· Città del Vaticano ·

Karol Wojtyla nei ricordi del cardinale Parolin e del patriarca Bartolomeo

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Dall'edizione speciale per il centenario della nascita

18 maggio 2020

Dall'edizione speciale dell'Osservatore Romano per il centenario della nascita di Karol Wojtyla riprendiamo i testi degli articoli del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e del Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo.

La copia cartacea dello speciale può essere acquistata al prezzo di 5 euro più le spese di spedizione. Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a: info.or@spc.va 

Una finestra aperta sul mondo


Era rientrato in Vaticano quando mancavano pochi giorni al suo settantesimo compleanno. Io, dall’altra parte dell’oceano, ripensavo a quant’era appena accaduto, un’esperienza davvero unica, umanamente e spiritualmente “travolgente” mi sentirei di definirla, per me e per i milioni di fedeli incontrati lungo il percorso che l’aveva portato praticamente a toccare, in una settimana, l’intera geografia della “terra dei vulcani”.

Città del Messico, 1990. Anche allora era maggio. Lì iniziano i miei ricordi più personali di san Giovanni Paolo II, che avevo salutato rapidamente qualche anno prima durante la visita alla Pontificia Accademica Ecclesiastica. Aveva concluso il suo quarantasettesimo Viaggio Apostolico all’estero, nella cui preparazione e nel cui svolgimento ero stato coinvolto direttamente in quanto Segretario dell’allora Delegazione Apostolica in Messico. Lo stesso Paese che, nel gennaio del 1979, aveva costituito il primo anello di quella impensabile catena di itinerari apostolici per il mondo intrapresi dal Papa “chiamato da molto lontano”, che riuscì ad avvicinare ogni distanza. Non solo quelle chilometriche.

A quei tempi il Messico, pur annoverando il 95 per cento di popolazione cattolica, fervidamente mariana per la presenza del Santuario di Nostra Signora di Guadalupe nella capitale e di numerosissimi altri luoghi di culto dedicati alla Santissima Vergine in tutto il territorio, conservava una Costituzione laicista, che non riconosceva il diritto alla Chiesa di esistere e giungeva persino a proibire le funzioni religiose in pubblico.

Ma Giovanni Paolo II non venne come politico in cerca di accordi, anche se il suo carisma e il suo “impeto” favorirono negli anni immediatamente successivi la trasformazione della politica del Governo in materia religiosa e lo stabilimento delle relazioni diplomatiche con la Santa Sede, in favore dei quali aveva lungamente e tenacemente lavorato l’allora Delegato Apostolico, monsignor Girolamo Prigione. Si presentò, bensì, come pellegrino in cerca di fede. Alla cerimonia di benvenuto in aeroporto disse: «Il Signore, padrone della storia e dei nostri destini, ha stabilito che il mio pontificato fosse quello di un Papa pellegrino dell’evangelizzazione, per percorrere le vie del mondo portando in ogni luogo il messaggio di salvezza». Poco dopo ribadì il concetto, presentandosi come «pellegrino di amore e di speranza, con il desiderio di incoraggiare le energie delle comunità ecclesiali, affinché diano abbondanti frutti di amore a Cristo e di servizio ai fratelli».

Credo si possano condensare queste parole in una sola: missione. Per lui non era un’opzione preferenziale, ma un’esigenza evangelica. Uscire da sé per riscoprire se stessi, perdersi per ritrovarsi: lo insegna il Maestro. Il nome stesso che aveva scelto da Pontefice recava impresso quello del primo grande missionario, Paolo di Tarso. Come lui, aveva ricevuto la chiamata insopprimibile a dilatare le porte di casa per far sentire a casa chiunque avesse raggiunto: la casa del Dio vivente è destinata alla grande famiglia umana. Non solo, ma come l’Apostolo dei Gentili, non si risparmiava, facendosi tutto a tutti per diventarne partecipe con loro (cfr. 1 Cor 9, 23).

Lasciò in me un’impressione indelebile e ispiratrice la fatica che si sobbarcava per essere fedele ai due appuntamenti previsti ogni giorno, uno al mattino e uno alla sera, in differenti parti della Repubblica, con la celebrazione rispettivamente della Santa Messa e di una liturgia della Parola. E con quell’umorismo fine che lo caratterizzava, per cui una mattina, salutando come al solito le decine di migliaia di persone che “assediavano” giorno e notte la sede della Nunziatura Apostolica durante la sua permanenza, pregando e cantando, disse (con riferimento al fatto che quella sera non sarebbe tornato a Città del Messico come faceva gli altri giorni): «Oggi vi do vacanza: riposatevi un poco!».

Si faceva così sempre più strada dentro di me quell’“Aprite le porte a Cristo”: non era solo una coraggiosa esortazione, quanto la consapevolezza che non si possa essere Chiesa se non aprendo davvero le porte di casa al Signore e, con Lui, a tutti i fratelli e le sorelle creati a sua immagine. Un annuncio donato subito al mondo, dall’inaugurazione del Pontificato e dalla prima Enciclica, dedicata al Redentore dell’uomo e all’uomo, via della Chiesa.

