· Città del Vaticano ·

Migrazioni africane ed esclusione sociale

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L’evoluzione del fenomeno migratorio interno alla luce degli effetti della pandemia

05 maggio 2020

Mentre è ancora in corso la pandemia del covid-19, sono molti a chiedersi quale sarà in Africa l’evoluzione del fenomeno migratorio. Stiamo parlando, è bene sottolinearlo come premessa, di un continente dove la mobilità umana avviene per oltre due terzi al suo interno. Questo in sostanza significa che gran parte dei migranti africani, soprattutto i subsahariani, lascia il proprio paese ma resta in Africa, e solo una minoranza si dirige fuori dei confini del continente.

Da rilevare che il tema in questione è stato oggetto in questi ultimi anni e lo è tuttora di un vivace e intenso dibattito politico in molti paesi africani. A questo proposito è illuminante lo studio pubblicato da due ricercatori statunitensi — Beth Elise Whitaker e Jason Giersch — intitolato: «Competizione politica e atteggiamenti nei confronti dell’immigrazione in Africa» dal quale si evince che l’opposizione all’immigrazione è più elevata nei paesi africani che sono tendenzialmente più democratici e al cui interno vi è un partito politico di maggioranza costretto a confrontarsi con le sfide lanciate dagli schieramenti di opposizione, in particolare in prossimità delle consultazioni elettorali.

Il problema di fondo è che in questi contesti socio-politici, venendo meno la contrapposizione ideologica tra gli schieramenti in campo (soprattutto con la fine della guerra fredda), alcuni candidati fanno dei migranti e dei rifugiati una sorta di capro espiatorio collettivo, addebitando loro le principali responsabilità su questioni che hanno un forte impatto sull’opinione pubblica come la disoccupazione, la criminalità e la violenza.

Tale retorica spesso aumenta durante il periodo elettorale, legittimando il sentimento anti-immigrato sottostante e alimentando la sua diffusione attraverso un tipo di comunicazione fortemente emotiva. Dunque, la cosiddetta liberalizzazione della politica, intesa come possibilità d’innescare i meccanismi dell’alternanza, ha creato paradossalmente le condizioni per l’affermazione di un indirizzo politico all’insegna dell’esclusione. In parte ciò è dovuto al fatto che gli stranieri non possono votare, ma soprattutto perché rappresentano la componente più debole della società vivendo in molti casi in condizioni permanenti di precarietà. Ad esempio, in Costa d’Avorio, dopo decenni di reclutamento di lavoratori dai paesi vicini per espandere la produzione di cacao e caffè, il passaggio al multipartitismo negli anni ‘90, non solo ha spinto alcuni esponenti politici a puntare il dito contro i migranti, ma ha addirittura portato all’esclusione di alcuni candidati dalla competizione politica, a causa proprio della loro “non ivorianità”. Con il risultato che nel 2000 venne escluso dalla corsa per le presidenziali perché di sangue misto (uno dei suoi genitori proveniva dal Burkina Faso) l’allora principale candidato dell’opposizione, Alassane Dramane Ouattara, poi eletto comunque presidente nel 2010 e confermato nel 2015, nelle prime elezioni davvero pacifiche da ameno due decenni. E in vista delle prossime elezioni ivoriane, in programma il prossimo ottobre (è ancora incerta la data per il persistere del coronavirus), purtroppo il problema rimane, soprattutto dal punto di vista interpretativo del dettato costituzionale in riferimento all’articolo 55, modificato il 19 marzo di quest’anno: «Il candidato deve essere esclusivamente di cittadinanza ivoriana, nato da padre o da madre di sicure origini ivoriane».

Uno dei paesi africani che ha subito in modo significativo la pressione migratoria, soprattutto dalle nazioni limitrofe, è il Sud Africa dove, nonostante la fine del regime dell’apartheid, il tema delle diseguaglianze è ancora rovente. Nelle elezioni più recenti, quelle del 2019, l’opposizione ufficiale si è unita al coro populista, assecondando il sentimento anti-immigrato attraverso lo spettro razziale ed economico.

Un qualcosa di simile è avvenuto in Kenya dove la comunità somala è stata associata, nel contesto di un certo tipo di comunicazione politica, al terrorismo perpetrato dagli islamisti di Al Shabaab. Nel 2016, un anno prima delle elezioni, il governo di Nairobi annunciò che avrebbe chiuso i campi somali entro la fine dell’anno, riscuotendo elogi da parte di alcuni circoli politici ed imprenditoriali e critiche da alcune componenti della società civile. Sebbene l’Alta Corte alla fine abbia bocciato il provvedimento considerandolo incostituzionale, molti hanno sollevato dubbi sulle motivazioni politiche e finanziarie dietro la chiusura prevista.

In Uganda, di converso, ai rifugiati viene fornita terra e viene loro consentito di lavorare e spostarsi nel paese. La vita per loro non è certo facile, ma in Uganda non sono soggetti alle stesse restrizioni alle quali devono sottostare altrove. Dal lontano 1986, la leadership del paese è saldamente nelle mani del presidente Yoweri Museveni — quello in corso è il suo quinto mandato — il quale potrà ripresentarsi per le prossime elezioni presidenziali in programma nel 2021, a seguito di una modifica parlamentare al dettato costituzionale del dicembre 2017. A riprova del fatto che laddove le forze di governo non hanno necessità di difendersi più di tanto dagli attacchi politici delle opposizioni, il tema dei migranti non è oggetto di speculazioni.

Una cosa è certa: anche in Europa e negli Stati Uniti non pochi esponenti della politica hanno accusato gli immigrati (non solo africani) di generare problemi economici e di sicurezza; tutto questo nel tentativo di generare un consenso considerato utile per vincere le elezioni. Questo pur sapendo che il fenomeno migratorio africano ha prevalentemente una valenza intra-continentale. Basti pensare che dei 27 milioni di subsahariani che hanno deciso di migrare nel 2017, solo 8 milioni si sono trasferiti in altri continenti del globo. Ed ora, sebbene possano verificarsi ulteriori sbarchi sulle coste del vecchio continente, il flusso dovrebbe essere decrescente sia per le misure restrittive adottate da molti governi africani a seguito del covid-19 (come ad esempio la chiusura delle frontiere), sia anche per il crollo delle rimesse degli immigrati residenti fuori dall’Africa. Sappiamo bene che si tratta di un tema rovente nel dibattito politico europeo, ma sarebbe ora che fosse affrontato nella consapevolezza che, nel perimetro della globalizzazione, i problemi sono sempre più condivisi. Com’è noto, l’Unione europea (Ue) ha recentemente deciso di sbloccare 15 miliardi per i partner fuori dal continente, buona parte dei quali saranno destinati all’Africa. Il timore di Bruxelles è certamente legato alla possibilità di un incremento dei flussi migratori dalla sponda africana a seguito del coronavirus. Purtroppo sono molti in Europa a considerare i migranti come un problema, benché l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite indichi nella migrazione un motore per lo sviluppo. Un indirizzo questo in linea con la dottrina sociale della “Casa comune” e fortemente ribadita da Papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’.

di Giulio Albanese