· Città del Vaticano ·

Interculturalità o inculturazione?

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Riflessioni sulla missione evangelizzatrice in Amazzonia

07 maggio 2020

Nelle riflessioni sulla missione evangelizzatrice integrale dei popoli originari, specialmente alla luce del sinodo su quelli amazzonici, è interessante cercare di chiarire alcuni termini. Nel suo Instrumentum laboris, specialmente nel capitolo ii della parte III intitolata: «Sfide dell’inculturazione e dell’interculturalità», i concetti di “interculturalità” e “inculturazione” vengono esaminati e sviluppati. Si legge: «l’inculturazione della fede non è un processo dall’alto verso il basso o un’imposizione esterna, ma un arricchimento reciproco delle culture in dialogo (interculturalità). Il soggetto attivo dell’inculturazione sono gli stessi popoli indigeni. Come ha affermato Papa Francesco, “la grazia suppone la cultura” (Evangelii gaudium, 115)».

L’apparente tensione teologica e missionale di questi due termini che, come sottolinea bene il documento pre-sinodale, «non si contrappongono, ma si completano a vicenda», merita di essere affrontata da diverse prospettive. Una di queste, particolarmente stimolante, è quella presentata in un documento dal teologo Alfredo Ferro Medina e ripresa da «L’Osservatore Romano». Ho tratto da lì i brani riportati di seguito, a mio avviso centrali, nella speranza che suscitino una riflessione, intento reale di questo famoso gesuita inculturato nell’Amazzonia colombiana.

Proporre l’interculturalità come scommessa fondamentale è fare un coraggioso passo avanti verso l’inculturazione, o meglio, ed è quel che vorremmo una volta per tutte, è accogliere la sfida dell’interculturalità come paradigma. La proposta, in concreto, è di stabilire seriamente un dialogo interculturale e religioso, fondato sul riconoscimento della ricchezza dell’altro e su un profondo rispetto per la diversità, alla ricerca di nuove e insospettate realtà, in un orizzonte che ci inviti a percorrere nuovi cammini, decentralizzando la nostra azione e uscendo da noi stessi, il che annullerà necessariamente i punti di riferimento prefissati. Naturalmente, quando troviamo il coraggio d’interrogarci su ciò che abbiamo definito inculturazione del Vangelo — cosa che altri hanno già fatto in forma più erudita (Juan José Tamayo, Nuevo paradigma teológico, Madrid 2004; Horizonte intercultural: Inculturación e interculturalidad, pagina 31 e seguenti; Raúl Fornet-Betancourt, De la inculturación a la interculturalidad, articulo y transformación intercultural de la filosofía, Bilbao 2001; Raimon Panikkar, La mística del dialogo, in Jahrbuch fü̈r kontextuelle Theologien 1 [1993], 19-37) — lo facciamo a partire dal luogo o dal contesto in cui ci situiamo, poiché in generale — e soprattutto a partire dalla Chiesa istituzionale più tradizionale — stiamo supponendo che c’è stato un progresso significativo, che forse ci ha soddisfatti, in quanto, al momento della verità, immaginiamo che parlando dell’inculturazione del Vangelo — incarnare il messaggio evangelico nelle culture — abbiamo già risolto il problema che ci affliggeva. In realtà ciò che intendevamo fare era affrontare realtà culturali e religiose diverse, attraverso cammini o metodi di evangelizzazione, alcuni anche innovativi, anche se, in realtà, a essere onesti, non abbiamo capito come farlo concretamente.

Purtroppo, a mio avviso, l’inculturazione mantiene e conserva in sé, in generale, tratti di un progetto neo-colonizzatore dogmatico e per questo interventista, con un’apertura controllata e con riserve, con pretese di un cristianesimo universale, dove le culture e le religioni sono oggetto di trasformazione e di strumentalizzazione, invece che di una relazione di uguaglianza e di equità. In ogni modo, anche se non lo diciamo o non ne siamo del tutto consapevoli, ci consideriamo superiori, in quanto esiste un desiderio ingenuo di transculturazione del Vangelo che intende cambiare le culture — ma che non considera la possibilità, per esempio, di cambiare la nostra — e che di conseguenza le relativizza. In pratica, non ci sono né reciprocità né rispetto radicale della diversità.

Se vogliamo porci in una prospettiva diversa, più che una proposta d’inculturazione, come abbiamo detto in precedenza, ciò su cui dovremmo veramente puntare è una coraggiosa e impegnativa interculturalità, dove a prevalere non deve essere il desiderio di convertire o catechizzare l’altro a partire dai nostri schemi, ma un dialogo aperto e rispettoso, con una pazienza infinita, senza dogmatismi, senza timori o pregiudizi, spogliandoci senza annullarci, lasciandoci sorprendere, riconoscendo l’altro e gli altri per poter scoprire l’immensa ricchezza delle diversità culturali e religiose. Non si tratta qui di non proporre o meglio di non condividere o esporre la nostra esperienza di fede e di Dio, ma di un atteggiamento di profondo ascolto dell’esperienza dell’altro o dell’altra, attraversata dalla sua storia, la sua tradizione, la sua cultura e il suo contesto.

In tutto ciò che abbiamo detto finora, la domanda fondamentale per entrare nella interculturalità che proponiamo è: qual è l’essenza del cristianesimo? Solo partendo da qui potremo entrare in un dialogo interculturale e religioso, e credo che, a tal fine, dobbiamo necessariamente tornare alle fonti e concentrarci su Gesù di Nazareth, la sua vita e il suo messaggio, che per noi si fa trascendente nel Cristo della fede. È entrare in uno stile e una logica propria, che ci devono aprire a immense possibilità e non rinchiuderci in discorsi fabbricati, strutture, schemi, riti e modi di essere e di vivere. Sant’Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi spirituali, dice che l’incarnazione ha in sé un proposito, e questo è la redenzione, che comincia con l’abbassarsi per vedere le persone in tanta diversità, ascoltare ciò che dicono e guardare ciò che fanno (Sant’Ignazio di Loyola, n. 103).

di Marcelo Figueroa