Ecco che il servizio diplomatico, nel quale muovevo i primi passi, schiudeva orizzonti più ampi: non domandava solo di portare all’attenzione altrui le proprie legittime ragioni, ma di aprire, noi per primi e a tutti, le porte di casa, nel nome di Gesù. Si trattava di vivere la missione diplomatica ricordando che il sostantivo precede e motiva l’aggettivo. Si trattava di accogliere una verità splendida: quella di non essere stranieri in nessun Paese, e dunque a casa dappertutto. Non solo perché i cattolici sono ovunque nel globo, ma soprattutto perché nell’uomo, in ogni uomo, c’è Cristo che bussa chiedendo di aprire una porta.

Riaffiorano così alla memoria gesti nuovi dal sapore evangelico antico, segni, immagini indelebili: confini valicati, incontri ecumenici, interreligiosi, sociali, storici. Un Vangelo della vita declinato al singolare e al plurale: Vangelo delle vite, tante, tantissime (chi ne ha incontrate di più negli ultimi decenni?), tutte preziose, uniche, abbracciate da un sorriso che ha amato la bellezza sempre, quando si stagliava nitida sulle vette della Valle d’Aosta e quando giaceva, rannicchiata e dolente, in un letto d’ospedale. Non è un caso che il Papa più sofferente che i media ci abbiano mostrato sia stato anche il Papa dei giovani, ai quali il 15 aprile 1984, in occasione della prima Giornata loro dedicata, rivolse una frase memorabile: «Vale la pena di essere uomo, perché tu, Gesù, sei stato uomo!».

Roma, 2005. Da quegli otto indimenticabili giorni in Messico erano passati 25 anni. Avevo attraversato anch’io l’oceano, giungendo nel frattempo in Curia. Nella primavera di quell’anno dalle finestre vedevamo fiumi di gente incamminarsi, tra preghiere e canti, verso colui che, introducendo la Chiesa nel terzo millennio, aveva parlato di nuova primavera dello Spirito. Gente da ogni dove veniva a contraccambiare le visite del Papa pellegrino. La famiglia cristiana e umana si stringeva attorno al padre, al fratello, all’amico. Tante lingue esprimevano il medesimo affetto per il Papa missionario che aveva percorso il pianeta per ricordare a tutti la dignità di ciascuno.

Nella lingua cristiana missione fa rima precisamente con comunione. L’ha insegnato il Concilio Vaticano II, ricordando che la Chiesa, essenzialmente, è comunione in sé e missione per gli altri. Del Concilio, road map per la Chiesa del nostro tempo, l’itinerante Giovanni Paolo II è stato prima giovane padre e poi anziano figlio. Ed eccoci lì, tutti stretti in comunione attorno al Papa della missione, in quei primi di aprile, nei suoi giorni pasquali. Guardavamo al Crocifisso e alla sua croce, raccolti come Maria e Giovanni ai piedi del legno, a formare una famiglia. Comprendemmo che quei nomi gli si addicevano: Maria, la cui iniziale campeggiava sotto la croce del suo stemma, ma era ben più impressa nel Totus tuus del cuore; Giovanni, l’evangelista icona della comunione, nome primo di un Papa ad esso fedele, perché padre dell’intera famiglia umana.

L’ultima immagine è il suo affacciarsi sulla piazza, la domenica di Pasqua, alla finestra, gesticolante e muto per l’ultima benedizione, quella senza parole, quella fatta con la vita. Qualcuno ha scritto che la vita è una finestra aperta sul mondo. Credo che ciò valga in modo speciale per il Papa nato cent’anni fa. Lo ringrazio di cuore per aver aperto tante finestre anche sul mio mondo interiore. E per avervi fatto entrare la Luce del mondo.

di Pietro Parolin

Per il dialogo e la dignità umana


Sono passati quindici anni dalla morte di Papa Giovanni Paolo II, la cui vita e il cui insegnamento hanno lasciato un segno indelebile nel cuore del mondo e nella vita della Chiesa. Parole e principi a lui tanto cari — come dignità umana e libertà, giustizia sociale e solidarietà, dialogo e testimonianza cristiana — sono diventati assiomi e pilastri del suo ministero ecclesiastico e pastorale.

Papa Giovanni Paolo II ha articolato in modo eloquente la sua convinzione che la missione della Chiesa è di liberare l’umanità da tutte le forme di oppressione. Ha svolto un ruolo vitale nell’abbattere i muri divisori che per molto tempo hanno imprigionato l’Europa dell’est.

Del suo lungo ministero come vescovo di Roma si potrebbero ricordare le numerose visite pastorali o le tante encicliche, sottolineare il contributo dato alla riforma del diritto canonico, ma anche mettere in evidenza la vasta ispirazione e influenza avuta negli ambiti della religione e perfino della politica. Invece preferiamo richiamare l’attenzione su tre date fondamentali nei suoi incontri ecumenici con la Chiesa ortodossa e nelle sue relazioni fraterne con il nostro predecessore, il Patriarca ecumenico Demetrios, e con noi personalmente.

