· Città del Vaticano ·

La storia di Ignacio in fuga dalle violenze

Un fotogramma del video proiettato durante la conferenza stampa di presentazione del messaggio

15 maggio 2020

Ignacio è un giovane di Managua, costretto quando era bambino a fuggire con i genitori dalla capitale del Nicaragua, in preda a disordini e violenze, e a spostarsi di città in città «senza portare nulla» con sé. La sua drammatica testimonianza, raccontata in prima persona, fa da filo conduttore al filmato realizzato dalla sezione Migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, in collaborazione con Vatican Media. Si tratta del primo di una campagna comunicativa di preparazione alla Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, presentato in diretta streaming nella Sala stampa della Santa Sede venerdì mattina, 15 maggio, insieme con il messaggio di Papa Francesco per la 106a edizione della Giornata.

Realizzato e sottotitolato in cinque lingue, il video della durata di circa tre minuti si apre con l’immagine del Pontefice che in italiano legge l’introduzione del messaggio: la dedica agli sfollati interni e il titolo «Come Gesù Cristo, costretti a fuggire». Quindi, cappellino e felpa azzurri, entra in scena Ignacio, che in spagnolo parla della propria storia, descritta anche attraverso disegni a fumetti: dalla prima fuga a Masaya, ospite di un parente, a quelle successive, perché «anche quel posto era divenuto insicuro» e «pericoloso». Con solo «qualche vestito raccolto al volo» perché — conclude — in quelle circostanze «si pensa soltanto a salvare la vita e a null’altro».

All’incontro, moderato dal direttore della Sala stampa Matteo Bruni, sono intervenuti i due sottosegretari della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero, il cardinale gesuita Michael Czerny e il missionario scalabriniano Fabio Baggio, con la coordinatrice internazionale di advocacy del Servizio dei gesuiti per i rifugiati (Jrs) - Ufficio Internazionale di Roma, Amaya Valcárcel, e, in collegamento da Erbil, il gesuita Joseph Cassar, direttore del Jrs Iraq.

Il cardinale Czerny ha offerto una ricostruzione storica delle Giornate, iniziate nel 1915 durante gli sconvolgimenti causati dalla prima guerra mondiale, ricordando significativamente «in questi giorni di coronavirus» che proprio negli anni successivi vi sarebbe stata la pandemia provocata dall’influenza spagnola (1918-1919). Quello di Papa Francesco è il settimo messaggio per questo avvenimento, il terzo sul tema degli sfollati interni: un popolo spesso invisibile di 50,8 milioni di persone: 45,7 milioni a causa di conflitti e violenze e 5,1 milioni a causa di catastrofi. Essi, ha sottolineato Czerny, «abbandonando la loro casa e l’ambiente familiare, vivono sradicati» e con bisogni che «richiedono attenzione e responsabilità»; ma — è stata la sua denuncia — tutti sembrano avere «altre priorità».

Successivamente padre Baggio ha illustrato come, nel corso del prossimo semestre, il tema di quest’anno verrà elaborato in sei fasi riguardanti «un dramma che è spesso invisibile» e «che la crisi mondiale causata dalla pandemia di covid-19 ha solo esacerbato». Lo scalabriniano ha evidenziato che il messaggio pontificio parte «dall’esperienza di Gesù Cristo sfollato e profugo assieme ai suoi genitori, un’icona spesso utilizzata nel magistero universale per ribadire l’importanza della ragione cristologica dell’accoglienza cristiana», e «continua poi con una nuova articolazione dei quattro verbi con i quali Francesco ha voluto sintetizzare la pastorale migratoria: accogliere, proteggere, promuovere e integrare». Nel documento papale tale articolazione è poi strutturata «in sei coppie di verbi vincolate da una relazione di causalità: conoscere per comprendere, farsi prossimi per servire, ascoltare per riconciliarsi, condividere per crescere, coinvolgere per promuovere, collaborare per costruire».

Insomma, ha commentato Baggio, nel suo messaggio Francesco «ha voluto offrirci diversi spunti di riflessione per aiutarci a contestualizzare le sue raccomandazioni nello scenario di crisi in cui ci troviamo a vivere a causa della pandemia. Egli ci invita a comprendere la nostra precarietà di questi giorni come una condizione costante della vita degli sfollati. Ci incoraggia a lasciarci ispirare dai medici e dagli infermieri che negli ultimi mesi hanno corso rischi per salvarci e ci raccomanda di approfittare del silenzio delle nostre strade per ascoltare meglio il grido dei più vulnerabili e del nostro pianeta. Ci sprona a condividere di più, ricordandoci che nessuno si salva da solo e ci rammenta che solo con il contributo di tutti, anche dei più piccoli, è possibile superare la crisi». Insomma, il Pontefice «ribadisce che oggi non possiamo permetterci di essere egoisti, perché stiamo affrontando una sfida comune, che non conosce differenze».

Come già fatto il 5 maggio scorso, in occasione della presentazione degli Orientamenti pastorali sugli sfollati interni, Amaya Valcárcel ha spiegato l’attività del Jrs, che opera in situazioni di conflitto in Siria, Myanmar, Venezuela, Colombia e Repubblica Democratica del Congo. Significativa la sua testimonianza personale riguardo l’amicizia con un somalo in fuga dalla guerra conosciuto nel 1996 mentre prestava servizio come volontaria alla mensa della comunità di Sant’Egidio in via Dandolo, all’epoca in cui studiava legge. Quell’incontro, infatti, ha fatto maturare in lei la scelta di dedicare le sue energie alle persone che lasciano la terra d’origine

Infine fra Joseph Cassar ha parlato del dramma degli sfollati iracheni sopravvissuti a sei anni di conflitto. Non solo cristiani, ma anche yazidi scampati al genocidio messo in atto dal cosiddetto Stato islamico. A Dohuk, nel Kurdistan iracheno, la sfida è imponente: sia che si tratti di campi attrezzati, sia che si tratti di accampamenti informali, vivono in condizioni critiche. Gli animi sono esacerbati, e il senso di “non futuro” fa innalzare il tasso dei suicidi. E nemmeno tra quanti sono potuti tornare “a casa” le condizioni sembrano essere migliori, anche a causa della pandemia che ha imposto tutta una serie di limitazioni. La crisi che ne è conseguita ha costretto oltre quattro milioni di iracheni in stato di necessità.