· Città del Vaticano ·

La meraviglia di stare al mondo

Una delle rappresentazioni di Vasari nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze

Quattro pagine - Approfondimenti di cultura, società, scienze e arte

22 maggio 2020

Un fisico sottile, elegante, un sorriso gentile, un’intensità di sguardo che regala giovinezza al volto, una voce garbata che afferma perentoria e con grande limpidezza i valori in cui crede. Scienziato di fama internazionale Lamberto Maffei, neurobiologo, ha legato il suo nome a studi di grande rilevanza, ha insegnato nelle più importanti università del mondo, ha ricevuto premi e riconoscimenti prestigiosi. Toscano di Lucca, anche se nato a Grosseto, somiglia in qualche modo alla città dove è cresciuto. Perché Lucca si tiene stretto il suo prezioso passato ma senza clamori, ed è rimasta una città semplice e appartata come un’incantevole perla nascosta dall’argine erboso delle sue mura, dove si passeggia tra platani, lecci e ippocastani sotto un cielo che a volte ha un azzurro d’oriente.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche e di saggi bellissimi rivolti a un pubblico di lettori e non solo di studiosi, Maffei è capace di scendere dai cieli dell’astrazione nella concretezza del mondo e di avventurarsi nelle sue strade che sono fatte di terra e di sassi. Aperto al futuro e quindi all’immaginazione ha un talento raro, quello di non isolare la scienza ma di porla a un crocevia di discipline, usando un linguaggio di grande suggestione evocativa che si alimenta di una profonda cultura classica. Per spiegare la scienza Maffei utilizza le parole degli scrittori, i versi dei poeti, le immagini dei pittori in un umanesimo integrale che è la sua risposta alla riflessione sull’uomo. Vitam instituere recitava un’antica formula giuridica, cioè dare forma, plasmare, inventare la vita e, aggiunge Maffei, se occorre ribellarsi, pacificamente ma fermamente, quando in gioco sono i diritti fondamentali dell’uomo, le garanzie democratiche, la convivenza civile, il principio dell’uguaglianza, la solidarietà e il sentimento della fraternità. La grande lezione di Maffei è non rinunciare mai a pensare, è usare il cervello, questo straordinario strumento che l’uomo ha ricevuto in dono e a cui lui ha dedicato tutta la vita di studioso, salvando il tempo della riflessione in questo mondo che ha fatto della rapidità la sua imperfetta andatura.

Il primo ricordo della tua vita?

Sono nato a Grosseto dove mio padre era di passaggio per lavoro. Sotto la nostra casa c’era un ortolano. Erano persone gentili, sorridenti. Ricordo i colori e i profumi della bottega, il rumore di un pozzo che era lì accanto e dove le pale giravano per tirare su l’acqua e infine la loro figlietta, piccola come me, e con un nome poetico che non avevo mai sentito, Ermellina. È un ricordo dolce, festoso a cui purtroppo si aggiunge un’immagine triste di molti anni dopo. Ero medico e ritrovai per caso Ermellina in una corsia d’ospedale dove aveva fatto un elettroshock. Dopo di allora non ne seppi più nulla.

Chi ha contato di più nella tua formazione?

I miei genitori erano di Lucca. Mio padre antifascista fu costretto a emigrare, poi fu fatto prigioniero dai francesi e mandato in Africa con la Legione straniera. Carote e acqua, raccontava, erano state per mesi la sua sopravvivenza, ma almeno, così si consolava, aveva imparato il francese. Con mia madre lasciammo Grosseto e ci stabilimmo in un paesino vicino Lucca dove saremmo restati fino alla fine della guerra. Lei era una donna piccola, magra con un volto e degli occhi bellissimi. Aveva studiato poco, ma era curiosa, leggeva tanto e scriveva anche tanto ai parenti emigrati in America. Finite le elementari cominciò ad affidarsi a me, sicura che avrei scritto lettere più belle. Tagliava e cuciva, piccoli lavoretti con la sua vecchia Singer a pedali, per guadagnare qualcosa in quel tempo di grande povertà. Ed ebbe il coraggio, sapendo di rischiare la fucilazione, di accogliere e nascondere in casa un soldato inglese inseguito dai tedeschi fino a quando arrivarono altri partigiani per condurlo in un luogo più sicuro. I miei genitori mi hanno insegnato tanto, ma su tutto il valore della libertà. Quella buona, di chi fa il proprio dovere e rispetta le regole perché rispetta gli altri.

