· Città del Vaticano ·

Il Rosario è la preghiera dei tempi difficili

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A Pompei la recita della Supplica guidata dal cardinale Sepe

08 maggio 2020

«Pompei è la casa di Maria». E, sebbene essa sia «vuota di folla» — «per le note ragioni» legate al covid-19 — è altrettanto vero che questa dimora «è strapiena, invasa in ogni angolo dal calore di una fede forgiata da una sofferenza imprevedibile e sconosciuta». Lo ha sottolineato il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli e presidente della Conferenza dei vescovi della Campania, esortando a deporre sotto il manto della Vergine «tutte le nostre paure e le nostre speranze» in occasione dell’annuale Supplica dell’8 maggio alla Madonna del Rosario.

La recita della preghiera composta dal beato Bartolo Longo è stata trasmessa dal santuario mariano attraverso diverse emittenti radiofoniche e televisive — tra queste le italiane tv2000 e Canale 21 e la messicana María Visión — e attraverso i social media (la pagina Facebook del santuario ha raggiunto per l’occasione oltre settemila visualizzazioni). Anche il Papa ha voluto unirsi spiritualmente: «Oggi, al Santuario di Pompei si eleva l’intensa preghiera della Supplica alla #MadonnadelRosario. #PreghiamoInsieme, affinché per intercessione della Vergine Santa il Signore conceda misericordia e pace alla Chiesa e al mondo intero» è il tweet postato in mattinata sull’account @Pontifex.

Come di consueto, la Supplica è stata preceduta dalla messa. All’omelia il porporato — col quale ha concelebrato l’arcivescovo prelato Tommaso Caputo — ha spiegato come «la casa di Maria» sia dimora «di Cristo, perché nella casa di Maria si parla di Cristo. E la parola, in questo santuario» pompeiano «non è altro che preghiera. Così come la fede, che qui ha per linguaggio le opere, e per materia prima la carità». Nata dalla visione di un laico che ha sfidato «le epidemie del suo tempo» — ha ricordato Sepe — la cittadella mariana «grazie allo zelo e all’audacia apostolica del fondatore, non ha conosciuto per sé la sventura dell’indifferenza e delle braccia conserte di fronte alle povertà che l’attraversavano». E ciò, ha aggiunto il celebrante, è ancora più evidente in questo tempo in cui «dobbiamo affrontare una sfida più amara e difficile». Perché, ha chiarito, «l’epidemia, anzi la pandemia, non è più una metafora, bensì un nemico reale e spietato; che ha colpito tra i più indifesi, seminando lutti in tutto il mondo e falcidiando in particolare la generazione degli anziani, portandosi così via un insostituibile patrimonio di esperienza e di memorie»; e con loro «una lunga scia di medici e operatori sanitari, uomini e donne di prima linea che, con vero eroismo fino al sacrificio della vita, si sono presi cura dei contagiati»; senza contare «i sacerdoti, testimoni di una Chiesa che può assoggettarsi a una distanza tecnica, ma che fa della affettiva vicinanza il principale segno della sua capacità di amare».

Da qui l’invito dell’arcivescovo di Napoli «in questo tempo di emergenza» a «ritrovare più a fondo noi stessi. Ci siamo scoperti fragili — ha constatato — e abbiamo visto cadere dalle nostre mani le armi fasulle delle nostre illusioni, quelle affilate dal nostro orgoglio e dalla nostra superbia»; perciò «di fronte a questa nuova e più impegnativa sfida, abbiamo bisogno di armi vere, e soprattutto delle armi giuste, perché se il nemico del momento è invisibile, ciò che ci aspetta è invece una battaglia a viso aperto, senza tatticismi e infingimenti». Del resto, ha fatto presente, «il coronavirus punta al bersaglio grosso non solo della vita, ma di uno sconvolgimento sociale che può portare al caos più totale». E per tale motivo, ha spiegato, «i nostri passi non potevano che dirigersi verso il porto sicuro della casa di Maria, e abitarla da figli, sapendo che tra le sue mura c’è tutto quel che serve. E che tutto è a portata di cuore».

Il porporato ha confidato di vivere la giornata dell’8 maggio come un «breve e intenso pellegrinaggio spirituale alla casa di Maria» che è anche «scuola di preghiera, di cui il Rosario è “cattedra” umile che porta lontano. “Catena dolce che rannoda a Dio”» come «la preghiera mariana è definita nella Supplica». Del resto, ha osservato, «il Rosario parla a giorni come questi, con la sua voce tenera e accorata che esprime insieme dolore e speranza, angoscia e attese. È la preghiera ordinaria dei tempi difficili, e dunque è parte di questo tempo di emergenza in cui, per una condizione così largamente condivisa, prende forma l’immagine di una famiglia umana».

Faro autentico e riconosciuto della spiritualità della regione, ha concluso Sepe, Pompei si pone come luogo ideale «per rinnovare l’impegno di tutta la Chiesa campana, per una solidarietà senza riserve e senza risparmio: a piene mani e a pieno cuore». Da qui l’esortazione a invocare la Vergine del Rosario affinché «ci illumini lungo questo difficile cammino, affidando al suo cuore di Madre le nostre famiglie, i nostri giovani, i nostri malati, il nostro lavoro. Dio Vi benedica e ‘A Maronna v’accumpagna!», ha concluso con l’ormai nota espressione dialettale.