· Città del Vaticano ·

«Il giorno dopo»
E gli scenari dell’oggi

Un’immagine tratta dell’e-book «Il giorno dopo» (ARGO, 2020, particolare)

#CantiereGiovani - Per costruire e alimentare un'alleanza tra le generazioni

18 maggio 2020

A colloquio con Giorgio Romeo, il direttore del quotidiano online «Sicilian Post»


«Vedere ciò che abbiamo sotto il nostro naso richiede un impegno costante»; Giorgio Romeo, il direttore di «Sicilian Post» cita George Orwell per parlare del suo fiore all’occhiello, una “presentazione con vista” nel cuore dell’antica Katanè, che ha cancellato in un giorno millenni di oblio e scontatezza.

«A Catania — continua Romeo (al timone di una redazione composta da giornalisti giovanissimi) — c’è un anfiteatro romano unico al mondo. Un Colosseo nero (gli archeologi mi perdonino il paragone) che si estende per centinaia di metri sottoterra e affiora in alcuni punti della città. Uno di questi è la centralissima piazza Stesicoro. Si tratta di un monumento non del tutto compreso dai catanesi, che spesso vi passano accanto senza avere la percezione di cosa si tratti, complice il fatto che purtroppo la parte sotterranea è normalmente inaccessibile al pubblico. Quando, nel 2017, abbiamo deciso di presentare il progetto «Sicilian Post» alla città lo abbiamo fatto organizzando un evento proprio lì, consentendo per un giorno l’accesso alla parte ipogea grazie agli archeologi del Cnr e tenendo una conferenza sul futuro dell’isola tra le rovine. Vedere i passanti affacciarsi incuriositi fu una sensazione incredibile: quale modo migliore per presentare un giornale che si prefigge di tornare al contatto con una realtà che non riusciamo a vedere?

Complice la facilità di condivisione dei social, sta avendo una grande diffusione il vostro ultimo istant book, dedicato agli scenari post covid-19.

«Il giorno dopo» è un tentativo di riflettere, in maniera organica, analitica e non oracolare, sul “mondo che verrà” e su cosa ci aspetterà nel nostro prossimo futuro. L’emergenza coronavirus ci ha messi di fronte a una serie di limiti e problemi atavici della nostra società. Penso — ad esempio — all’esclusione sociale, alle diseguaglianze, ai limiti impliciti nella globalizzazione, alla questione ambientale, alla necessità di ripensare la scuola, l’università, la fruizione della cultura. Tutte questioni aperte e preesistenti, a volte non comprese e altre deliberatamente ignorate, che chiedono se non delle risposte immediate perlomeno delle riflessioni importanti. Convinti del fatto che questo non debba essere il momento dell’improvvisazione, abbiamo chiesto ad alcuni amici autorevoli di intervenire su questi temi. Il risultato vuol essere un’alternanza di contributi di vario genere su argomenti come il futuro dei nostri diritti costituzionali (con Sabino Cassese), il ruolo del volontariato (con Ferruccio De Bortoli), la fede (con Antonio Spadaro), l’università (con il rettore dell’università di Catania, Francesco Priolo). Pagine testimoniali molto toccanti sono invece quelle scritte dal giornalista newyorkese Jeff Jarvis, tra i sopravvissuti all’attentato dell’11 settembre, che ha voluto raccontare l’impatto dell’emergenza covid-19 negli Stati Uniti. Tra i contributi non mancano riflessioni sul futuro del Sud Italia (con la storica de La Sapienza, Leandra D’Antone) e sull’attualità della storia (con Lina Scalisi dell’università di Catania). Ho nominato solo alcuni autori, ma il lavoro contiene altri testi non meno interessanti e rilevanti.

Non è facile far partire da zero un quotidiano, in tempi di crisi permanente e vacche magre…

«Sicilian Post» nasce a inizio 2017 dall’esigenza di ritornare al contatto con la realtà, declinando il buon giornalismo nell’era digitale. La linea editoriale, in questo senso, è incentrata sulla qualità e si basa sulla scelta di non pubblicare agenzie di stampa o comunicati, bensì storie toccate con mano. La redazione è formata da una decina di ragazzi, tutti sotto i 35 anni e in gran parte ventenni. Fin da quando è nato, questo progetto ha avuto la grande fortuna di essere stato accompagnato da alcuni colleghi d’esperienza, che a vario titolo, hanno creduto nel progetto. Tra questi, senza dubbio, il più importante per noi è Giuseppe Di Fazio, già caporedattore de «La Sicilia», oggi presidente del comitato scientifico della Fondazione DSe e docente di giornalismo all’università di Catania. Il confronto con colleghi autorevoli è stato anche all’origine del workshop Il giornalismo che verrà, che organizziamo annualmente dal 2018 alla Scuola superiore dell’università di Catania e che ha condotto nella nostra città alcuni dei più importanti nomi del giornalismo nazionale e internazionale. Il dialogo tra passato e futuro è una costante che si esprime anche nell’inserto «Sicilian Stories», che curiamo settimanalmente sul quotidiano «La Sicilia» di Catania, facendo dialogare carta e digitale mediante l’inserimento di alcuni QR code. Queste pagine sono impreziosite dalle illustrazioni di argo pseudonimo del visual designer Turi Distefano che ha curato anche il concept grafico dell’e-book «Il giorno dopo».

Aiutare gli altri a vedere meglio quello che pensano già di conoscere è l’ambizione “alta” del giornalismo. Come è nata la passione per questo tipo di lavoro?

