· Città del Vaticano ·

La prima immunizzazione è il diritto

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Conversazione con il filosofo Roberto Esposito

04 maggio 2020

La pandemia di coronavirus è il primo evento veramente globale, destinato a lasciare un segno profondo nel nostro tempo e nel nostro modo di pensare il rapporto tra potere, società e vita. «Non esistono comunità storiche prive di forme di immunizzazione» e la prima immunizzazione «è il diritto, senza il quale i conflitti diverrebbero insostenibili». Di questo è convinto Roberto Esposito, professore di filosofia teoretica alla Scuola Normale Superiore di Pisa. La sua riflessione intreccia temi giuridici, teologici, antropologici e biologici aprendo la strada di una nuova filosofia politica. Molti suoi testi, tra i quali Communitas. Origine e destino della comunità (Einaudi, 2004) e Immunitas. Protezione e negazione della vita (nuova edizione Einaudi, 2020), hanno ridisegnato il dibattito filosofico contemporaneo. Nel suo recente libro Pensiero Istituente (Einaudi, 2020) analizza la crisi della politica proponendo un nuovo paradigma fondato su una prassi realistica, aperta e innovativa. A lui abbiamo chiesto un orientamento per capire che tipo di mondo rinascerà dalla pandemia.

Oggi tantissimi si affrettano a dare “profezie” apocalittiche. Altri invece dicono che non cambierà nulla. Come sarà il mondo del “dopo”?

Certamente un mondo diverso. C’è chi sostiene che questa crisi pandemica non è poi tanto diversa da altre, antiche e moderne, che ci sono state lungo il corso della storia, poi superate senza lasciare tracce nel tessuto profondo della società. Non sono di questo parere. Intanto le grandi pandemie hanno mutato profondamente le società in cui sono apparse. Per esempio, la peste nera del 1300 ha di fatto chiuso il Medioevo, preparando le condizioni per l’avvento dell’epoca moderna, favorendo la nascita degli Stati moderni necessari a contenere rischi, altrimenti insostenibili, di disgregazione sociale. Inoltre questa pandemia è il primo evento, anche più delle guerre mondiali, veramente globale. Nessun paese è stato o sarà risparmiato, come invece è accaduto durante le guerre. Naturalmente ciò non vuol dire che produrrà un numero paragonabile di morti. Ma quando mai, in tempo di pace, si sono visti sfilare camion pieni di cadaveri perché i cimiteri locali erano insufficienti o scavare fosse comuni a cinquecento chilometri da New York? Quando mai è riapparsa la pratica, tipicamente militare, del triage, in cui si è dovuto scegliere tra chi tenere in vita e chi abbandonare alla morte? Tutto ciò — per non parlare della tremenda crisi economica e sociale che ci attende — non potrà non avere effetti profondi e durevoli sulla prossima forma di vita delle nostre società. Dal momento che a essere messa in discussione è l’anima stessa della società, cioè la relazione interumana. Certo, una certa dose di immunizzazione è necessaria. Nessun corpo individuale o collettivo potrebbe sopravvivere senza un sistema immunitario. Non esistono comunità storiche prive di forme di immunizzazione, la prima delle quali è il diritto, senza il quale i conflitti diverrebbero insostenibili. Ma l’equilibrio tra comunità e immunità è molto delicato. Oltre una certa soglia d’intensificazione l’immunità, che serve a proteggere la vita collettiva, può pervenire a negarla. È quanto accade, sul piano biologico, con le malattie autoimmuni, quando la protezione immunitaria si rivolge contro lo stesso corpo che dovrebbe difendere, portandolo alla distruzione.

Uno dei temi centrali della sua ricerca filosofica è la biopolitica. Per Foucault la biopolitica è, in generale, l’insieme delle pratiche mediante cui i poteri agiscono sui corpi e sulla vita biologica. Non crede che la pandemia — con tutte le questioni poste dalle misure di sicurezza, e non solo — riproponga in una luce nuova il binomio potere/vita? Il virus può colpire tutti, anche i potenti, e costringe il potere politico a riscrivere la propria “agenda”.

Nel mondo della filosofia — che in questa vicenda non mi pare stia dando il meglio di sé — si oscilla tra due interpretazioni estreme e secondo me entrambe fuori bersaglio. Quella ipernegativa secondo cui la crisi sarebbe stata provocata, o comunque adoperata, dai governi per accrescere il loro potere di controllo sulla popolazione. Naturalmente la preoccupazione nei confronti di una limitazione delle libertà personali è più che fondata. Come anche quella su un eccessivo spostamento del potere dal legislativo all’esecutivo. C’è un limite oltre il quale la decretazione di urgenza può creare un punto di rottura nei sistemi politici democratici. Ma quando si parla di “stato di emergenza” o di “eccezione” — certamente attivato oggi in Italia — non bisogna legarlo a una scelta voluta dai governi, ma all’improvviso e imprevedibile stato di necessità che l’esplosione della pandemia ha determinato. Come ben sanno i grandi giuristi, la necessità è fonte del diritto almeno quanto la volontà sovrana. Naturalmente uno stato di eccezione in un paese democratico non può travolgere le libertà personali senza snaturarlo. E soprattutto non può essere protratto per troppo tempo. Come per la relazione tra comunità e immunità, è sempre questione di equilibrio e senso del limite. L’altra interpretazione corrente, tutta affermativa, è che il virus abbia ristabilito l’uguaglianza o addirittura, come qualcuno arriva a sostenere, possa portare al comunismo, perché metterà fine alla globalizzazione liberale. Ora è vero che in questi mesi tragici è stato ristabilito un tragico principio di eguaglianza nel senso che ciascuno può essere colpito dal virus fino a morire. Ma il principio che gli uomini sono uguali perché tutti raggiungibili dalla morte violenta, sostenuto da Hobbes per legittimare la creazione dello Stato Leviatano, non mi pare costituisca un’opportunità da valutare positivamente. La biopolitica cui lei faceva riferimento coglie la relazione antinomica tra vita e morte nella gestione del potere. C’è però una differenza di fondo tra una politica fatta in nome della vita e un’altra che fa della morte di alcuni la condizione della vita di altri, come ha fatto il nazismo nella maniera più catastrofica.