C’è una dedica bellissima in un tuo libro che suona così: «Ai miei genitori che mi hanno fatto studiare». Poche parole capaci di raccontare un mondo e una scala di valori.

Non era affatto scontato a quei tempi e in una famiglia modesta come la mia. E per studiare non intendo solo andare a scuola e poi all’università, i miei genitori fecero molto di più. Quando la guerra finì e mio padre tornò ci trasferimmo a Lucca. La nostra casa era proprio al centro, in una strada dal nome beneaugurante, via delle Chiavi d’oro, e dalle finestre si vedeva quella meraviglia che è la Torre Guinigi con i lecci che svettano sulla cima. Avevo 10 anni, amavo leggere e ricordo che alla festa di Santa Croce in piazza San Michele, i miei genitori mi regalarono il mio primo libro, una Bibbia dalla bella legatura e con splendide illustrazioni. Ricordo ancora il prezzo che mio padre pagò senza battere ciglio, 100 lire, una cifra altissima per quei tempi e per loro. Da allora di libri me ne regalarono tanti. E poi mio padre quando si faceva la barba con la sua bella voce recitava poesie e questo mi permise di familiarizzare presto con la musica dei versi. Era fattore, lo stesso mestiere del padre di Pascoli, e ripeteva spesso La cavallina storna, forse per esorcizzare qualche timore. Non cercò mai di indirizzare il mio futuro, assecondò sempre le mie scelte, limitandosi a ripetere che era importante nella vita «non avere padrone». Quando decisi che mi sarei iscritto a Medicina commentò soddisfatto: «Se fai il medico sarai un uomo libero». E allora un medico era veramente libero.

E la scuola che ruolo ha avuto nella tua formazione?

Fino alle scuole medie ero bravino ma non bravissimo e non incontrai né libri né persone capaci di lasciare un segno nella mia vita. Tutto cambiò alle superiori. Mi iscrissi al Liceo scientifico Vallisneri non per un’indicazione culturale — la materia che preferivo era italiano — ma per seguire i miei amici che compatti avevano scelto quella scuola. Lì trovai un’insegnante di inglese di grande cultura e raffinatezza. Sotto la sua guida cominciai a tradurre poesia e nel 1953 fui tra i vincitori di un Premio nazionale riservato agli studenti delle superiori. Quel viaggio a Londra, accompagnato da due docenti, tra la scoperta della città, le visite ai musei, un grande ricevimento alla Bbc, le corse dei cavalli fu un’esperienza indimenticabile. Anni di vera formazione, quelli del liceo. Leggevo di tutto, narrativa, teatro e tanta poesia e si aggiunse anche la scoperta dell’opera lirica — essendo lucchese ero naturalmente pucciniano — quell’unione tra parola e musica che quando si incontrano non si lasciano più, come in un matrimonio felice. Poi venne la facoltà di Medicina. Mi accorsi subito che nella Scuola Normale di Pisa avevo trovato l’ambiente adatto a crescere tra studenti brillanti e docenti di altissimo livello. Lì conobbi il professor Giuseppe Moruzzi, astro della fisiologia e uomo di vastissima cultura, con il quale iniziò un rapporto destinato a durare tutta la vita. «Per essere nella scienza moderna bisogna conoscere le lingue» ripeteva e ascoltai il suo consiglio. Studiavo moltissimo e, per riposarmi dalla scienza, leggevo romanzi e poesie. Subito dopo la laurea il professor Moruzzi mi mandò a Parigi. Da allora ho trascorso molti anni nei laboratori di diverse parti del mondo e ricordo che a un certo momento pensai anche di stabilirmi in Inghilterra. Intanto nel 1963 mi ero sposato e avevamo avuto una bimba, Margherita, futura biologa molecolare. Mia moglie Graziella, che è stata per me una presenza insostituibile e che con infinita pazienza mi ha sempre dato preziosi suggerimenti nella stesura dei miei libri, era d’accordo, ma poi decisi di rientrare in Italia.

