· Città del Vaticano ·

La lezione del legno

Roberto Benigni a lezione di falegnameria da Stefano Nespoli

Mestieri alla prova del covid-19

15 maggio 2020

Lignarius, fiore all’occhiello dell’artigianato del Rione Monti


«Pensare con le mani» non è solo uno slogan, è un’esperienza reale, spiega Stefano Nespoli, fondatore di Lignarius, insieme a Paola Staccioli: uno spazio ampio, coloratissimo, pieno di opere realizzate da generazioni di studenti. Molto di più di un semplice laboratorio di falegnameria.

«Sto leggendo un libro del carpentiere-filosofo Arthur Lochmann, La lezione del legno» continua Stefano, spiegando che le potenzialità educative di un’attività artigianale sono grandissime. Restaurare un mobile antico o decorare un tavolo regala concretezza, restituisce a chi lavora una vita meno “liquida”, più ancorata alla realtà, e al tempo una dimensione più umana. Nelle storie di formazione dove il maestro è il legno si impara a pensare facendo; protagonisti sono i profumi delle essenze, l’inclinazione del braccio nell’atto di un taglio, il prolungamento di sé negli strumenti del mestiere, la condivisione di spazi e gesti con gli altri artigiani. Ma anche l’errore, la fatica, i problemi da risolvere in fretta, i conti da far quadrare. Adesso, in piena crisi covid-19, l’oasi Lignarius rischia di chiudere perché, paradossalmente, chi ci lavora è troppo bravo a fare troppe cose, accogliendo chiunque abbia bisogno di aiuto, e la struttura, per la sua natura ibrida, rischia di venire esclusa da bandi e finanziamenti. L’allievo più famoso e recente è Roberto Benigni, che ha voluto imparare i gesti di un falegname “vero” prima di interpretare Geppetto nell’ultimo film di Garrone; ma da Lignarius, negli ultimi trent’anni, sono passati migliaia di studenti e apprendisti. Paola Staccioli ci spiega perché.

Come è nata la vostra passione per le arti applicate?

Per Stefano, nasce già nell’adolescenza. Frequentava la scuola d’arte e durante l’estate imparava il mestiere da un restauratore e doratore. Poi ha trasformato le sue conoscenze in lavoro, aprendo un laboratorio ai Castelli romani. Per me la spinta iniziale è venuta invece dal forte interesse per le tradizioni popolari e del lavoro nella Roma dei secoli passati. La comune volontà di salvaguardare mestieri e tecniche in via di estinzione ha portato alla nascita di questa esperienza collettiva.

... chiamata Lignarius

È il 1986 quando Stefano decide di trasferire la sua attività a Roma, aprendo un negozio di antiquariato e restauro mobili. All’avventura mi aggiungo presto io che, fresca di studi sugli antichi mestieri romani, ha ancora nella mente il faber lignarius, il falegname. Così nasce il nome che ci accompagna ormai da trentacinque anni. Eravamo in via del Boschetto, nel cuore antico del rione Monti, e sempre più persone ci chiedevano di frequentare il laboratorio, o mandare un figlio a imparare il mestiere. Ma gli apprendisti sono in genere utilizzati più che altro per le incombenze quotidiane del mantenimento di una bottega. Noi non volevamo ripercorrere questa strada, e abbiamo deciso di insegnare, tramandare queste tecniche tramite corsi interamente svolti in laboratori. Così, nel 1992 abbiamo trasformato il negozio in laboratori di restauro, e subito l’esperienza è partita con molti corsi. Di restauro mobili, libri, dipinti, ceramiche, dorature, e poi arti applicate e decorative: vetrate artistiche, mosaico, decorazione pittorica, ceramica, disegno e pittura, scultura. Oltre alle lezioni teoriche di antiquariato. Come docenti, siamo partiti dai restauratori e artigiani del rione. L’interesse ha superato ogni previsione, e in poco tempo abbiamo dovuto prendere altri locali, più ampi. Ogni anno 200-250 allievi partecipavano ai corsi. Ma non solo. Subito abbiamo inserito altre attività: mostre, visite guidate a mercati, case d’asta, capitali europee di arte e antiquariato, e varie altre iniziative culturali, anche in collaborazione con le università.

Qual è l’esperienza di cui siete più fieri?

