· Città del Vaticano ·

Il lavoro e la dignità dell’uomo

Nei Paesi Bassi (maggio 1985)

Una conferenza sul pensiero sociale di Giovanni Paolo II tenuta da Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires nel 2003

23 maggio 2020

Riportiamo ampi stralci del testo — pubblicato in italiano nel volume curato da Antonio Spadaro «Nei tuoi occhi è la mia parola» (Rizzoli, Milano, 2016, pagine li-955, euro 26), che raccoglie omelie e discorsi tenuti da Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires tra il 1999 e il 2013 — della conferenza tenuta dall’allora cardinale arcivescovo della capitale argentina sul pensiero sociale di Giovanni Paolo II.

«Duc in altum» - «Prendi il largo!», «senza titubanze!», «in profondità!». L’esortazione di Gesù a Pietro, che Giovanni Paolo II fece sua e che ci trasmette con rinnovato ardore apostolico, ci invita ad addentrarci oggi nella sua ampia dottrina sociale. Giovanni Paolo II è certamente il Pontefice che più ha scritto sulla “questione sociale”: tre encicliche, innumerevoli discorsi ed omelie e il riferimento costante al sociale in tutti i suoi documenti ci sorprendono, non solo per la vastità ma anche per l’ampiezza di orizzonti, il coraggio e la profondità con i quali il Papa fa sua tutta la dottrina sociale della Chiesa e la ripropone in maniera rinnovata e fervente. Andare “più in profondità” nel suo pensiero ha qualcosa di simile a quelle traversate che il Signore faceva con i suoi discepoli, quando li istruiva nella ricca e misteriosa realtà del lago di Genesareth, simbolo del mondo e della storia. Nella racchiusa forma della Laborem exercens e della Sollicitudo rei socialis palpita la dottrina sociale della Chiesa in forma universale e concreta, illuminata dal Vangelo. E si sente nella brezza marina la promessa di una pesca abbondante. Dall’inizio del suo pontificato, il Papa operaio ci invita ad entrare là dove la vita sociale dell’uomo si gioca a forza di remi, a forza di lanciare le reti una volta ancora: nel mondo del lavoro e della solidarietà. [...]

Tenendo presenti i due elementi della dottrina sociale della Chiesa sottolineati dal Papa — «la tutela della dignità e dei diritti della persona nell’ambito di un giusto rapporto tra lavoro e capitale e la promozione della pace» (Tertio millennio adveniente, 22) — in questa breve esposizione ci soffermeremo sulla questione del lavoro. E lo faremo dalla prospettiva della “spiritualità del lavoro”.

Spiego il perché di questa scelta.

Nella Novo millennio ineunte (Nmi), questa spiritualità nuova, solidale, di comunione, menzionata dal Papa, presenta una chiara sintesi in ciò che egli definisce “una spiritualità del lavoro” [...] che intende essere il paradigma della Chiesa del nuovo millennio. Le caratteristiche di questa spiritualità sono molto bene esposte: «Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto» (Nmi 43).

Successivamente il Papa precisa tre ambiti nei quali dobbiamo prepararci per la comunione alla luce della presenza di Dio nel volto di ogni uomo. Li caratterizziamo così: renderci capaci della nostra appartenenza ad un solo corpo [...], essere capaci di avere una visione che valorizza la propria organicità [...], essere capaci di dare spazio senza dominare gli spazi [...].

Pensiamo che questa spiritualità di comunione, dalle molteplici ricadute in ogni ambito concreto della vita ecclesiale, ha un significato particolare se lo applichiamo a questa spiritualità del lavoro che il Papa invita gli operai a coltivare. Notiamo, sia detto per inciso, che comunione e lavoro sono le due uniche realtà che nel documento connotano la spiritualità.

Vediamo perché.

A questo punto vogliamo domandarci quale sia il concetto di Giovanni Paolo II del lavoro dell’uomo.

Tutti sappiamo che la Redemptor hominis, la sua prima Enciclica (1979), fu programmatica. Il Papa pensava che occorresse partire dall’uomo, da questo uomo il cui senso profondo e finale si trova solo in Gesù Cristo, Redentore dell’uomo. Due anni dopo, nel 1981, Giovanni Paolo II pubblicò Laborem exercens (Le). Un’altra Enciclica programmatica che Giovanni Paolo II dedicò «all’uomo nell’ampio contesto di questa realtà che è il lavoro». [...]