La tua attività di ricerca si è sviluppata attorno allo studio del sistema visivo con risultati importantissimi: una nuova teoria della visione, l’avvio di inediti filoni di ricerca e una ricaduta importante sul piano diagnostico e terapeutico anche nella prevenzione. «Ai veri poeti il primo verso viene regalato da Dio, mentre tutto il resto è dura fatica» così scriveva Rainer Maria Rilke. Vale anche per gli scienziati?

La frase è suggestiva e credo che in qualche modo valga anche per gli scienziati. La prima idea è molto simile all’intuizione del poeta ed è sostenuta dalla curiosità di conoscere, di unire un pensiero all’altro. Poi viene l’impegno che è figlio della curiosità e dell’entusiasmo, quindi il duro lavoro. Tra le tante doti di un ricercatore giudizioso citerei la modestia e subito dopo la pazienza e l’ottimismo. Quando poi accade di dimostrare qualcosa è una gioia immensa, come aver scoperto il mondo. Ed è anche la confortante sensazione di rinnovare il legame con il resto della comunità scientifica. Perché ogni scoperta è come un gradino salito da dove altri ricercatori ripartono per avanzare in quella scala infinita che è l’umana conoscenza.

Partendo dai nuovi scenari aperti dalle tue ricerche tu hai fatto qualcosa di molto importante, hai avvicinato la scienza alla vita scrivendo dei saggi che propongono nel titolo il termine Elogio, una parola ricca di suggestioni letterarie e dove esprimi il tuo sentimento dell’uomo, la tua passione civile. Partiamo dall’«Elogio della parola».

Con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione e le nuove possibilità offerte dall’era digitale la parola, grande conquista evolutiva della nostra specie, si è un po’ spenta. Di fronte a questa fuga dalla parola è inevitabile chiedersi quali modificazioni possano intervenire non solo nelle modalità comunicative, ma nei meccanismi cognitivi perché il linguaggio verbale genera il pensiero e il cervello è un organo plastico che ha bisogno di continui stimoli. Per questo è importante una “scuola della parola”, in particolare nella primaria e quindi nell’educazione dei giovanissimi, cioè il linguaggio della parola come comunicazione sociale invece del texting, lo scrivere messaggi sullo smartphone, che è una comunicazione sostanzialmente visiva. La parola infatti è veicolo principe per esplorare insieme la bellezza e la complessità del reale. Del resto io penso che la scuola abbia come principale compito quello di preparare cittadini critici, che partecipino attivamente alla vita del paese e che non siano passivi sudditi.

Con l’«Elogio della parola» hai vinto il Premio Asimov per la saggistica scientifica, la cui giuria è composta da studenti delle superiori.

Fu una bella conferma: i ragazzi avevano raccolto il mio appello a non dimenticare la ricchezza umana della parola che è ragione, è poesia, è musica.

Nell’«Elogio della lentezza» affronti il tema del contrasto tra il mondo veloce in cui viviamo e il cervello che è una macchina lenta.

