· Città del Vaticano ·

I mass media trasmettano la verità

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Nella messa a Santa Marta il monito di Francesco contro vizi, superbia e spirito mondano che allontanano dalla luce di Cristo

06 maggio 2020

«Preghiamo oggi per gli uomini e le donne che lavorano nei mezzi di comunicazione. In questo tempo di pandemia rischiano tanto e il lavoro è tanto. Che il Signore li aiuti in questo lavoro di trasmissione, sempre, della verità». È con questa preghiera che Papa Francesco ha iniziato mercoledì mattina, 6 maggio, la celebrazione della messa — trasmessa in diretta streaming — nella cappella di Casa Santa Marta.

Il passo del Vangelo di Giovanni (12, 44-50), proposto dalla liturgia del giorno, «ci fa vedere — ha affermato il vescovo di Roma nell’omelia — l’intimità che c’era tra Gesù e il Padre. Gesù faceva quello che il Padre gli diceva di fare. E per questo dice: “Chi crede in me non crede in me, ma in Colui che mi ha mandato”» (cfr. versetto 44). Poi Gesù, ha proseguito il Pontefice, «precisa la sua missione: “Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre”» (cfr. versetto 46). Gesù, dunque, «si presenta come luce» ha spiegato il Papa. E infatti «la missione di Gesù è illuminare: la luce». Tanto che «lui stesso ha detto: “Io sono la luce del mondo”» (cfr. Giovanni 8, 12).

«Il profeta Isaia — ha affermato Francesco — aveva profetizzato questa luce: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”» (9, 1). È «la promessa della luce che illuminerà il popolo». Ma «anche la missione degli apostoli è portare la luce». E «Paolo lo disse al re Agrippa: “Sono stato eletto per illuminare, per portare questa luce — che non è mia, è di un altro — ma per portare la luce”» (cfr. Atti degli apostoli 26, 18). È la «missione di Gesù: portare la luce» ha insistito il Pontefice. E «la missione degli apostoli è portare la luce di Gesù. “Illuminare”. Perché il mondo era nelle tenebre».

«Ma il dramma della luce di Gesù è che è stata respinta» ha ripreso il Papa. «Già all’inizio del Vangelo — ha osservato — Giovanni lo dice chiaramente: “È venuto dai suoi e i suoi non lo accolsero. Amavano più le tenebre che la luce”» (cfr. Giovanni 1, 9-11).

Il problema, ha aggiunto Francesco, è proprio «abituarsi alle tenebre, vivere nelle tenebre: non sanno accettare la luce, non possono; sono schiavi delle tenebre». E «questa sarà la lotta di Gesù, continua: illuminare, portare la luce che fa vedere le cose come stanno, come sono; fa vedere la libertà, fa vedere la verità, fa vedere il cammino su cui andare, con la luce di Gesù».

«Paolo ha avuto questa esperienza del passaggio dalle tenebre alla luce — ha rilanciato il Pontefice — quando il Signore lo incontrò sulla strada di Damasco. È rimasto accecato. Cieco. La luce del Signore lo accecò». E «poi, passati alcuni giorni, con il battesimo, riebbe la luce» (cfr. Atti degli apostoli 9, 1-19). Paolo dunque, ha spiegato il Papa, «ha avuto questa esperienza del passaggio dalle tenebre, nelle quali era, alla luce». Ma questo, ha fatto notare, «è anche il nostro passaggio, che sacramentalmente abbiamo ricevuto nel battesimo: per questo il battesimo si chiamava, nei primi secoli, “la Illuminazione” (cfr. San Giustino, Apologia, i, 61, 12), perché ti dava la luce, ti “faceva entrare”». E «per questo — ha fatto presente — nella cerimonia del battesimo diamo un cero acceso, una candela accesa al papà e alla mamma, perché il bambino, la bambina è illuminato, è illuminata». Perché «Gesù porta la luce». Invece «il popolo, la gente, il suo popolo l’ha respinto» ha affermato il Pontefice. Quel popolo «è tanto abituato alle tenebre che la luce lo abbaglia, non sa andare...» (cfr. Giovanni 1,10-11). E questo è «il dramma del nostro peccato: il peccato ci acceca e non possiamo tollerare la luce. Abbiamo gli occhi ammalati».

Gesù, ha spiegato il Papa, «lo dice chiaramente nel Vangelo di Matteo: “Se il tuo occhio è ammalato, tutto il tuo corpo sarà ammalato. Se il tuo occhio vede soltanto le tenebre, quante tenebre ci saranno dentro di te?”» (cfr. 6, 22-23). Già, «le tenebre... la conversione è passare dalle tenebre alla luce» ha detto ancora Francesco. «Ma — si è chiesto — quali sono le cose che ammalano gli occhi, gli occhi della fede? I nostri occhi sono malati: quali sono le cose che “li tirano giù”, che li accecano?». Sono «i “vizi”, lo “spirito mondano”, la “superbia”».

«I vizi che “ti tirano giù” e anche, queste tre cose — i vizi, la superbia, lo spirito mondano — ti portano a fare società con gli altri per rimanere sicuri nelle tenebre» ha affermato il Pontefice. Aggiungendo senza mezzi termini: «Noi parliamo spesso delle mafie: è questo. Ma ci sono delle “mafie spirituali”, ci sono delle “mafie domestiche”, sempre, cercare qualcun altro per coprirsi e rimanere nelle tenebre». Perché, ha proseguito il vescovo di Roma, «non è facile vivere nella luce. La luce ci fa vedere tante cose brutte dentro di noi che noi non vogliamo vedere: i vizi, i peccati...». In questa prospettiva il Papa ha invitato a pensare «ai nostri vizi, alla nostra superbia, al nostro spirito mondano: queste cose ci accecano, ci allontanano dalla luce di Gesù».

«Ma se noi iniziamo a pensare queste cose — ha suggerito il Papa — non troveremo un muro, no: troveremo un’uscita, perché Gesù stesso dice che Lui è la luce, e anche: “Sono venuto al mondo non per condannare il mondo, ma per salvare il mondo”» (cfr. Giovanni 12, 46-47). E «Gesù stesso, la luce, dice: “Abbi coraggio: lasciati illuminare, lasciati vedere per quello che hai dentro, perché sono io a portarti avanti, a salvarti. Io non ti condanno. Io ti salvo”» (cfr. versetto 47).

Dunque, ha assicurato Francesco, «il Signore ci salva dalle tenebre che noi abbiamo dentro, dalle tenebre della vita quotidiana, della vita sociale, della vita politica, della vita nazionale, internazionale... Tante tenebre ci sono, dentro». E «il Signore ci salva. Ma ci chiede di “vederle”, prima; avere il coraggio di vedere le nostre tenebre perché la luce del Signore entri e ci salvi».

Concludendo la sua meditazione, il Pontefice ha esortato a non aver «paura del Signore: è molto buono, è mite, è vicino a noi. È venuto per salvarci. Non abbiamo paura della luce di Gesù».

Infine, con la preghiera di sant’Alfonso Maria de’ Liguori il Papa ha invitato «le persone che non possono comunicarsi» a fare «adesso» la comunione spirituale. Per poi concludere la celebrazione con l’adorazione e le benedizione eucaristica. Il Papa ha anche affidato le sue intenzioni alla Madre di Dio sostando — accompagnato dal canto dell’antifona Regina Caeli — davanti all’immagine della Madre di Dio nella cappella di Casa Santa Marta.

A mezzogiorno la preghiera del vescovo di Roma è stata rilanciata, nella basilica Vaticana, dal cardinale arciprete Angelo Comastri che ha guidato la recita del Regina Caeli e del rosario.