· Città del Vaticano ·

La profilassi più efficace: solidarietà e aiuto reciproco

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Più che contare i giorni serve far contare ogni giorno

11 maggio 2020

Negli ultimi decenni, specie nei paesi occidentali, più ricchi, l’umanità si è sentita sempre più “potente”, cioè dotata di conoscenze scientifiche, mezzi tecnologici e risorse economiche, che permettono di intervenire con incisività sulla natura, sugli uomini, sui sistemi sociali. E tutti i processi produttivi, le relazioni sociali, i ritmi di vita, hanno subito una forte accelerazione: le comunicazioni sono sempre più veloci, gli spostamenti delle persone sono rapidi e di massa, la “globalizzazione” ha interconnesso tutto e tutti.

Ma in questi ultimi mesi, potenza e rapidità si sono arrestate: un piccolissimo virus, venuto da lontano, ci ha fermati. Il virus SarsCoV2, responsabile dell’epidemia covid-19, ci ha ricordato, in maniera improvvisa e drammatica, che l’essere umano è fragile, vulnerabile, mortale. Con fatica e sofferenza, abbiamo ripreso consapevolezza di queste caratteristiche della condizione umana. Un virus che non si sente e non si vede, ma si trasmette per via respiratoria, con contatti ravvicinati e che si è diffuso ormai in tutto il mondo, minaccia la nostra salute, provoca morti, costringe al confinamento in casa, ci fa distanziare nei nostri rapporti con gli altri, mette in crisi l’economia e l’intera società moderna.

Non la definirei una guerra, anche se spesso si usano metafore di tipo militare; ma ci troviamo in qualcosa di simile a quanto accadde nel 1986 con il grave incidente nucleare di Chernobyl. Ma ora siamo ancora più “sospesi”, nel tempo e nello spazio: ci affidiamo ai “contatti” online, viviamo alla giornata con difficoltà di pensare e progettare il futuro, invochiamo dalla scienza e dalla medicina risposte che non sanno dare o appaiono incerte e confuse. Ci sarebbero molte riflessioni che sorgono da questa situazione, personale e collettiva, che ciascuno vive, con diversi modi di reagire, pensare, guardare agli altri e al futuro.

Recuperare umiltà e solidarietà

Sarà importante, quanto prima, riflettere a tutti i livelli culturali, sociali e politici, su cosa è accaduto, sull’esperienza vissuta, su come affrontare le sfide sociali ed economiche che si stanno affacciando alla ripresa di tempo e spazio secondo la loro “normalità”. Cosa stiamo imparando da questa epidemia? Sono emerse visioni della vita e modalità di organizzare la società che necessitano di una profonda revisione, ridimensionando una pretesa generale di “dominio” che ha segnato tutti. Anche la scienza, la medicina, la tecnologia hanno dovuto ammettere (con un po’ di fatica) di non essere in grado di spiegare tutto, di dare indicazioni utili e coerenti, di risolvere ogni problema. La logica, affermatasi in questi anni, di sostenere sempre la competizione, di favorire la concorrenza in ogni ambito della vita sociale, per cercare risultati secondo il “tutto e subito”, ha rivelato la sua fragilità e pericolosità quando vi è una minaccia pubblica grave come una pandemia. Maggior umiltà di tutti, più collaborazione tra mondo scientifico, professionisti della salute, politici, economisti, esperti della comunicazione, istituzioni religiose, potrebbe aiutarci a gestire meglio future emergenze simili, ma soprattutto favorire vere misure di prevenzione di ciò.

Solidarietà e aiuto reciproco dovrebbero diventare la reale “profilassi” per evitare e/o ridurre l’impatto di simili pandemie. E questo assieme a un profondo ripensamento, con relativi cambiamenti dei modelli di sviluppo, del nostro rapporto con la natura, per una “cura ecologica” dell’ambiente, più sfruttato e maltrattato che rispettato e coltivato.

Appare sempre più urgente lo sviluppo di una “bioetica globale”, che superi una concezione individualistica e solo tecnologico-specialistica, per cercare una visione globale dei fattori determinanti della salute e per una cura globale.

Siamo tutti nella stessa barca, come ha ricordato Papa Francesco, travolti dalla tempesta, e potremo solo salvarci insieme. E potremmo riscoprire anche una dimensione più spirituale e religiosa della vita, appellandoci a Dio, unico Signore che dona salvezza e speranza, e ci aiuta negli sforzi comuni di curarci e sostenerci nella “navigazione” della vita.

Sistemi sanitari salute pubblica e responsabilità etiche

La salute è un bene personale e comune, che chiede un forte impegno pubblico per sviluppare strutture e servizi adeguati ai bisogni, utilizzando le risorse economiche e umane a disposizione secondo criteri di efficacia e giustizia, con attenzione prioritaria al territorio e alla prevenzione. Si tratta, allora, di ricomprendere quei valori morali che devono guidare le politiche sanitarie per utilizzare bene le risorse limitate, secondo principi etici di beneficio, giustizia, solidarietà; evitando discriminazioni e la caduta su logiche solo efficientiste o utilitaristiche. Andranno, quindi, meglio definite le priorità e le urgenze in termini di salute, l’organizzazione dei servizi, la preparazione e il sostegno agli operatori sanitari, spesso messi a dura prova, come in questi giorni ma anche in condizioni più normali. Va meglio sviluppata la modalità di governance, nelle situazioni consuete e in quelle di emergenza.

