· Città del Vaticano ·

Niente di questo mondo ci risulta indifferente

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Il 24 maggio 2015 l'enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune

23 maggio 2020

In dialogo con l’umanità


Cinque anni fa, nella sua enciclica Laudato si’, Papa Francesco ha avviato un dialogo con l’intera umanità sulla sfida urgente di proteggere la nostra casa comune. Ha invitato tutti noi a dialogare sulle radici umane della profonda crisi ambientale e sociale che, a livello planetario, si accanisce soprattutto contro i poveri. Il suo messaggio è penetrato a fondo nel pensiero ecologico e ha ispirato diversi movimenti e iniziative. Tuttavia gli sforzi per raggiungere soluzioni concrete sono stati ostacolati da atteggiamenti che vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla comoda rassegnazione, alla fiducia cieca in soluzioni tecniche e, ovviamente, al rifiuto dei potenti.

Questi ultimi quattro anni sono stati i più caldi della storia e le emissioni di carbonio hanno raggiunto livelli senza precedenti. Le conseguenze del cambiamento climatico sono diventate più evidenti nell’inquinamento dell’aria, nelle ondate di calore, negli incendi forestali, nell’aumento del livello del mare e nell’insicurezza alimentare.

Ciononostante, la scienza ci indica che, se riduciamo subito le emissioni, siamo ancora in tempo per frenare l’aumento della temperatura media annuale al di sotto dei due gradi rispetto ai livelli preindustriali. Perché ciò sia attuabile, è necessaria una trasformazione dell’economia, che dovrà subordinare la ricerca del beneficio immediato al bene comune e allo sviluppo umano, sostenibile e integrale, con lo sguardo rivolto alle generazioni future (cfr. Laudato si’, nn. 159-162).

A tal fine, si devono privilegiare la transizione energetica — la progressiva sostituzione di combustibili fossili con energie rinnovabili — e la transizione industriale, che implica la trasformazione di diverse industrie, come quelle petrolifera, chimica, siderurgica. I consensi necessari affinché tali cambiamenti siano possibili sono ancora una questione in sospeso.

Sebbene questa conversione debba essere attuata da tutte le nazioni, indipendentemente dal loro livello di sviluppo — dato che si tratta di un imperativo etico — non bisogna perdere di vista il fatto che nel cambiamento climatico ci sono responsabilità diversificate. L’industrializzazione di cui hanno beneficiato per due secoli molti Paesi è avvenuta al prezzo di un’enorme emissione di gas. Questo “debito ecologico” tra nord e sud (cfr. ibid. nn. 51-52) deve essere compensato attraverso programmi di aiuto per lo sviluppo di forme meno inquinanti di energia nei Paesi meno industrializzati.

È perciò necessario comprendere che le disuguaglianze e la concentrazione della ricchezza sono problemi inscindibili dalla crisi ambientale. Come indica Papa Francesco, «l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta» (ibid., n. 48). Spesso al discorso “verde” manca questa sensibilità. Tuttavia, «un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (ibid., n. 49).

Nelle ultime settimane sono state fatte molte congetture su come sarà il mondo dopo la pandemia. È difficile saperlo, ma di una cosa siamo certi: non potremo andare avanti senza affrontare la profonda crisi ambientale e sociale che sta subendo la nostra casa comune, e noi esseri che l’abitiamo. Non basta adottare misure basate sulla tecnica, che permetteranno solo di far fronte ai sintomi di questa crisi. Occorre anche una vera conversione ecologica, che esige un’etica della cura, orientata verso i più vulnerabili; una cultura dell’incontro che ci consenta di riconoscere la dignità intrinseca dei nostri simili; e una spiritualità che — anche per quanti professano altre religioni o sono non credenti — sia fortemente pervasa da un’ecologia integrale, come quella di cui ha dato testimonianza san Francesco d’Assisi, che chiamava tutte le creature “sorelle”.

Se abbiamo imparato qualcosa dalla pandemia è che nessuno si salva da solo (Papa Francesco, momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020). La sfida di prenderci cura della nostra casa comune richiede questa capacità di fraternità (cfr. esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazonia, n. 20), necessaria in ogni lotta sociale, e che in questi tempi abbiamo visto nei medici, negli infermieri e infermiere, nei trasportatori, nei netturbini, nelle forze dell’ordine, nei volontari, nei sacerdoti, nelle religiose, negli impiegati di negozi e servizi essenziali, e in tanti altri. Solo così, mossi da questo spirito di comunione umana, potremo dimostrare che niente in questo mondo ci risulta indifferente.

di Roberto Manuel Carlés
Avvocato, segretario dell’Associazione latinoamericana di diritto penale e criminologia