Sottolineiamo prima di tutto questa visione del Papa che ci parla di una spiritualità che «comincia e prende il largo nel cammino dell’uomo». Di un uomo, è bene sottolinearlo, immerso nel mistero di Gesù Cristo Redentore, ma non di un uomo solamente in una dimensione verticale, ma di un uomo contestualizzato nella realtà e nella storia dal punto di vista del lavoro [...]

Il Papa ripete ciò dalla prospettiva dell’essenza stessa dell’uomo, essenza dalla quale deriva la missione di “dominare la terra” e che implica la “libera decisione di essere collaboratori del Creatore”. È sottesa qui la profezia di Romano Guardini quando nel suo libro Il Potere segnalava il motivo fondamentale del cambiamento di paradigma che si operava in modo crescente nel nostro mondo moderno. Guardini affermava che il rischio più rappresentativo e decisivo della nostra civiltà attuale era che il potere si stava trasformando, in modo crescente, in qualcosa di anonimo. Da qui si sviluppano, come da una radice, tutti i pericoli e le ingiustizie che subiamo attualmente. E l’antidoto proposto da Guardini non era altro se non farsi ognuno responsabile in modo solidale del potere. In questo preciso punto si colloca la visione di Giovanni Paolo II sul lavoro umano come il luogo dove l’uomo decide liberamente sull’uso del potere come servizio e collaborazione all’opera creatrice di Dio per il bene dei suoi fratelli.

Il lavoro è un luogo dove tutti i principi della dottrina sociale della Chiesa e della società acquisiscono concretezza. Giovanni Paolo II ha sempre riaffermato che il primo punto fermo della dottrina sociale, da dove derivano tutti gli altri, è che: «L’ordine sociale ha al centro l’uomo...». All’uomo che lavora, noi desideriamo aggiungere l’uomo che lavora, in modo libero, creativo, partecipativo e solidale.

In questo uomo che lavora si centrano e si vincolano concretamente gli altri principi.

Con il lavoro si compie il principio della “destinazione universale dei beni”.

Con il lavoro diventa reale “la legittimità della proprietà privata, come condizione indispensabile dell’autonomia personale e familiare”.

Nella valorizzazione del lavoro — di tutti i tipi di lavoro — come la fonte dalla quale scaturiscono tutti i beni che permettono la vita della società, si radica il concetto dei doveri e dei diritti che devono regolare lo Stato e si chiarisce il ruolo proprio dello Stato come promotore e tutore del bene comune. [...]

Unendo, in uno sguardo, spiritualità di comunione e spiritualità del lavoro possiamo affermare che:

Il fattore comune di ogni spiritualità di comunione, dal punto di vista dell’individuo, è questo sguardo del cuore. Uno sguardo cordiale è uno sguardo che include. Di fronte al concetto che riduce il lavoro a un mero impiego, che ha come fine la produzione di beni che servono soltanto ad alcuni, lo sguardo spirituale considera il lavoro come espressione di tutte le dimensioni dell’uomo: dalla più fondamentale, che appartiene alla “realizzazione della persona” fino alla più alta, che lo considera “servizio” di amore.

Da un punto di vista obiettivo questo sguardo cordiale, che si rivolge simultaneamente “al mistero della Trinità e al mistero di ogni volto umano”, ci fa valorizzare il carattere vincolante del lavoro, ci porta a vedere ogni uomo come “qualcuno che mi riguarda” ed eleva lo sforzo proprio di ognuno a “dono per tutti”. Intorno a questi valori si sviluppa una società umana senza escludere alcuna classe. Allo stesso tempo il lavoro apre esso stesso questi “spazi di partecipazione” di cui parla il Papa, e li trasforma in spazi di partecipazione reale, concreta, degna.

Il lavoro costruisce la dignità dell’uomo, vincolando la sua dimensione personale e la sua dimensione sociale, ma non solo questo, esso ha una dignità elevatissima la cui ragione ultima si radica in Gesù Cristo. [...]

Se diamo il giusto valore a quel che significa che il Signore ci ha redento con tutta la sua vita — azioni, parole e gesti, gioie e patimenti — i suoi lunghi anni di lavoro silenzioso e quotidiano nel piccolo mondo di Nazareth devono avere nel nostro animo il giusto peso conferitogli dalla loro importanza. Se nel Vangelo palpitano in silenzio è proprio per questo: perché il valore di una spiritualità del lavoro è di per sé silenziosa, umile, contenuta. «Dignità elevatissima del lavoro», così il Papa qualifica il lavoro di Gesù, eseguito con le sue proprie mani.

