· Città del Vaticano ·

Non abbiate paura

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Oltre la crisi / 3

09 maggio 2020

«Non temere! Perché io sarò con te!». Sono parole che tornano molte volte attraverso tutte le Scritture. Sono le parole rivolte da Dio stesso o in suo nome a chi viene chiamato da lui a una missione impegnativa e inattesa, per vie ancora sconosciute, come Mosè davanti al roveto ardente o Maria davanti all’Angelo. «Non abbiate paura!». Sono parole rivolte dai profeti al popolo oppresso dall’angoscia, come quando è stretto senza vie d’uscita fra il Mar Rosso e i carri da guerra degli egiziani. Anche Gesù le riprende varie volte rivolgendosi ai suoi discepoli, al “piccolo gregge” che lo segue, o a coloro che subiranno persecuzioni per il suo nome. Per questi Gesù insiste che non dovranno temere nessuna forza umana, perché questa può togliere la vita del corpo ma non quella dell’anima e perché nel tempo della prova Dio non li abbandonerà.

La grande parola «Non abbiate paura!», come ricordiamo bene, è stata ripresa con insistenza in tempi più vicini a noi da san Giovanni Paolo II fin dall’inizio del suo pontificato e rivolta al mondo intero: «Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!». In fondo, la fede in Cristo salvatore è proprio — per tutti — la grande e definitiva liberazione dalla paura.

La pandemia, anche quando sia superata stabilmente grazie a un vaccino efficace, ci lascerà in ogni caso un’eredità di insicurezza, diciamo pure di nascosta paura, pronta a riaffiorare. Ora sappiamo che, nonostante ogni sforzo e ogni giusto impegno per la riduzione dei rischi, potranno comparire e sfuggire al controllo altri virus o altre forze capaci di prenderci di sorpresa e mettere in crisi le nostre tranquillità e le nostre sicurezze. Perché la sicurezza assoluta su questa terra non esiste, non è possibile. E non esisterà mai anche in futuro.

Certamente dobbiamo aspettarci dalla scienza e dalla organizzazione sociale e politica, in generale dalla ragionevolezza umana, un aiuto essenziale per recuperare la tranquillità necessaria per una vita personale e sociale serena e “normale”. Ma rimane il bisogno di qualcosa di più profondo per cui queste risposte non bastano.

Possiamo vivere liberi dalle paure più radicali per noi stessi e per i nostri cari, per il nostro futuro? Dove è la chiave del vivere in pace e quindi della vita veramente buona anche su questa terra, nonostante tutte le difficoltà che ogni giorno si presentano inevitabilmente? Sappiamo bene che ognuno di noi ha la sua personalità, il suo carattere e la sua storia, che incidono in profondità sui suoi atteggiamenti. C’è chi è più ansioso e fragile, e non è colpa sua; c’è chi è più naturalmente tranquillo e ottimista, ed è un dono. Ma la parola del Signore è diretta a tutti ed è un invito per tutti ad affidarsi con fiducia ad un amore che ci precede, ci guarda e ci accompagna.

Spesso oggi abbiamo ritegno a parlare di “provvidenza” di Dio. Ci sembra una parola che metta a rischio il nostro doveroso impegno cristiano nel mondo, che ci renda passivi e meno responsabili. Ma questa è una trappola. Dimenticare la provvidenza di Dio vuol dire perdere il senso che l’amore di Dio ci avvolge e ci accompagna, anche se spesso i nostri occhi sono ancora incapaci di riconoscerlo. Nel discorso della Montagna Gesù ci invita ad aprire gli occhi — «Guardate gli uccelli del cielo, guardate i gigli del campo…» — e a non lasciarci catturare totalmente dalle preoccupazioni immediate per il nostro benessere temporale. Oltre agli uccelli e ai fiori l’occhio che si apre può vedere ogni giorno anche molti altri segni di amore e di speranza seminati lungo il nostro cammino, nelle circostanze e nelle persone che incontriamo, nelle loro parole e nelle loro azioni. Ognuno di noi considera una grazia incontrare le persone che sanno vederli e aiutarci a vederli con occhio penetrante e sguardo sereno. Il mondo è pieno non solo di cattive notizie, ma anche di buone notizie. È un dovere riconoscerle e farle conoscere, perché sono quelle che guidano più lontano e indirizzano lo sguardo verso l’alto, la sorgente dell’amore, la meta della speranza.

Gesù conclude poi le sue parole sulla provvidenza con un consiglio molto saggio: «A ciascun giorno basta la sua pena». Non dobbiamo lasciare che le preoccupazioni dell’oggi e del domani e di tutto il futuro che ci aspetta si accumulino tutte insieme su di noi: ci schiaccerebbero. Dobbiamo pensare che ogni giorno ha la sua razione di pena, ma anche di grazia. Dobbiamo credere che ogni giorno ci verrà donata la grazia necessaria per portare la pena. La grazia necessaria per cercare il regno di Dio e la sua giustizia in questa vita e in quella eterna. Santa Teresa d’Avila ci lancia una parola che allarga il nostro cuore e il nostro orizzonte oltre ogni ostacolo: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, Dio non cambia. Con la pazienza si ottiene tutto. Chi ha Dio non manca di nulla. Solo Dio basta». Saprà la nostra fede ispirarci nel lungo cammino che ci sta davanti, perché sia un cammino di intelligenza e saggezza, veramente libero dai cattivi consigli delle paure profonde, libero nella speranza dalla paura della morte?

di Federico Lombardi