· Città del Vaticano ·

L’anno della disintegrazione

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Il Rapporto del Centro Astalli su migranti e rifugiati in Italia

20 maggio 2020

Per i migranti e i rifugiati, il 2019 è stato l’anno della disintegrazione. E, naturalmente, il 2020 non si è presentato certo con un volto migliore. Complici i decreti sulla sicurezza che si sono succeduti nella prima parte dell’anno scorso e l’intensificazione dei pattugliamenti da parte della Guardia costiera libica, le condizioni di chi è stato costretto a lasciare le proprie terre in cerca di un futuro migliore sono precipitate spesso in un’inattesa riedizione dell’inferno. E chi era già nel Bel Paese ha visto assottigliarsi drasticamente le possibilità di integrazione e di miglioramento delle proprie condizioni di vita. Le politiche per l’accoglienza hanno lasciato spazio a quelle dell’interdizione, e la tendenza è stata quella di rimuovere il problema sotto l’aspetto sociale e promuoverla, in termini negativi, come argomento di propaganda politica.

Gli ingressi in Italia, rende noto il Centro Astalli nel suo Rapporto 2020 presentato questa mattina, sono diminuiti in maniera massiccia. Ma lo stesso non si può dire per le partenze. La differenza sta appunto nell’odissea che molti emigranti si sono trovati ad affrontare nel loro viaggio verso la speranza. Nel 2019, migliaia di persone, si spiega nello studio, «hanno vissuto confinati in una sorta di limbo. Dimenticati nelle carceri libiche, nei campi delle isole greche o persino sulle navi che li hanno soccorsi, lasciati in balìa delle onde per giorni» mentre i Paesi europei «ingaggiavano un vergognoso braccio di ferro su chi dovesse accogliere poche decine di persone».

Solo 11.471 migranti sono approdati in Italia nel 2019 (facendo registrare un calo di oltre il 50 per cento rispetto al 2018 e del 90 per cento in relazione al 2017). «Abbiamo più volte denunciato — spiegano al Centro Astalli — anche con le organizzazioni del Tavolo nazionale asilo, che la diminuzione degli arrivi è soprattutto legata all’incremento delle operazioni della Guardia costiera libica: nell’ultimo anno 8.406 persone intercettate nel Mediterraneo sono state riportate in Libia e lì detenute in condizioni che le Nazioni Unite definiscono inaccettabili». Circa il 35 per cento dei pazienti che si sono rivolti alla struttura Salute migranti forzati del Centro sono risultati vittime di tortura o maltrattamenti, di tratta, di mutilazioni genitali femminili e portatori di disturbi post-traumatici.

Ma, come si accennava, il tema oggi è anche quello dell’indebolimento delle politiche di accoglienza per chi è riuscito ad arrivare. «Le parole integrazione /inclusione sono praticamente sparite dalle agende politiche», osserva il presidente del Centro, padre Camillo Ripamonti. «Molte delle persone che abbiamo incontrato — spiegano nella struttura che fa capo ai gesuiti — hanno avuto difficoltà di ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno. Vite instabili si scontrano con i cambiamenti delle normative e delle prassi dei singoli uffici, rendendo ogni questione burocratica un potenziale labirinto senza uscita».

Nel 2019 è aumentato il numero di accessi al centro d’ascolto di Roma (+29 per cento), soprattutto da parte di persone che, con l’abolizione della protezione umanitaria, si sono trovate all’improvviso nella condizione di poter perdere il permesso di soggiorno. Rispetto all’anno scorso gli utenti che si sono rivolti al servizio sprovvisti di documenti validi sono notevolmente aumentati (+79 per cento).

Agli effetti dei decreti sicurezza si sono aggiunte le complicazioni burocratiche: le autorità di polizia non possono più riconoscere come residenza valida l’indirizzo fittizio né per i richiedenti asilo né per i titolari di protezione umanitaria, che si ritrovano così sprovvisti di un requisito fondamentale per convertire il permesso di soggiorno in permesso per motivi di lavoro.

Anche in conseguenza di questo, circa i due terzi delle persone che si sono rivolte all’ambulatorio del Centro Astalli nel 2019 non risultano iscritte al Servizio sanitario nazionale: nella maggior parte dei casi si tratta di migranti che vivono in Italia da tempo, ma che per difficoltà relative alla residenza o al titolo di soggiorno non sono riuscite ad accedere, o hanno perso l’accesso, all’assistenza sanitaria pubblica. Considerando quanto sta accadendo oggi con la diffusione del covid-19, si può facilmente immaginare quale sia, fra l’altro, la portata sociale di una tale condizione.

A dispetto della narrativa razzista circolata nelle prime settimane della pandemia, secondo la quale le persone di colore o comunque extracomunitarie fossero immuni (argomento subdolo che conduceva a considerarli come portatori sani e diffusori del virus) la realtà è che invece migranti e rifugiati si sono ammalati come tutti. La differenza è semmai che in pochi se ne sono accorti. «La precarietà, la povertà e l’invisibilità a cui abbiamo costretto i migranti non sono nate con la pandemia — spiega padre Ripamonti —. In queste settimane di chiusura caratterizzate dallo slogan “io resto a casa” è diventato ancora più evidente che nel nostro Paese molte persone questa casa non ce l’hanno e tra questi molti migranti che abbiamo reso irregolari nel tempo, con le nostre politiche di esclusione che invece di creare sicurezza creano instabilità sociale».

La trasformazione radicale che ha riguardato il sistema di accoglienza in Italia, ha inferto insomma un duro colpo a quell’accoglienza diffusa che ha caratterizzato negli ultimi anni l’impegno di molte realtà a servizio dei migranti forzati. Il cambiamento principale ha riguardato la possibilità di accesso al sistema stesso. Il Centro Astalli sottolinea come richiedenti asilo e i titolari di permesso per motivi umanitari siano oggi esclusi dall’accoglienza del Siproimi (il servizio di protezione internazionale e per minori stranieri che ha sostituto gli Sprar).

La riduzione dei servizi sociali nei centri accoglienza straordinaria (Cas), ha reso poi più difficoltosa l’emersione e la cura tempestiva delle vulnerabilità. Non a caso nei centri gestiti dal Centro Astalli in convenzione con il Siproimi, rispetto all’anno precedente il numero degli ospiti vulnerabili è salito in proporzione dal 30 al 40 per cento. Le diverse realtà della rete territoriale del Centro nel 2019 hanno accolto complessivamente 835 persone.

Secondo i responsabili dell’organizzazione, depotenziare il sistema di accoglienza pubblico e rimandare le opportunità di inclusione a una “seconda fase” accessibile a pochi è lesivo dei corretti percorsi di accoglienza e integrazione: «Diventa più difficile motivare persone che hanno a disposizione tempi di accoglienza più brevi, e hanno fretta di trovare un’occupazione qualsiasi, a investire tempo nell’apprendimento dell’italiano e nella formazione». Una politica ottusa e, come è ovvio, controproducente. (ma.be.)