E questo perché il lavoro affonda le radici della sua dignità nella stessa Trinità: “Mio Padre lavora e anche io lavoro”, dice il Signore. È proprio una immagine di lavoro quella sottolineata dal Papa perché la custodiamo nel cuore in modo da poter affrontare i problemi che oscurano l’orizzonte del nostro tempo.

«Basta pensare all’urgenza di lavorare per la pace, di porre premesse solide di giustizia e di solidarietà nelle relazioni fra i popoli, di difendere la vita umana dal suo concepimento fino alla fine naturale. E che dire, inoltre, di tante contraddizioni di un mondo “globalizzato”, dove i più deboli, i più piccoli e i più poveri sembra che abbiano ben poco in cui sperare?».

In questo mondo, dice il Papa «deve brillare la speranza cristiana». E qual è, dunque, l’immagine universale e concreta, che egli ci presenta come la più chiara ed efficace della speranza cristiana? È l’immagine di Gesù, Maestro di comunione e di servizio. «È significativo — dice il Papa — che il Vangelo di Giovanni, dove i Sinottici narrano l’istituzione dell’Eucaristia, propone, illustrando così il suo significato profondo, il racconto della “lavanda dei piedi”, nel quale Gesù si fa maestro di comunione e servizio (cfr. Gv 13, 1-20). Il Signore ha voluto rimanere con noi nell’Eucaristia, imprimendo in questa presenza sacrificale e conviviale (nel servizio umile della lavanda dei piedi, lo facevano gli schiavi) la promessa di una umanità rinnovata dal suo amore (Ecclesia de Eucharistia)».

Nella celebrazione di questo “lavoro” nel quale, ad imitazione del Redentore, la Chiesa “compie l’Eucaristia”, si condensa tutta la tensione escatologica del cristianesimo: l’impegno di trasformare il mondo e tutta l’esistenza perché diventi Eucaristia.

di Jorge Mario Bergoglio
 

Verso le frontiere e i dimenticati


Costruire comunità aperte e fraterne; promuovere il protagonismo dei laici; in missione per evangelizzare il popolo; occuparsi del mondo della povertà e del dolore. Non perdono una briciola di attualità le coordinate pastorali per Buenos Aires indicate dall’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio nell’intervista rilasciata a «L’Osservatore Romano» (pubblicata nell’edizione del 14 novembre 1998), in pratica all’inizio del suo servizio come successore del cardinale Antonio Quarracino.

Pur mettendo in guardia dal «lento processo» di scristianizzazione, «anche se con caratteristiche particolari che la differenziano dai Paesi europei e dal nord America», per l’arcivescovo Bergoglio è sempre stato motivo di concreta speranza la «grande religiosità dei fedeli», manifestata ad esempio attraverso «i pellegrinaggi» che testimoniano una «profonda e radicata fede cristiana».

Una riflessione particolarmente appassionata, poi, aveva voluto riservarla ai giovani. Indicando l’urgenza di rispondere «al bisogno di conoscere e di comprendere più profondamente gli aneliti profondi che si nascondono dietro le espressioni di una cultura giovanile post-moderna». Si tratta perciò, partendo «dall’essenza stessa del Vangelo», di trovare «vie» per accompagnare i giovani a «fare un’esperienza che trasformi la loro vita a contatto con la persona di Gesù».

«Dinanzi alla atomizzazione e alla polarizzazione del nostre grandi città, segnate dalla solitudine dall’abbandono, vi è la sfida di come avvicinare i giovani a una scoperta della Chiesa quale spazio di comunione e di incontro dove scoprire la propria storia vissuta e la storia da fare». Insomma, basta con la pastorale di «attesa»; bisogna muoversi, invece, alla «ricerca dei giovani, in un cammino deciso verso le frontiere, verso quanti sono lontani e ci attendono». E arrivare così «al cuore» soprattutto dei «dimenticati, ma che il buon Dio non dimentica». Nell’intervista l’arcivescovo aveva presentato anche le radici spirituali mariane del popolo che affida alla Madre di Dio davvero tutte «le cose delle vita».