Nel mio caso l’ho maturata nei primi anni di università. Ho studiato comunicazione a Catania ma inizialmente non avevo chiarissimo che questo sarebbe stato il mio orizzonte. Ho una grande passione per la musica, che mi ha portato— quando fu il momento — a fare una tesi sul «Nomadismo tra musica d’arte e popular music». Volevo occuparmi di questo, ma prima di scrivere un articolo di musica ci vollero anni. In compenso ebbi la grande opportunità di iniziare la mia carriera professionale a Torino al quotidiano «La Stampa». Fu lì che capii che ciò che mi importava davvero fare era raccontare delle storie vere, toccare con mano la realtà ed esserne tramite con i lettori. Lo stesso spirito anima oggi la linea editoriale del «Sicilian Post».

Qual è il successo, o meglio, il traguardo raggiunto — lavorativo, ma non solo — di cui siete più orgogliosi?

Non saprei dire se parlare di “successo” sia opportuno. Ad ogni modo siamo orgogliosi di alcuni risultati che abbiamo raggiunto in questi primi tre anni: l’ultimo in ordine di tempo è la pubblicazione di questo e-book, che non solo offre delle visioni autorevoli sul mondo che verrà, ma in qualche modo riunisce insieme una serie di amici che a vario titolo abbiamo coinvolto nelle attività del «Sicilian Post» dalla sua nascita ad oggi. Nel corso del tempo, poi, abbiamo avuto alcuni riconoscimenti, come il premio Giovanni Giovannini – Nostalgia di Futuro 2017 (promosso da Media 2000 e patrocinato da Fieg, Federazione nazionale della stampa italiana e Rai) come miglior startup giornalistica, e siamo riusciti a raggiungere risultati importanti. Uno di questi è stato nel 2018, quando il nostro progetto «Aria», che coniuga intelligenza artificiale e giornalismo, è stato tra i 9 premiati italiani da Google all’interno del Digital News Innovation Fund insieme a quelli di testate blasonate come «Corriere della Sera», «Il Sole 24 Ore» e AdnKronos.

Stampa online e grande rete web; un mondo affascinante e pieno di opportunità ma non facile da “navigare”.

Questa è un po’ la grande questione del nostro tempo. Personalmente sono un entusiasta delle opportunità del digitale, ma credo che la rete sia un ambiente nel quale muoversi con le dovute cautele. Uno dei problemi di questo momento storico è il riconoscimento dell’autorevolezza. La libertà d’espressione è una grande conquista democratica. Tuttavia – come ho scritto nell’editoriale de «Il giorno dopo» – la democrazia prima ancora che un valore è uno strumento. E in quanto tale può prestarsi a un utilizzo virtuoso o a uno distorto. Oggi siamo quasi anestetizzati dalle scelte che gli algoritmi dei social network fanno per noi, ma il rischio che corriamo è quello di preferire la post-verità confortante che affiora in superficie, invece di avere il coraggio di andare in profondità. All’interno dell’e-book abbiamo affidato al collega Giovanni Zagni (direttore di «Pagella Politica» e vera autorità in fatto di fake news) le considerazioni sul futuro della nostra professione. Il suo contributo s’intitola «C’era una volta il lettore passivo».

Che cosa è più urgente valorizzare della millenaria, ricchissima cultura della vostra isola? Che la tradizione sia composta «di radici e ali» ormai è diventato quasi un luogo comune (oggetto, tra l’altro, di un video di Giovanni Scifoni diventato virale) ma in che misura questo è vero per voi, nel vostro lavoro?

Domanda difficile. Comincio da qui: in un contesto che negli ultimi anni ha visto il grande dramma di un esodo di massa di migliaia e migliaia di giovani verso il Nord del Paese, parlare di “radici” e “ali” diventa una questione all’ordine del giorno. Personalmente sono convinto che trascorrere un periodo formativo o lavorativo lontano da casa apra la mente a nuove opportunità. Io per primo ho vissuto alcuni anni a Torino e ne sono stato senza dubbio arricchito. Aggiungo che né io né i ragazzi che lavorano al «Sicilian Post» biasimeremo mai coloro che scelgono di andare via per cercare altrove la propria serenità e realizzazione. Tuttavia, siamo consapevoli che se nessuno deciderà di tornare, questo territorio sarà destinato inesorabilmente a morire. Il mondo che viviamo oggi ci offre tante possibilità e un luogo non è più periferico in base alla sua collocazione geografica. Può diventare (o ritornare) centro del mondo se sarà capace di essere connesso con il resto del pianeta. Rispondendo alla prima parte della domanda: l’identità culturale siciliana è molto forte, tuttavia non dobbiamo dimenticare come sia il frutto non solo della stratificazione di molte culture diverse, ma anche della loro convivenza. A fianco della Cappella Palatina a Palermo c’è una iscrizione trilingue in latino, greco-bizantino e arabo, che risale al 1142. Trovo la multiculturalità insita nel dna del siciliano una grande ricchezza, che potrebbe acuire la nostra capacità di programmare il domani: di adattarci. In questo senso, il «Sicilian Post» si pone in una prospettiva “glocale”, raccontando — in italiano e inglese — ciò che succede nella nostra isola, tenendo sempre in conto la sua posizione nel cuore del Mediterraneo e relazionandola al mondo. Raccontiamo spesso storie di siciliani all’estero e, viceversa, cerchiamo di interpretare i principali fatti internazionali attraverso una lente che renda il nostro approfondimento rivolto e comprensibile a tutti, ma inquadrato in una ben precisa e delineata prospettiva.

di Silvia Guidi