo» ha concluso Ghebreyesus.

Un appello, questo, lanciato ai governi di tutto il mondo per raccogliere maggior investimenti nella ricerca e nella sanità. «La pandemia di covid-19 alla fine retrocederà, ma non possiamo tornare alla normalità. Il mondo spende circa 7,5 trilioni di dollari per la salute ogni anno — quasi il 10 per cento del pil globale. Ma i migliori investimenti sono nella promozione della salute e nella prevenzione delle malattie a livello di medicina del territorio, che salverà vite e porterà a risparmi. Prevenire non è solo meglio che curare, è anche più economico» ha sottolineato il direttore dell’Oms.

Intanto, continuano le speculazioni su come il coronavirus sia arrivato in Europa. «È possibile che ci siano stati casi di covid-19, ad esempio in Francia, a fine dicembre, se pensiamo che il primo cluster a Wuhan si è verificato i primi di dicembre. Non spetta a me fare speculazioni, ma qualcuno potrebbe aver viaggiato in quel lasso di tempo» ha detto Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell’Oms per il coronavirus. «Stiamo pensando a un’altra missione in Cina, una missione che approfondisca gli aspetti epidemiologici e cosa è successo all’inizio a livello di esposizione di diverse specie animali. Ci stiamo lavorando». L’Oms avverte anche della necessità di accostare all’uso delle app per il tracciamento un’attenta azione di prevenzione da parte delle autorità locali. «Il contact tracing è uno strumento fondamentale per aiutare a controllare la catena di contagi di covid-19. Le app possono supplementare il lavoro delle persone, degli operatori ma anche dei volontari che parlano e intervistano le persone per capire quali contatti hanno avuto» ha spiegato Van Kerkhove. «La cosa importante è l’interazione con i pazienti e la ricostruzione dei contatti avuti. Le app possono aiutare ma non sostituiscono le persone che lavorano per questo». L’Oms «sta lavorando con sviluppatori nel mondo per provare a trovare una app che si possa poi adattare ai vari paesi per gestire l’intero processo di contact tracing. La sfida è integrare i dati con quelli raccolti dai sistema sanitari».

Intanto, l’ultimo bilancio della pandemia parla di oltre 260 mila (per la precisione 260.938) decessi nel mondo. Lo ha reso noto la Johns Hopkins University, secondo la quale gli Stati Uniti sono il Paese con il più alto numero di morti (oltre 73000), seguiti da Regno Unito, Italia e Spagna. I contagi complessivi sono oltre tre milioni e 700 mila. Sul piano economico, i danni sono ingenti ovunque.