In questa difficile fase, uno degli aspetti che sono emersi con maggiore nettezza è stata la divisione dell’Unione europea, con la solita contrapposizione tra stati del sud e stati del nord. Lei pensa che questa pandemia segni l’inizio di una crisi profonda per l’Europa? Il nostro senso di comunità europeo è stato danneggiato in modo irreparabile?

Questa pandemia non segna l’inizio di una crisi profonda per l’Europa, ma testimonia che l’Europa politica è già da tempo in una crisi profonda e che anzi, per certi versi, essa non è mai nata. Il passaggio di sovranità dagli stati nazionali all’Unione europea è stato troppo debole perché potesse nascere qualcosa di simile a una federazione anche lontanamente assimilabile agli Stati Uniti d’Europa. Perché questo potesse accadere l’Europa avrebbe dovuto condividere cose decisive come lingua, valori fondanti, simboli comuni. Tutto ciò non si può inventare. Magari — ma forse oggi è troppo tardi — sarebbe stato possibile spingere in questa direzione con alcune riforme cruciali, come quella, ad esempio, dell’elezione diretta di un Presidente del parlamento europeo. Era quanto proponemmo, qualche tempo fa con Ernesto Galli della Loggia. Ma la proposta, dopo qualche apprezzamento delle stesse autorità europee, è caduta nel vuoto. L’altro elemento portante della nostra analisi era la ricerca di una possibile identità europea proprio nel rapporto, teso ma potenzialmente vitale, tra Europa centro settentrionale ed Europa mediterranea. Purtroppo, le linee di frattura che la crisi attuale, ma già per altri versi quella immigratoria, ha messo in evidenza passano proprio tra queste due Europa, divise soprattutto dal differente modo di concepire il rapporto tra politica ed economia, oltre che da differenze altrettanto forti di carattere socio-culturale. Detto questo, mi pare che ultimamente una qualche ricerca, se non di unità, almeno di mediazione tra esigenze e interessi diversi, stia emergendo. Speriamo che non sia soltanto una strategia comunicativa, ma riveli una qualche consapevolezza che, nella loro vulnerabilità, i paesi europei condividono lo stesso destino nei confronti delle altre potenze mondiali.

Gli effetti della pandemia sul tessuto sociale, soprattutto in Italia, creeranno nuove forme di conflitto? Prevarrà l’avversione o la solidarietà?

Io credo entrambi. Un conflitto — spero di tipo solo politico — è inevitabile nella situazione di impoverimento in cui il paese è destinato a cadere. Credo che la battaglia, ripeto politica, a favore della libertà vada fatta anche con strumenti fino adesso evitati. Per esempio, personalmente sarei d’accordo su una tassa, anche ingente, sulla grande proprietà immobiliare. Detto questo, credo che questa vicenda tragica abbia messo in evidenza, e anche stimolato, forme di solidarietà, non solo tra medici e infermieri, ma anche nel mondo cattolico, in quello del volontariato, delle organizzazioni non governative. Anche da questo punto di vista non sarà più come prima. Io spero che questi mondi trovino il modo di manifestare la loro presenza sul piano sociale e anche politico.

Sul piano geopolitico, lei crede che diventeremo tutti più “cinesi”, nel senso che il ruolo della Cina, in virtù del suo peso economico, sarà sempre più preponderante? Sarà la Cina e risollevare l’Occidente e il suo capitalismo malato?

Onestamente non lo credo. Certo, la Cina ha giocato la sua partita in modo forte, dando prova anche di una notevole capacità tecnico-organizzativa. Alla fine, immagino che sul piano geopolitico prevalgano le relazioni tradizionali con gli alleati occidentali. Per quanto anche con l’America ci siano notevoli differenze, rispetto all’Europa, soprattutto con l’attuale governo americano, mi pare che alla fine le analogie culturali e ideologiche restino maggiori delle distanze.

Che ruolo può giocare la spiritualità cristiana nella ripresa? 

Secondo me un ruolo importante. Ma attenzione, la situazione è di grande rischio per la Chiesa. Anche in questo caso la crisi che viviamo non sarà senza effetti. La Chiesa può uscire da questa vicenda o notevolmente rafforzata o profondamente indebolita. La linea di confine tra queste due possibilità mi pare definita proprio dal termine “‘spiritualità”. Se prevarranno gli interessi di parte, che pure nella Chiesa legittimamente ci sono, allora sarà difficile ricostruire un rapporto intenso con la comunità dei credenti. Se invece prevarrà una interpretazione universalistica, cattolica nel senso forte e originario del termine, allora la Chiesa potrà giocare — ma questo verbo mi appare inadeguato — un ruolo di primo piano nella definizione della società a venire.

di Luca M. Possati