· Città del Vaticano ·

La sfida della speranza tra la paura del futuro e la nostalgia del passato

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06 maggio 2020

Cosa succederà dopo? Cioè dopo la pandemia che in alcuni paesi, in questi giorni mostra una curva leggermente calante. Come sarà il mondo al termine dell’emergenza sanitaria? Molti si stanno ponendo questi interrogativi, cercando di prevedere il futuro (anche sulle pagine di questo giornale si ospita un “laboratorio” intitolato “dopo la pandemia”), e le risposte spesso risuonano inquietanti a tutti i livelli, economico, finanziario, politico, sociale, morale. Tutto sembra più incerto, più minaccioso e drammatico. La reazione, quasi automatica, è rifugiarsi nel passato, nel ricordo del tempo precedente, in cui tutto era più familiare, scontato (apparentemente), stabile e affidabile. Si sente il morso della nostalgia che spinge a voler tornare al mondo passato, come se chiudendo gli occhi si potesse riallineare le lancette. Divisi, combattuti tra queste due spinte, gli uomini dei paesi colpiti dalla pandemia appaiono per lo più paralizzati, balbettanti, smarriti di fronte alla nuova consapevolezza della propria fragilità e della precarietà di quel sistema socio-economico che ritenevano sicuro, vincente e convincente.

Forse tra la spinta tutta in avanti, verso il “dopo” e quella corrispondente verso il “prima”, che confliggendo tra loro rischiano di far entrare in crisi il nostro baricentro, c’è un’altra spinta, un’altra voce da ascoltare. Domenica scorsa, in occasione della recita del Regina Caeli, Papa Francesco ci ha ricordato del conflitto che avviene non fuori ma dentro ogni uomo. Nelle sue parole si avverte la matrice ignaziana di Bergoglio che condivide pienamente l’affermazione contenuta ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij «il diavolo combatte con Dio e il campo di battaglia è il cuore dell’uomo». Per Francesco è l’uomo stesso il teatro di una battaglia in cui si scontrano due voci, quello dello spirito maligno che contrasta in tutti i modi quella di Dio. Tra queste due voci è la sfida dell’uomo chiamato a fare discernimento, a cogliere le differenze sostanziali tra le due diverse “lingue”. In particolare il Santo Padre ha ricordato che «La voce del nemico distoglie dal presente e vuole che ci concentriamo sui timori del futuro o sulle tristezze del passato — il nemico non vuole il presente [...] Invece la voce di Dio parla al presente: “Ora puoi fare del bene, ora puoi esercitare la creatività dell’amore, ora puoi rinunciare ai rimpianti e ai rimorsi che tengono prigioniero il tuo cuore”. Ci anima, ci porta avanti, ma parla al presente: ora». Parole semplici, nette, eloquenti, che spingono all’azione, ad essere “presenti al presente”, mandando via la paura del domani e la tentazione di chiuderci nel passato. Parole che valgono per la singola persona ma anche per le persone collegate in comunità, unite in istituzioni. Valgono anche per una famiglia, per un quartiere, per una città, per una nazione. Pensiamo all’Europa che deve superare la paralisi, le divisioni del passato e rivolgere i suoi sforzi verso la sfida del presente, acquisendo la consapevolezza che può veramente fare il bene, farlo ora. Emerge qui la virtù della speranza, essenza di ogni impegno politico. Per il cristiano la responsabilità è alta ma c’è una consolazione, nel senso letterale perché il cristiano non è mai solo, egli è forte della Parola che ascolta nella sua coscienza, il cristiano infatti riesce, nel caos del tempo che si trova a vivere, ad ascoltare la voce di Dio, una voce «che ha un orizzonte, invece la voce del cattivo ti porta a un muro, ti porta all’angolo [...] che non promette mai la gioia a basso prezzo: ci invita ad andare oltre il nostro io per trovare il vero bene, la pace. [...] che sempre ci incoraggia, ci consola: sempre alimenta la speranza».

Andrea Monda