· Città del Vaticano ·

In fondo basterebbe rileggere Manzoni

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Conversazione con il filosofo Maurizio Ferraris

02 maggio 2020

La pandemia può essere una grande occasione: occorre sfruttarla e andare avanti nel segno della solidarietà. Così Maurizio Ferraris, uno dei più importanti filosofi italiani, esprime la sua visione sul “dopo” l’emergenza. Professore all’università di Torino, Ferraris evita i facili paragoni tra guerra e pandemia ed è convinto che, soprattutto per l’Europa, questo momento rappresenti un bivio: o si rinasce con coraggio, o si rischia la disgregazione e il conflitto.

La pandemia ci costringe a ripensare radicalmente il nostro modo di stare assieme, ma anche il nostro modo di pensare noi stessi e il mondo. Che mondo si attende nel “dopo”?

Un altro mondo, un nuovo mondo, ma non necessariamente un mondo peggiore. Anzi, spero che sia migliore, e in questo caso tante lacrime e sangue non sarebbero stati sparsi invano. Il presidente Macron ha detto “siamo in guerra”, sottolineando la drammaticità della situazione. Ma c’è una differenza fondamentale rispetto alla guerra: se, come spero, riusciremo a vincerla, sia pure tra enormi lutti e sacrifici, ci sarà solo una parte vincitrice ma nessuna parte sconfitta, perché la guerra in corso non è tra umani e altri umani, ma tra gli umani e un virus, incosciente e incolpevole. Visto che, come la storia ci insegna, una delle più tremende conseguenze della guerra è il revanscismo e il risentimento degli sconfitti, non riesco a immaginarmi un revanscismo del covid. In compenso, come anche la storia ci insegna, si esce dalle guerre amando e apprezzando la vita più di prima, con più voglia di fare e di cooperare, e sicuramente con meno spirito di fazione e maggiore solidarietà. Dura poco, perché questa è la natura umana, ma non dobbiamo perdere il kairós, e pensare sin da subito a una agenda per la ripartenza. Il mondo del dopo non sarà un tutt’altro, ma l’accelerazione di processi già in atto nel mondo del prima, e che consisteranno tanto nell’incrementare la competenza tecnica di ognuno di noi quanto (le due cose non vanno necessariamente assieme) la comprensione di questi processi e del loro significato per l’umanità e per il senso che decidiamo di dare al mondo in cui viviamo.Elenco un po’ rapsodicamente alcuni temi, ma sono certo che ogni lettore saprà allungare l’elenco, ed è una operazione che va fatta al più presto per dare una direzione coerente alla ripartenza, visto che non sono i mezzi che ci mancano, ma i fini: nuove forme della didattica e della ricerca; efficienza medica e scientifica delle tracciature (per costituire un capitale di conoscenza e gli ospedali di nuova concezione); lavoro del futuro, soprattutto per coloro che sono esclusi dalla accelerazione tecnologica; welfare digitale e transgenerazionalità (far pagare la ripartenza alle piattaforme di oggi, che stanno guadagnando moltissimo, invece che alle generazioni future, con un debito di cui dovranno portare il peso); nuove aggregazioni politiche che si possono produrre in un mondo in cui la presenza è destinata a diradarsi e in cui invece l’aggregazione deve aver luogo attraverso progetti concreti e circoscritti; la necessità della meditazione e della educazione in un mondo sempre più liberato dall’assillo della produzione che, anche per ragioni sanitarie, sarà sempre più automatizzato, visto che gli automi, diversamente dagli umani, non sono sensibili al virus.

Molti dicono che il “mito” del progresso è finito e che il capitalismo non sarà più lo stesso. Secondo lei, sono tesi sostenibili? Andiamo verso un capitalismo più solidale?

Purtroppo il mito del progresso è in declino da molto, troppo tempo. Un crepuscolo spengleriano segna l’Europa da almeno un secolo, il che è paradossale se solo si pensa all’aumento della vita media della popolazione e ai progressi della medicina. Ne fa fede il fatto che, quando ci si trova di fronte a un male cui la scienza non è in grado di dare una risposta immediata, si vacilla come di fronte a qualcosa di incredibile, tanta è la fiducia che si ripone in pratica in quel progresso e in quella scienza che in teoria si è sempre disposti a mettere in dubbio. Dimenticando un punto essenziale, e cioè che se non ci fosse almeno la speranza che l’umanità va verso il meglio, allora la storia e il nostro stare al mondo non avrebbero senso, così come non avrebbero senso le nostre lamentele sul deserto che avanza, negli spiriti e nella natura. Quanto al capitalismo, il discorso è complesso, ma tendo a essere positivo. Il virus, come il web (la forma attuale del capitale, che ha tratto enormi vantaggi da una crisi che certo non ha provocato, Besos non è mica Krupp) ha bisogno degli umani. Il primo solo del loro corpo, delle loro mani e dei loro piedi, per diffondersi. Il secondo della loro vita intera, della loro curiosità, del loro metabolismo, della loro mortalità che è sempre un invito a fare e a muoversi perché il tempo a disposizione non è infinito. Però il virus non restituisce, uccide e basta. Il web registra, accumula dati, capitalizza la forma di vita umana per trarne automazione dei processi produttivi, perfezionamento delle catene distributive e raccolta di informazioni che possono essere tradotte in denaro sonante o in misure di profilassi, come quelle attualmente in studio. Resta che lo scambio tra gli utenti e le piattaforme, per quanto apparentemenente equilibrato (l’utente dà informazioni gratis, e ne riceve gratis) è profondamente iniquo, perché la piattaforma riceve molte più informazioni, e da milioni di utenti, e ha strumenti di comparazione e di calcolo che questi non posseggono. Si genera così un plusvalore digitale ben più forte del plusvalore industriale. Nell’industria l’operaio lavorava gratis per metà delle sue ore di lavoro. Sulle piattaforme l’umanità, vecchi e bambini compresi, lavora gratis giorno e notte, perché produce valore, senza neppure avere coscienza di lavorare. Una tassazione del plusvalore digitale, condotta a livello europeo (bisogna essere in tanti) potrebbe essere la base di un nuovo welfare, e del capitalismo più solidale e giusto che la storia abbia mai conosciuto. Abbiamo la possibilità di farlo. Il che, da un punto di vista kantiano ma anche da un punto di vista cristiano, si trasforma in un dovere morale. “Incarnazione” significa anche questo, che ognuno di noi è carne, sottoposto al bisogno e alla morte, ma che proprio questo bisogno, cui risponde il consumo, è un bene primario non solo per ognuno di noi, ma per il capitale nel suo insieme, che non avrebbe senso e valore senza gli umani e i loro bisogni. Nel momento in cui la produzione si orienta verso una crescente automazione, è evidente che ciò che non si può surrogare è il consumo, il che ingiunge al capitale di essere solidale, perché ha bisogno di noi. Insomma, non sottovalutiamo il consumo, che può essere virtuoso, visto che non si riferisce solo ai nutrimenti della carne ma anche a quelli dello spirito.

