· Città del Vaticano ·

Interventi per l’Africa

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Dalla Cei altri tre milioni di euro

14 maggio 2020

Dopo il primo intervento nel mese scorso pari a sei milioni di euro, la Conferenza episcopale italiana (Cei) ha deciso, rendendolo noto in un comunicato, di stanziare altri tre milioni provenienti dai fondi dell’otto per mille a favore dei paesi africani e di altre nazioni povere per sostenerli nell’attuale situazione di crisi mondiale causata dalla diffusione del covid-19.

«Nella consapevolezza che, a causa della pandemia, la situazione già drammatica di tali paesi può divenire devastante», si legge nel documento, la presidenza della Cei ha incaricato il Servizio per gli interventi caritativi a favore dei paesi del terzo mondo e la Caritas italiana «di elaborare una strategia d’azione che permetta di incrementare il numero dei progetti, selezionandoli tra quelli presentati dagli ospedali e dalle istituzioni cattoliche operanti sul territorio e ritenuti validi dopo la prima manifestazione di interesse». Considerata la gravità della circostanza, si aggiunge, i progetti finanziati dovranno essere finalizzati entro tre mesi dall’erogazione del contributo richiesto.

La somma stanziata si aggiunge ai numerosi interventi compiuti dall’episcopato italiano nel periodo del contagio come l’importo straordinario di duecento milioni di euro «per contribuire a far fronte alle conseguenze sanitarie, economiche e sociali provocate dal coronavirus». Ma anche per sostenere enti e associazioni che «operano per il superamento dell’emergenza», nonché persone e famiglie in situazioni di povertà o di necessità. Prima ancora sedici milioni di euro sono stati destinati alle Caritas, cinquecentomila euro al Banco alimentare per la distribuzione a famiglie povere e senza reddito, e tre milioni a strutture sanitarie italiane più in difficoltà nel fronteggiare la crisi. Anche gli ambiti di intervento nel terzo mondo sono stati beneficiati, come detto, da un precedente stanziamento il cui obiettivo è stato quello di dotare le locali strutture ospedaliere di «dispositivi di protezione per il personale e di strumenti terapeutici per affrontare la pandemia», privilegiando i centri più periferici.