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La medicina dei poveri

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Riflessioni sul diritto alla salute in Africa

19 maggio 2020

La pandemia del covid-19 ha evidenziato un’urgenza che interpella tutti i governi africani: la fragilità del sistema sanitario continentale nel suo complesso. Anzitutto è evidentissimo il deficit di risorse umane: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in Africa è presente solo il 3 per cento del personale medico mondiale, nonostante siano ben radicate a livello continentale una lunga serie di malattie endemiche come quelle tropicali neglette, oltre ad aids, tubercolosi e malaria. Dei 20 Paesi con i maggiori tassi di mortalità materna nel mondo, 19 si trovano in Africa. Inoltre, questo continente detiene anche il triste primato mondiale di mortalità neonatale. Come se non bastasse, le malattie non trasmissibili, come cancro, ipertensione, malattie cardiovascolari e diabete, sono in aumento; per non parlare degli infortuni che rimangono statisticamente tra le principali cause di decesso. Bisogna infine considerare che le necessità sanitarie di base sono ancora negate a milioni di persone: si calcola, ad esempio, che solo il 58 per cento della popolazione che vive nell’Africa subsahariana abbia accesso a forniture d’acqua sicura.

Secondo il dottor Gianfranco Morino, chirurgo piemontese da 34 anni in Africa, impegnato in progetti di sviluppo e nella formazione del personale locale, emblematica è la situazione della capitale keniana, Nairobi, dove vive, «modello esemplare della città della diseguaglianza». Fondatore, insieme alla moglie e a molti amici, dell’associazione World Friends e in particolare del Ruaraka Uhai Neema Hospital di Nairobi, Morino è convinto che la principale malattia dell’Africa sia la povertà. «Non possiamo parlare di sanità e di universal health coverage (“copertura sanitaria universale”) senza tenere conto dei determinanti sociali della salute come il reddito, l’istruzione, l’alimentazione, l’abitazione, il lavoro. Come medici ed operatori sanitari in queste periferie dell’uomo, non possiamo limitarci alla “clinica ed alla cura” ma il nostro compito etico è di essere promotori dei diritti umani, e prima tra questi quello alla salute con il presupposto indispensabile della giustizia sociale».

La salute pertanto in Africa è ancora un privilegio per pochi, col risultato che l’accesso all’assistenza sanitaria è limitato dalla capacità di pagamento dell’individuo. In Kenya, ad esempio, una percentuale enorme di famiglie povere, sia negli slum (baraccopoli), come anche nelle zone rurali, non può permettersi l’assistenza sanitaria. Circa 4 keniani su 5 non hanno accesso all’assicurazione medica, con l’inevitabile esclusione di una quota importante della popolazione dai servizi sanitari di qualità. Sulla carta un po’ tutti i governi sono consapevoli della stretta relazione tra economia, welfare e salute, come anche sono sempre più convinti che un sistema sanitario efficace e ben gestito possa essere uno dei migliori deterrenti contro la povertà, garantendo alti indici di produttività lavorativa.

In questi ultimi anni vi è stata certamente una crescita notevole dei fondi sanitari cosiddetti verticali (in gran parte provenienti da donor internazionali), orientati cioè verso precise patologie come l’aids, la tubercolosi, la malaria, ecc. che dipendono dall’aiuto internazionale e dalle iniziative private. I risultati in materia di ricerca, vaccini, prevenzione, sono stati notevoli, ma l’effetto perverso che è emerso è stato quello di un indebolimento dell’aiuto ai sistemi sanitari di base detti anche orizzontali. Tali sistemi riguardano la salute in termini generali: accesso alle cure e alle medicine per tutta la popolazione senza discriminazioni, contrasto alla mortalità infantile e materna, lotta contro le malattie banali ma che mietono vittime come la dissenteria dovute spesso alla povertà, alla mancanza d’igiene, all’assenza di acqua potabile. Si può analizzare all’infinito la varietà di sistemi sanitari esistenti in Africa o che tentano di esistere. Si tratta di una sinergia complessa che riguarda non solo le infrastrutture di base, ma soprattutto gli operatori sanitari, le cure prodigate, i meccanismi di vendita e acquisto dei farmaci, i donor internazionali, le ong, le chiese... nonché i semplici cittadini, i malati o addirittura i portatori sani o asintomatici che dir si voglia. Può sembrare più sicuro, più semplice e immediato, quando si è donatori, finanziare obiettivi chiari e diretti. Ed è proprio questa una delle ragioni per cui vi è una maggiore propensione verso i fondi verticali. In questo contesto le richieste della società civile ed in particolare degli operatori sanitari sono sempre più orientate verso una sorta di compromesso: la cosiddetta politica “diagonale”. Il che significa tecnicamente riservare almeno parte del finanziamento al sostegno dei sistemi sanitari di base.

È uno sforzo che va incoraggiato e diffuso il più possibile non foss’altro perché i sistemi sanitari presenti sul territorio — nelle zone rurali e urbane — alla prova dei fatti si rivelano sempre più strategici per soddisfare le necessità della gente. Una questione a parte è quella delle aree di crisi. Basti pensare ai molteplici conflitti armati che hanno interessato l’Africa subsahariana in questi anni: dalla Somalia, alla Repubblica Centrafricana, dal Sud Sudan alla Repubblica Democratica del Congo. L’impegno nelle cure di emergenza assicurate gratuitamente dalle ong in queste periferie del mondo è stato certamente ammirevole, anche se i limiti temporali imposti dalla programmazione dei progetti è tale per cui questi organismi non potranno mai rispondere pienamente alle istanze di una politica sanitaria durevole e stanziale. A ciò occorre inoltre aggiungere il bisogno, in ogni caso, di una maggiore cooperazione Nord/Sud nella ricerca universitaria in quanto i dati statistici e le casistiche in generale raccolti in Africa possono essere condivisi con altre università più avanzate, in paesi dove è più facile accedere al credito.

Una cosa è certa: la vera sfida, affinché il diritto alla salute sia per tutti, riguarda, oggi più che mai, la definizione di un modello mutualistico sostenibile con l’obiettivo di lungo termine per ottenere un’autonomia durevole e l’affermazione di meccanismi di autofinanziamento. Dovrebbe essere certamente partecipativo, espressione di una dinamica sociale sì da influenzare ovvero pilotare politiche sanitarie solidali, in sinergia con il potere statuale. Non dovrebbe, dunque, dipendere direttamente dal governo in carica altrimenti si potrebbero innescare dei meccanismi che condizionerebbero la governance di un sistema comunque tendenzialmente soggetto a contaminazioni di vario genere, come quella corruttiva.

Per ricapitolare, dunque, il sistema sanitario, alla luce anche dell’esperienza del mondo missionario, per funzionare dovrà necessariamente essere: solidale, dinamico e partecipativo. D’altronde, a scanso di equivoci, è di ispirazione cattolica il 70 per cento del welfare sanitario dell’Africa, secondo dati dell’Oms. È evidente che la partnership tra pubblico e privato auspicata in più circostanze dall’Oms deve comunque rispondere a logiche inclusive, attente ai bisogni dei ceti meno abbienti. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha dichiarato recentemente, in riferimento alla pandemia del coronavirus, che stiamo attraversando «un momento decisivo per la società moderna. La storia giudicherà l’efficacia della risposta non dalle azioni di ogni singolo gruppo di attori governativi presi isolatamente, ma dal grado in cui la risposta è coordinata a livello globale in tutti i settori a beneficio della nostra famiglia umana».

di Giulio Albanese