Una pandemia chiede una risposta di public health e di integrazione di sistema tra ospedali, territorio, autorità sanitarie e politiche, popolazione e mass media. Ci sono già delle competenze e dei protocolli di triage elaborati da tempo per epidemie locali o mondiali e per situazioni di grave impatto emergenziale come le grandi catastrofi (terremoti, alluvioni...). L’attuale emergenza sta mettendo in luce, per il nostro Paese, i problemi e le questioni trascurate, i punti deboli di un Sistema sanitario che ha principi ispiratori di grande eticità e civiltà (universalità, solidarietà, uniformità), ma ha risentito di scelte politiche e organizzative che hanno compromesso certi risultati. In certi contesti, visto anche il rischio di una “frammentazione” del sistema per una non ben gestita regionalizzazione, si è poco investito sulla comunità, sulla salute pubblica, cioè in prevenzione, stili di vita sani, riduzione dell’inquinamento: curare di più l’ambiente e la comunità per curare meglio le persone. E viceversa, ossia promuovere stili di vita personali e curare presto e bene le persone per avere una comunità più sana. La medicina e la sanità si sono sempre più concentrati su risultati a breve-medio termine, sull’investimento tecnologico avanzato, su prestazioni specialistiche e settoriali, trascurando gli interventi sul territorio e una migliore organizzazione della medicina di base e dell’epidemiologia. È materia complessa, con diversi livelli di responsabilità, ma che andrà ripresa per il futuro.

In condizioni di emergenza grave, con risorse limitate a fronte di bisogni crescenti, come per la pandemia di covid-19 in riferimento ai letti di rianimazione disponibili, ci si può trovare di fronte a decisioni mediche e sanitarie drammatiche e laceranti, che coinvolgono criteri etici e responsabilità organizzative particolari. La nota della Pontificia Accademia per la Vita del 30 marzo 2020, “Pandemia e Fraternità Universale”, così si esprime a tal proposito: «A quel punto, dopo aver fatto il possibile sul piano organizzativo per evitare il razionamento, andrà sempre tenuto presente che la decisione non può basarsi su una differenza di valore della vita umana e della dignità di ogni persona, che sono sempre uguali e inestimabili. La decisione riguarda piuttosto l’impiego di trattamenti nel modo migliore possibile sulla base delle necessità del paziente, cioè la gravità della sua malattia e il suo bisogno di cure, e la valutazione dei benefici clinici che il trattamento può ottenere in termini di prognosi. L’età non può essere assunta come criterio unico e automatico di scelta, altrimenti si potrebbe cadere in un atteggiamento discriminatorio nei confronti degli anziani e dei più fragili. È del resto necessario formulare criteri per quanto possibile condivisi e argomentativamente fondati, per evitare l’arbitrio o l’improvvisazione nelle situazioni di emergenza, come la medicina delle catastrofi ci ha insegnato... La ricerca di trattamenti per quanto possibile equivalenti, la condivisione delle risorse, il trasferimento dei pazienti sono alternative che vanno attentamente considerate, nella logica della giustizia. In ogni caso, non dobbiamo mai abbandonare la persona malata, anche quando non ci sono più trattamenti disponibili: cure palliative, trattamento del dolore e accompagnamento sono esigenze da non trascurare» (vedi: www.academyforlife.va).

Conclusione

Penso che dovremmo tutti sviluppare un “supplemento di saggezza” che ci permetta di imparare dall’esperienza vissuta e di riorganizzare la sanità secondo principi di solidarietà e collaborazione. Forse sarà il nostro più efficace “antivirus” capace di attivare le risorse della scienza ma anche quelle della persone, dei nostri sentimenti, del nostro comune impegno per aiutarci, curarci, correggere certe derive della società. Nel suo istantaneo volume “Nel contagio” (Einaudi, Torino 2020), Paolo Giordano conclude così: «Nel Salmo 90 c’è un’invocazione che mi torna spesso in mente in queste ore: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”. Forse mi viene in mente perché non facciamo altro che contare. Contiamo gli infetti e i guariti, contiamo i morti, contiamo i ricoveri e le mattine di scuola saltate, contiamo i miliardi bruciati dalle borse, le mascherine vendute. E contiamo e ricontiamo i giorni, soprattutto quelli, i giorni che ci separano da quando l’emergenza sarà passata. Ho però l’impressione che il Salmo voglia suggerirci un computo diverso: insegnarci a contare i nostri giorni per dare un valore ai nostri giorni. A tutti, anche questi che ci sembrano solo un intervallo penoso. Possiamo dirci che la covid-19 è un incidente isolato, una disgrazia o un flagello, gridare che la colpa è tutta loro. Oppure, possiamo sforzarci di attribuire un senso al contagio. Fare un uso migliore di questo tempo, impiegarlo per pensare ciò che la normalità c’impedisce di pensare: come siamo arrivati qui, come vorremo riprendere. Contare i giorni. Acquistare un cuore saggio. Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano».

di Renzo Pegoraro
Cancelliere della Pontificia accademia per la Vita