· Città del Vaticano ·

In compagnia dei salmi

Edward Burne-Jones, «Il re David canta i salmi»

L’arte della preghiera in un libro dell’arcivescovo Paglia

27 maggio 2020

In qualità di zio, Berlicche, diavolo esperto e assai affermato nella carriera infernale, sente il dovere di consigliare il nipote Malacoda, demonio principiante, al primo incarico. Il diabolico apprendista ha il compito di inclinare verso la disperazione il giovane affidatogli. Si sa: chi è senza speranza è facile preda di tutti e il diavolo ama le prede. Conscio del proprio dovere parentale, Berlicche invia lettere ricche di suggerimenti al nipote, “raccolte” da Clive Staples Lewis nel suo acutissimo Le lettere di Berlicche. In una di queste missive lo zio caldeggia Malacoda affinché metta in atto ogni strategia per far sì che il suo giovane “assistito” non si accorga della normalità dell’“oscillazione dei viventi”, anzi la percepisca come una colpa.

Che significa? È normale e sano che la vita palpiti e oscilli, come la sistole e la diastole. Non si dà solo la concentrazione del cuore, ma anche la sua espansione, altrimenti si muore. E così l’anima: ha le sue primavere, le sue fruttuose estati, ma anche autunni e inverni; in alcuni tempi deve essere coltivata intensamente, in altri lasciata a maggese. L’anima ha il suo giorno e la sua notte ed entrambi i momenti sono portatori di parole di Dio. L’anima vibra per la gioia, la felicità, l’armonia, l’amore, ma risuona anche alla tristezza, l’angoscia, la delusione, la paura e la solitudine. In alcuni giorni, ci si sente in comunione perfino con la stella più lontana, in altri si fatica a comunicare con la persona amata e risulta arduo comprenderla. Il vivente è vivente anche a motivo di siffatta oscillazione. Ora, Berlicche desidera insinuare che tale palpito non sia fisiologico, ma patologico, anzi colpevole. Egli è certo che nell’anima debba essere sempre primavera ed estate, continua luce diurna, una costante atmosfera di armonia e intesa. Secondo lui, l’anima dovrebbe essere senza sosta fruttuosa, con abbondanti raccolti ogni mese. Se così fosse, nessuno sarebbe all’altezza e nessuno resisterebbe a quell’altezza. Ogni tanto fa bene sentirsi inadeguati, ma non sempre, poiché prima o poi ciò fa virare verso l’amarezza profonda. Certo, si può ovviare drogando e sovreccitando l’anima affinché sia sempre felice, ma presto o tardi il trucco smette di funzionare e appaiono le crepe della disperazione. Ecco, proprio quanto Berlicche progetta!

In questo senso, il libro dei Salmi è un esorcismo potente, poiché onora i giorni e le notti, le estati e gli inverni dell’anima. C’è spazio per la speranza e l’angoscia, per la gioia e la delusione, per l’entusiasmo e la demoralizzazione, il trasporto e la prostrazione, l’energia e l’affaticamento, il forte desiderio di riconciliazione e l’altrettanto pungente voglia di vendetta, comunione e solitudine. La porta è aperta a tutte le età della vita, vecchiaia compresa. Vi trovano casa tutti i legami: moglie, marito, genitori, figli, amici, nipoti, vicini… e anche i nemici. Nel Salterio sta la città e la campagna, la terra fertile e la polvere, il torrente pieno d’acqua e la siccità. Reagendo alle concrete, diversissime situazioni della vita reale, l’anima chiede, esige, supplica, loda, insiste, si arrende, si ostina e si abbandona, ringrazia e si lamenta. E ciò che più meraviglia e consola è che al termine di ciascuno di questi riverberi si possa esclamare: “Parola di Dio”. Alla faccia di Berlicche che ritiene il Signore capace di mostrarsi, darsi e dirsi solo nel salotto buono dello spirito!

Lo spiega bene, con affettuosa sapienza, monsignor Vincenzo Paglia nell’introduzione al suo commento al Salterio: L’arte della preghiera. La compagnia dei salmi nei momenti difficili (Milano, Terra Santa, 2020, euro 19). Il testo, scritto durante la pandemia causata dal Covid 19, intende, tra l’altro, esprimere la convinzione che, appunto, perfino dentro la bassa marea dell’anima lo Spirito può parlare. L’efficace introduzione è seguita dal commento a ciascun salmo; conciso, vitale, esigente e consolante. Nell’esposizione spicca la capacità dell’Autore di restituire non solo il senso delle parole dei salmi, ma anche la loro voce. È più facile intendere le parole rispetto alla voce. Le parole possono essere bugiarde, difficilmente lo è la voce, poiché è la prima decantazione dell’anima. Imparare a coglierla significa sfiorare il mistero di una persona. È agevole ripetere le parole di qualcuno; arduo echeggiarne la voce. Eppure è questa la sfida lanciata dal Buon Pastore. Altrimenti le pecore, ascoltando le parole di Cristo, ma non sentendone la voce, vanno da un’altra parte. Paglia commenta i salmi facendone risuonare la voce, come un’educazione alla voce di Cristo che, «gridando», recitò il salmo: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?».

Nel titolo del libro si trova la parola magica “arte”. La necessaria originalità di un’opera d’arte è sorprendente, ma mai eccentrica, poiché è anche risultato di disciplina, termine vicino a quello di “discepolo”. Diventa artista solo chi accetta di imparare, andando a bottega. Il lettore di questo libro si troverà simpaticamente in questa condizione.

di Giovanni Cesare Pagazzi