· Città del Vaticano ·

Il cielo di Mimì

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Ufficio oggetti smarriti - Il passato imprevedibile

08 maggio 2020

«Troppo cara la felicità per la mia ingenuità» cantava Mia Martini in Minuetto, era la tarda primavera del 1973 e questo brano è ad oggi il suo più grande successo in termini di vendite. Il testo è di Franco Califano che inchiodò perfettamente la storia di un canzone a quella della vita di chi la interpretava, «la musica — disse Califano — era per lei in qualche modo uno strumento di liberazione, un modo per dimenticare». Potremmo finire qua ma noi Mia Martini non la vogliamo dimenticare. Domenica Rita Adriana Bertè, era questo il suo vero nome, nacque il 20 settembre 1947 a Bagnara Calabra è seconda di quattro sorelle. Erano tempi nei quali poteva capitarti un padre che si chiamasse Radames (Giuseppe Radames Bertè) e che, allo stesso tempo, insegnasse greco e latino. Anche sua madre Maria Salvina Dato insegnava, ma alle scuole elementari. Nel 1962, Domenica e Salvina sono su un treno diretto a Milano, in cerca di fortuna nel mondo della musica leggera. L’incontro che conta è quello con Carlo Alberto Rossi che la lancia come ragazzina yè-yè. Così era la vita. Ombrello blu è il brano con il quale si presenta al Festival di Pesaro. Parte la carriera di Mimì prima di Mimì, quella con il suo vero nome. Un primo (breve) viaggio nel quale l’industria discografica spinge la Martini verso cliché a lei lontani, sia per vocalità (tecnica e intensità da blues) che per indole. C’era qualcosa di forte nella sua voce e di fragile nella sua vita, queste due cose andavano messe insieme o quantomeno fatte incontrare. Occorreva individuare una modalità musicale elegante e al contempo ruvida, che consentisse a Mimì di esprimersi al meglio, e non era possibile (per quanto riguarda i testi) farlo senza parlare d’amore. Il suo modo di vivere l’amore. In attesa, in solitudine, in nostalgia. Con la madre decide di trasferirsi a Roma dove uno dei suoi primi esperimenti la vede compagna di viaggio di sua sorella Loredana Bertè e di Renato Fiacchini (poi Renato Zero). Gli anni Settanta hanno in serbo il cambio di passo che Domenica attendeva. Piccolo uomo, Minuetto, Per amarti, Che vuoi che sia se ti ho aspettato tanto, La costruzione di un amore... si scatena su Mia Martini la “potenza di fuoco” di alcuni dei più grandi autori italiani, arrivano Lauzi, Califano, Baldan Bembo, Maurizio Fabrizio e soprattutto arriva Ivano Fossati. Nelle sue canzoni e nella sua vita. E proprio dal sodalizio con Fossati, nel 1978 esce Danza, probabilmente uno dei suoi lavori più efficaci e completi. Ma facciamo un passo indietro. A lanciare il personaggio Mia Martini e a capirne il taglio giusto da darle, è Alberigo Crocetta discografico e fondatore del Piper. Tanto belli quanto travagliati sono i giorni di successo di Mimì, turbolenze personali e contrarietà lavorative come per esempio la riduzione ai minimi termini dei rapporti con la Rca la sua casa discografica. L’approdo a Milano alla Ricordi (seguendo lo stesso Crocetta) le porta in dote Piccolo uomo, scritta inizialmente per i Camaleonti. È il 1972, il successo è immediato. Gli anni Settanta sono oro per Mimì, successo, di critica e di vendite, non le manca. La felicità sembra a portata di mano ma dista un amore. La collaborazione artistica (culminata nell’lp Danza) e la relazione con lo stesso Fossati riconsegna la Martini a se stessa, consentendole di ritrovare quello spirito che, il recente successo sembrava avere sfumato in senso esclusivo, elitario. «Nel corso di questi anni ho finito per impersonare il tipo della cantante sofisticata per pochi eletti, che cantava all’Olympia e che sembrava snobbare il pubblico che le aveva dato il successo, per ricercare chissà quali traguardi più elevati... Non è vero niente di tutto ciò». Dalla Rca (dove nel frattempo era ri-approdata), si trasferisce alla Warner Bros e come precursore di Danza arriva il singolo Vola, scritto per lei da Fossati. «Nell’universo della mia pazzia, ho una strana teoria, per me la gente vola» è l’incipit del pezzo e forse, in maniera tristemente profetica, anticipa quel distacco, quella lontananza forzata dalla musica e dalle persone, in particolar modo a causa di una squallida diceria di cui fu vittima, che sconterà più avanti con diversi anni lontana dalla scene. Intanto, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, il disincanto di Mimì verso il mondo della musica è sempre più implacabile, la rottura con Fossati e un duplice intervento alle corde vocali la metteranno alla prova. Ma se dalla storia d’amore esce addolorata e segnata la sua voce, anch’essa provata e segnata, è ancora più “sua”. Più bella. Il timbro roco che gli interventi hanno causato non fa che cesellare la somiglianza fra l’anima di Mimì e le sue corde vocali, entrambe piene di graffi e ancora in piedi. Il risultato è la sua prima partecipazione a Sanremo con un brano scritto per lei nuovamente da Fossati (E non finisce mica il cielo). Ma il cielo per Mia Martini era sul punto se non di finire quantomeno di interrompersi. Per i motivi suddetti. Sparisce dolorosamente dalle scene. Attende di aver la forza per passar sopra alla diceria di cui fu vittima. Come ogni grande diva non ne esce se non con il capolavoro della sua vita: Almeno tu nell’universo è la canzone/richiesta che Mia interpreta a Sanremo vincendo il premio della critica. Seguirà “altro”, come si dice in questi casi, ma probabilmente la Mia Martini infinita, quella destinata a sopravvivere a se stessa, resta la ragazza tornata a respirare quella sera sul palco dell’Ariston. «Tu, tu che sei diverso» dice guardando verso il punto più lontano della platea, prima di chiudere gli occhi. Lo chiede a un uomo, lo chiede a noi che l’abbiamo amata, lo chiede alla vita. Di essere diverso. Almeno uno di noi, nell’universo. Ci tornò ancora a Sanremo, non da sola. Forse il destino voleva che due sorelle dal rapporto turbolento si salutassero così, con una resa felice alla loro essenza Stiamo come stiamo si chiamava il pezzo che cantò con sua sorella. E per dirsi arrivederci, lo hanno fatto così: «Ma i fari passano tagliando la notte sopra il mare / C’è una piramide di cielo ancora da scalare. / Per noi soldati di ventura in questo metro quadro / Sì però adesso è molto dura / Lo sfameremo questo amore così magro». Sul finale della loro esibizione Loredana le si avvicina impercettibilmente, meno di un secondo. Quasi a darle un bacio sulla guancia. Era nata lo stesso giorno e lo stesso mese di Mimì, tre anni dopo di lei. A soli quarantasette anni la ritroveranno morta Mia Martini, era il 12 di maggio di venticinque anni fa. Riversa nel suo letto, con un braccio teso verso il telefono e le cuffie del mangianastri ancora sulle orecchie. Come una ragazza pronta per l’estate.

di Cristiano Governa