Inizia un dialogo: 30 novembre 1979

Papa Giovanni Paolo II ha dato inizio a una nuova tradizione visitando ufficialmente il Patriarcato ecumenico poco dopo la sua elezione. Al Phanar, in occasione della Festa del trono della Chiesa di Costantinopoli, abbiamo incontrato il nuovo Papa per la prima volta nella nostra funzione di capo della segreteria personale del Patriarca ecumenico Demetrios, di venerata memoria.

Il 30 novembre 1979, il Patriarca e il Papa hanno pubblicato una Dichiarazione Comune annunciando l’istituzione della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra le nostre due Chiese sorelle. Dopo i primi contatti tra i loro predecessori — i Papi Giovanni XXIII e Paolo VI e il Patriarca ecumenico Athenagoras — che avevano dato inizio al “dialogo di amore”, era tempo di iniziare il “dialogo di verità” al fine di superare le incomprensioni e di guarire le ferite del passato nel nostro cammino verso l’unità.

Una dichiarazione per il creato: 10 giugno 2002

Le iniziative ecologiche della Chiesa ortodossa, avviate dal Patriarca ecumenico Demetrios nel 1989, dalla nostra elezione sono state portate avanti e rafforzate, specialmente attraverso numerosi simposi internazionali, seminari e vertici che continuano ancora oggi.

Il Simposio sul Mare Adriatico — convegno interconfessionale e interdisciplinare tenutosi nell’estate del 2002 — ha affrontato le dimensioni etiche della crisi ecologica e si è concluso con una storica Divina Liturgia nella Chiesa di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna, il 9 giugno 2002.

Il giorno seguente, il 10 giugno 2002, i delegati hanno partecipato alla cerimonia conclusiva a Venezia, nel magnifico Palazzo Ducale, dove c’è stato un altro momento storico di portata ecumenica e ambientale. Abbiamo potuto metterci in contatto, con un collegamento satellitare, con Giovanni Paolo II, per firmare insieme la Dichiarazione di Venezia, il primo testo comune in assoluto delle due guide del cristianesimo d’Occidente e d’Oriente dedicato esclusivamente a questioni ecologiche, ponendo in evidenza la cura del creato come dovere morale e spirituale di tutte le persone.

Come abbiamo dichiarato quel giorno, «l’umanità ha diritto a qualcosa di più di ciò che vediamo intorno a noi. Noi, e ancora di più i nostri figli e le future generazioni, hanno diritto ad un mondo migliore, un mondo esente dal degrado, dalla violenza, dallo spargimento di sangue, un mondo di generosità e di amore».

Un’eredità per l’eternità: 27 novembre 2004

Un terzo momento cruciale nella nostra relazione con il Papa di venerata memoria è stata la restituzione di alcune sacre reliquie alla Chiesa di Costantinopoli: una questione importante, eppure delicata, per le relazioni tra le nostre Chiese. Nel novembre 2004, le spoglie di san Gregorio il Teologo (†390) e di san Giovanni Crisostomo (†407) sono state restituite al Patriarcato ecumenico.

I due santi sono stati famosi arcivescovi della prestigiosa capitale dell’Impero romano d’Oriente. Custodite inizialmente nella chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, le reliquie furono poi portate a Roma passando per Venezia, lasciando una ferita seria e profonda nella storia delle relazioni tra cristiani.

Le spoglie di san Giovanni Crisostomo furono collocate nella Basilica di San Pietro; quelle di san Gregorio il Teologo inizialmente vennero conservate nel convento di Santa Maria in Campo Santo ma, in seguito, furono spostate nella Cappella Gregoriana in San Pietro.

Le reliquie sono rimaste lì fino alla nostra visita in Vaticano nel giugno 2004, in occasione del quarantesimo anniversario dello storico incontro tra Papa Paolo VI e il Patriarca ecumenico Athenagoras di venerata memoria, e dell’ottavo centenario della iv crociata nel 1204. Nel suo discorso, Papa Giovanni Paolo II ha chiesto ufficialmente scusa per i tragici eventi della IV crociata, alla qual cosa noi abbiamo risposto con un’umile richiesta di restituzione delle sacre reliquie come «restaurazione morale dell’eredità spirituale dell’Oriente e passo significativo nel processo di riconciliazione». Il 27 novembre 2004, dopo la celebrazione solenne e la processione guidata da Papa Giovanni Paolo II a Roma, abbiamo riportato le reliquie di san Gregorio il Teologo e san Giovanni Crisostomo alla loro casa nella Nuova Roma.

È stato forse uno degli ultimi e più belli atti di carità, nonché uno dei gesti ecumenici più importanti e memorabili dell’anziano e fragile Pontefice, nostro amato fratello in Cristo.

di Bartolomeo


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