Crede che la risposta dei governi sia stata all’altezza dell’emergenza? Si aspettava di più dalla politica, soprattutto in Italia?

Se l’efficacia di un governo si misura dall’efficacia e dalla rapidità della risposta, direi che il governo italiano è stato rapido, e che l’alto numero delle vittime, soprattutto al nord, dipende dal fatto che la sanità, specie lombarda, ha puntato sulla specializzazione e la privatizzazione, trascurando la medicina di base. Ma la sanità, come sappiamo, è competenza della regione e non dello Stato, e molte altre regioni hanno fatto meglio. Sicuramente la chiusura totale è stata tempestiva ed efficace nell’evitare che la pandemia si diffondesse al Sud, e in questo anche la geografia (sotto la Pianura padana l’Italia è stretta, dunque controllabile) ha giocato a nostro vantaggio. Non c’è dubbio comunque che quelli che ne escono meglio sono i tedeschi (anche se anche lì i casi e purtroppo i caduti stanno aumentando), ma, più che a speciali meriti del governo, credo che il merito vada all’organizzazione del sistema sanitario. Gli americani, purtroppo, ne escono malissimo soprattutto per lo spaventoso tributo di morti che stanno pagando. Non dimentichiamo che Gettysburg, la più sanguinosa battaglia combattuta sul territorio dell’Unione, ebbe 8.000 caduti.

In questa difficile fase, uno degli aspetti che sono emersi con maggiore nettezza è stata la divisione dell’Unione europea, con la solita contrapposizione tra Stati del sud e Stati del nord. Lei pensa che questa pandemia segni l’inizio di una crisi profonda per l’Europa?

Sono sempre stato un convinto europeista, e come tale sono preoccupatissimo perché i casi sono due. O l’Europa riuscirà a dare una risposta solidale e grandiosa, all’altezza di quella che la Germania di Kohl diede all’unificazione con la Germania Est, ben consapevole delle immani difficoltà economiche che questo avrebbe comportato; oppure l’Europa, come progetto e come realtà politica, sarà finita. Certo, Kohl aveva dalla sua una tradizione nazionale. Ricordo la risposta che diede a un intervistatore, ero in Germania proprio in quei giorni: «Certo che dobbiamo accoglierli, e poi riunificarci, sono tedeschi come noi». Mentre la risposta dell’Europa dovrebbe essere «Certo che dobbiamo sostenerli, sono europei come noi» (meglio ancora «sono esseri umani come noi»). E per questo occorrono grandi ideali e grandi leader, ma purtroppo la struttura politica dell’Europa, che è ancora una aggregazione di Stati, non permette la formazione di leader di questa statura. Di certo sarebbe necessaria una mobilitazione di tutte le autorità spirituali e culturali che spingesse in questa direzione, nella consapevolezza che non si tratta di salvare una coalizione di Stati cattolici contro una coalizione di Stati protestanti, quasi che la pace di Westfalia non avesse avuto luogo, ma l’Europa intera, al di là delle confessioni. Fuori di questa unità, c’è molto di peggio di quanto si può immaginare: non solo la povertà e il particolarismo, ma la guerra, come ricordava bene François Mitterrand nel celebre discorso tenuto al parlamento europeo di Strasburgo pochi mesi prima di morire: «Le nationalisme, c’est la guerre!»

Lei è internazionalmente conosciuto come uno dei principali esponenti del Nuovo realismo, una posizione filosofica che ha suscitato un ampio dibattito negli ultimi anni. Che cosa può insegnarci il Nuovo realismo su questa pandemia e sul dopo la pandemia?

L’idea postmoderna che la realtà sia socialmente costruita ha subito una ennesima smentita, ridicolizzando coloro che amano vedere l’intervento umano (una specie di provvidenza capovolta e generalmente malvagia) dietro ogni evento non solo della storia, ma della stessa natura. C’è chi ha detto che si trattava di una strategia dei cinesi contro gli americani o viceversa; chi ha sostenuto che era un complotto per chiudere tutti in casa e prendere il potere (come? Passando con il rosso in strade deserte?); chi ha sostenuto che si trattava di un colpo di Stato scientistico… Sono posizioni che si commentano da sole, e non c’è bisogno di chiamare in campo il nuovo realismo, basta citare Manzoni e quel postmoderno ante litteram che era don Ferrante, che nega l’esistenza del contagio sostenendo che non è né sostanza né accidente, dunque non esiste. Sicché, conclude Manzoni «su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle».

di Luca M. Possati