Non vorrei limitarmi a parlare di un evento, di un percorso formativo specifico, di un restauro importante. Anche se ce ne sono stati. Perché ciò che ci ha reso, e ci rende, più fieri, è proprio l’insieme, la complessità dell’esperienza. Di ricordi ne abbiamo molti, sono state fatte così tante cose che a volte nemmeno le ricordiamo. E ci sorprendiamo nel riscoprirle su un vecchio ritaglio di giornale o in una foto. Ci sono ricordi divertenti, come le imprese con vecchio il pullmino giallo Fiat 238 che pubblicizzava le nostre attività e che abbiamo portato per le strade, nei locali, nelle scuole, dove abbiamo allestito dimostrazioni artigiane, cercando di avvicinare le nuove generazioni ai mestieri della tradizione. Oppure la carta di identità degli antichi manufatti, un modo per poter avere una valutazione “democratica”, senza i costi elevati di una perizia. Ci sono poi i ricordi più seri, come la mostra sul Museo Artistico Industriale (di cui ci piaceva considerarci ideali continuatori) nell’edificio del San Michele o il restauro delle librerie della Banca d’Italia, o ancora i lavori collettivi nel complesso della Chiesa Nuova dei padri filippini. Ma quante sono state in questi trenta anni le iniziative, le trasmissioni, i libri, i corsi, i viaggi, i restauri importanti, i progetti che abbiamo realizzato... Ed è questo insieme, questo patrimonio nel suo complesso, ciò che più ci rende fieri. Le tracce delle migliaia di persone che hanno frequentato i nostri corsi. Fin dagli inizi, Lignarius ha avuto in cantiere anche attività sociali, dalla battaglia per il riutilizzo civile delle vecchie caserme o altri stabili abbandonati, alla formazione e all’orientamento al lavoro di soggetti economicamente e socialmente fragili.

Il mondo dell’antiquariato è affascinante ma senza regole; cosa permette di capire se un mobile è autentico o no?

Non ci sono trucchi che permettono di poterlo stabilire con certezza. Certo, si possono dare consigli, indicazioni, come del resto abbiamo sempre fatto nei corsi di antiquariato. Gli incastri, i chiodi, alcuni particolari nell’usura del legno, le tracce dei tarli... e più in generale le proporzioni fra le varie parti di un mobile. L’armonia delle forme, che non deve essere interrotta da interventi impropri, quindi sicuramente non coevi. Servono poi conoscenze base di storia e di storia dell’arte, per poter collocare l’oggetto nel suo contesto. Ma dobbiamo anche ricordare che tutto è riproducibile. Un bravo falsario usa legni antichi, riproduce materiali e tecniche di costruzione. Ci sono però alcuni particolari che un occhio attento è in grado di riconoscere. Coinvolgendo, oltre alla vista, anche il tatto. Sì, più che di trucchi preferiamo parlare di esperienza, sensibilità estetica, passione, qualcosa che crea una “corrispondenza” con gli oggetti antichi, ma che non può essere spiegato.

Sono tante le storie da raccontare...

Vite, volti, sorrisi che nel corso degli anni si sono avvicinati a Lignarius. Una piccola comunità priva di frontiere, non solo geografiche. Solo per limitarci allo scorso anno, vorremmo parlare dei ragazzi del centro diurno della Asl che trovano nella nostra associazione un ambiente che li accoglie. Ricordando il concerto di chiusura del percorso formativo e la loro emozione nel parlare di noi. Vorremmo raccontare di una donna rom agli arresti domiciliari, che tramite la Croce rossa ha frequentato un corso, e ricordare il suo dispiacere quando, dopo aver appena iniziato un tirocinio lavorativo, è finita di nuovo in carcere perché il campo in cui viveva non dava alle forze di polizia una garanzia sufficiente di reperibilità. Vorremmo raccontare di giovani migranti che, spesso fortunosamente, sono arrivati fin qui da Paesi dove non esiste una cultura dell’antiquariato, del restauro degli antichi manufatti eppure, superato l’iniziale smarrimento — perché lavorare sulle vecchie cose? — diventano restauratori in grado di mettere mano anche su oggetti preziosi. Ci piace ricordare gioie, emozioni, lacrime. Ma vorremmo anche che tutto questo non si fermasse qui. L’obiettivo per noi sarebbe quello di formare una cooperativa sociale composta da un gruppo di restauratori provenienti da altri Paesi, a dimostrazione che questi ragazzi, nell’immaginario collettivo relegati a una manovalanza a basso costo, possiedono grandi capacità e possono diventare ottimi professionisti.

Lignarius è a pochi metri dal Teatro Brancaccio, a un passo dalla gaddiana via Merulana; come sono i rapporti con i vicini di casa?

Siamo nel rione Monti, alle porte del rione Esquilino, la zona multietnica e multiculturale per eccellenza di Roma. Fin dall’inizio abbiamo sempre dato molta importanza all’attività sociale. Poco tempo fa, per esempio, abbiamo ritrovato i manifesti di un Capodanno dei popoli, organizzato il 31 dicembre 1989 con la Rete Sociale Monti. Molte altre sono le iniziative svolte in seguito; sarebbe bello ripercorrerle in un libro, o un dvd. Per limitarci solo agli ultimi mesi, nell’autunno scorso abbiamo portato in scuole, centri anziani, e persino nel palazzo del freddo della gelateria Fassi i Totem della solidarietà, realizzati da un gruppo composto da lievi disabili psichici, migranti e rifugiati, donne disoccupate o espulse dal mercato del lavoro.

di Silvia Guidi