Partiamo da una considerazione di Einstein: «I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi. Gli uomini sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti». I nostri antenati, diciamo Lucy vissuta 3,2 milioni di anni fa, erano istintuali e dominati dalla visione: di fronte a un leone fuggivano perché nel pericolo non c’è da pensare ma da difendersi. Con la conquista della parola la visione è cambiata. In tempi recenti assistiamo al ritorno della visione che prevale sulla riflessione e il pensiero lento. Le conseguenze sono molteplici: l’accelerazione comincia a rubarci il tempo e a sottrarci il sonno; ci affanniamo con il nostro cervello lento a inseguire inutilmente le macchine che sono veloci, un po’ come avviene quando non riusciamo a leggere il nome delle stazioni perché il treno corre troppo rapido; nei luoghi deputati all’apprendimento vengono trascurati gli spazi di costruzione del pensiero. La difesa della lentezza diventa anche una istanza politica e una questione civile. Il dispotismo infatti vive dell’ideologia dell’immediatezza, mentre il senso del Parlamento è moderare la velocità delle decisioni. Se la decisione deve essere immediata come sul campo di battaglia a decidere è il Generale. Vorrei aggiungere ancora una riflessione. Per l’elogio della lentezza ho scelto un’immagine-simbolo. Nel Salone dei Cinquecento a Firenze il Vasari nella seconda metà del XVI secolo raffigurò delle tartarughe con una vela gonfiata dal vento sul loro carapace e accompagnate dal motto Festina lente (“affrettati lentamente”). Un ossimoro per ricordarci che occorre riflettere prima di decidere e, aggiungo, pensare prima di credere.

E veniamo all’«Elogio della ribellione» che forse è il mio prediletto perché indignazione, intransigente difesa di valori umani e pacifica rivolta convivono nel sogno di un mondo migliore.

Personalmente mi sento in rivolta verso un mondo dominato dalle leggi del denaro, dall’ingiustizia e dalle disuguaglianze. «Maestro — scriveva Shakespeare — vorrei sapere come vivono i pesci nel mare. Come gli uomini sulla terra: i grandi si mangiano quelli piccoli». La distinzione in classi sociali, anche solo a pensarla, è una perdita della dignità dell’uomo. Quanto ai muri e ai fili spinati che dividono fratelli da fratelli sono un crimine contro l’umanità. Al contrario è imperativo morale accogliere, sostenere, aiutare ed esercitare la misericordia senza esitazioni. La ribellione della ragione, che non usa armi né mobilitazioni di massa né parole offensive o minacce, è la marcia pacifica di persone che si danno la mano e formando un grande cervello collettivo dicono: tu sei uguale a me per diritti e per doveri e tutti sono utili nella vigna del Signore. Solo la scuola può insegnare che parlare, confrontarsi, aprirsi al dibattito delle idee, ribellarsi pacificamente deve essere il frutto della ragione e non della rabbia.

Una parola che cancelleresti dal vocabolario?

Arroganza.

Una parola che ami?

Meraviglia. Se guardiamo la luna non penso al Sidereus Nuncius, quel libro straordinario che Galilei scrive dopo aver puntato il cannocchiale sulla sua superficie, ma mi vengono alla mente i meravigliosi versi di Leopardi: «Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai, silenziosa luna?». La poesia come la preghiera, come l’incontro con il nostro prossimo e tutte le cose belle che ci circondano, il mare, le nuvole, un tramonto sono la meraviglia di stare al mondo. Anche la ricerca è meraviglia perché, facendo mia una suggestiva immagine che ho letto nella tua intervista a quel grande musicista che è Nicola Piovani, la scienza, al pari dell’arte, è «come l’erba che nasce in mezzo alle quadrelle di cemento, si fa strada comunque».

I tuoi luoghi del cuore.

Lucca, con le sue tante bellezze, e le colline intorno Pisa, quelle «per che i Pisan veder Lucca non ponno» come diceva Dante, ricche di sorgenti ma anche di condotte sotterranee e di serbatoi del grande Acquedotto Mediceo e dove si passeggia tra castagni, lecci e sugheri al suono dell’acqua, che per me è una musica meravigliosa. A questi due luoghi aggiungo il mare, quello di Viareggio che è il mare naturale dei Lucchesi ed è stato il mio per gran parte della vita e quello de La Maddalena che ho scoperto e amato più tardi, in questi ultimi anni.

Come ti definiresti?

Un po’ scienziato, un po’ poeta e un po’ niente.

di Francesca Romana de’ Angelis