· Città del Vaticano ·

In bilico tra tante identità

Particolare dalla copertina

«La linea del colore» di Igiaba Scego

18 maggio 2020

È tante cose insieme l’ultimo romanzo di Igiaba Scego, scrittrice italiana di origine somala che nel tempo ha raccontato l’arte di stare in equilibrio tra identità diverse, capaci ora di convivere, ora di stridere. Un equilibrio che, in qualche modo, è anche al centro de La linea del colore (Bompiani 2020, pagine 384, euro 19).

Il romanzo inizia un giorno di febbraio del 1887 quando giunge a Roma la notizia che a Dògali, in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono stati uccisi dalle truppe etiopi anticolonialiste. E mentre la città sbava rabbia e sdegno, Lafanu Brown — pittrice americana da anni cittadina di Roma — passeggia verso casa. Sarà su di lei che la folla — «ricchi e poveri (…) per la prima volta uniti nel furore autentico di quella manifestazione di piazza» — vomita la sua cieca rabbia perché Lafanu Brown ha la pelle scura. Eppure Lafanu Brown, ora «alla mercé di tutti», a Roma era venuta per trovarvi la pace.

Nata in una tribù indiana Chippewa, figlia di uno straniero «dalla pelle scurissima» e istruita grazie a una donna che la considererà sempre un’ingrata (quanta ambivalenza nella carità...), Lafanu è costretta a fuggire dalla violenza e dal razzismo che contagia anche i cosiddetti buoni. La sua figura — che Scego crea unendo la vita di due donne afrodiscendenti realmente esistite (la scultrice Edmonia Lewis e l’ostetrica e attivista Sarah Parker Remond) — nel romanzo è affiancata da quella di Leila. Una ragazza di oggi che studia il tópos dello schiavo nero incatenato presente in tante opere d’arte, e che cerca di tessere fili tra il passato e il presente. Tra la sua situazione privilegiata e quella delle cugine rimaste in Africa.

È nell’andirivieni tra queste due figure — entrambe ricostruite con maestria nelle loro tante sfaccettature — che La linea del colore diventa un canto capace di abbracciare le tragedie, i conflitti e (qualche volta almeno) le vittorie che le donne ultime vivono sulla loro pelle da secoli.

Sono i corpi delle donne — corpi violati, ma anche corpi che emancipano — costretti a imparare a urlare in silenzio, ma anche a dare un colore ai giorni, a resistere trasformando il dolore. Sono le violenze sistemiche in società che si chiudono a riccio non appena sfiorate dalla diversità in tutte le sue forme, perché gli eccentrici — e i coraggiosi — sono da sempre le vittime più comode, ma è il loro sguardo il solo a essere veramente fruttifero. Sono i mari, mari di morte e mari di salvezza, solcati da liberi divenuti schiavi e da schiavi in cerca di libertà fisiche, mentali, culturali. Sono, infine, tutte le schiavitù, visibili e invisibili, silenziosamente esaltate dall’arte, immortalate nelle sculture che adornano (ieri come oggi) le nostre piazze e negli affreschi che illuminano le nostre stanze.

Nel firmare un romanzo di formazione, Igiaba Scego ci ricorda che fare memoria della storia — e di tutto ciò che essa lascia inavvertitamente cadere per la via — è sempre il primo passo verso il futuro che vogliamo costruire.

La linea del colore, infine, ci piace leggerlo come un’ode per quanti sono costretti a fermarsi a metà. Perché oltre a chi arriva alla meta e a chi muore prima di raggiungerla, ci sono i tanti costretti a fermarsi e a tornare indietro quando continuare il cammino diventa impossibile. Troppa violenza, troppo dolore, troppo orrore, troppi muri: è la linea che respinge. Ma — ci sussurra con toni potenti Igiaba Scego — può essere anche la linea del colore.

di Giulia Galeotti