· Città del Vaticano ·

Egoisticamente, la solidarietà è l’unica scelta che abbiamo

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Il virus e nuovo mondo nel pensiero del filosofo Slavoj Žižek

16 maggio 2020

Ripete più volte quell’affermazione che Papa Francesco aveva fatto risuonare nella memorabile preghiera pubblica in piazza San Pietro, il 27 marzo scorso: «Siamo tutti sulla stessa barca». Slavoj Žižek, filosofo, intellettuale poliedrico e conosciuto per i suoi richiami marxisti, inframmezzati da forti debiti con Jacques Lacan, non ha dubbi: «Adesso siamo tutti sulla stessa barca». Lo ribadisce almeno tre volte nel suo recentissimo volume Pandemic! Covid-19 Shakes The World (OrBooks, New York – Londra), appena pubblicato, di cui (per gentile concessione dell’editore) pubblichiamo qui uno stralcio in nostra traduzione.

Ed è una situazione precisamente cristiana, questa della sofferenza comune, secondo il pensatore sloveno. Facendo eco a Catherine Malabou, Žižek scrive che «una sospensione della socialità è qualche volta il solo accesso all’alterità, un modo per sentire vicine tutte le persone isolate sulla Terra. Questa è la ragione perché sto cercando di essere solidale per quanto possibile nella mia solitudine. E questa è un’idea profondamente cristiana: quando mi sento solo, abbandonato da Dio, in quel momento sono come Cristo sulla croce, in piena solidarietà con lui».

Il filosofo sloveno, che non ha remore nell’autopresentarsi come «un ateo cristiano» — famosi i suoi testi su san Paolo e la teologia, scritti insieme al teologo anglicano John Milbank e pubblicati in Italia da Transeuropa — nota come il sorgere del coronavirus abbia funzionato come amplificatore di alcune tendenze positive e altre negative della nostra società. Sul fronte negativo, «l’attuale diffusione dell’epidemia di coronavirus ha portato ad un’altrettanto vasta epidemia di virus ideologici che erano dormienti nella nostra società: fake news, teorie cospiratorie paranoiche, esplosioni di razzismo». Ma anche, e soprattutto, tanta, tanta solidarietà. Slavoj Žižek ne è convinto, e usa un termine a lui caro — un nuovo «comunismo» — per identificare le possibilità di bene che possono sorgere dalle conseguenze della pandemia: «Non mi riferisco ad un’idealizzata solidarietà tra le persone: al contrario, la crisi attuale dimostra chiaramente come la solidarietà e la cooperazione globali sono nell’interesse della sopravvivenza di tutti e di ciascuno di noi, come esse siano la sola scelta razionale ed egoistica da fare». La pandemia ci ha convinto di una questione, ahimè, troppo dimenticata: «Il nostro principio fondamentale non dovrebbe consistere nell’economizzare l’assistenza, ma assistere tutti coloro che ne hanno bisogno, in maniera incondizionata, senza guardare in faccia i costi». Ricordando anche che «le decisioni sulla solidarietà sono eminentemente politiche».

Il mondo consumeristico tipico del capitalismo globalizzato, afferma Žižek, sta subendo gravi colpi. E il pensatore di Lubiana sintetizza questa sconfitta identificandola in alcuni simboli: «I parchi divertimenti si stanno trasformando in città fantasma: perfetto, non posso immaginare un luogo stupido e più noioso di Disneyland. La produzione di automobili è seriamente colpita: bene, questo ci costringerà a pensare ad alternative alla nostra ossessione di veicoli individuali. La lista potrebbe continuare».

Di fronte a quanti cercano (ancora) un capro espiatorio nei migranti che provano ad attraccare in Europa, Žižek ha parole sferzanti: «È difficile capire il loro livello di disperazione se un territorio messo in quarantena da un’epidemia è ancora una destinazione attraente per loro?». E anche rispetto ad un’altra categoria di quella «cultura dello scarto» che Francesco ha varie volte stigmatizzato — gli anziani — Žižek ha parole quanto mai decise, che fanno riferimento a quel «nuovo barbarismo» cui fa cenno nel testo che presentiamo qui. L’annotazione riguarda le decisioni sanitarie per cui si sarebbero lasciati morire le persone più in là con gli anni, considerandole sacrificabili: «La sola altra occasione in tempi recenti in cui è stato assunto un approccio simile, a mia conoscenza, è stato negli ultimi anni del regime di Ceauşescu in Romania, quando le persone anziane semplicemente non venivano accettate in ospedale, qualunque fosse il loro stato, perché venivano considerate di nessun utilizzo per la società».

di Lorenzo Fazzini

 

La vicinanza è nei nostri occhi


«Non  mi  toccare»  sono  le  parole  che,  secondo  Giovanni  (20,17),  disse  Gesù  a  Maria  Maddalena  quando  lei lo riconobbe dopo la resurrezione. E io, un cristiano ateo dichiarato, come interpreto questa frase? Anzitutto, la interpreto in relazione alla risposta data da Cristo al  discepolo  che  gli  domanda  come  avrebbero  saputo  che  era  tornato,  risorto  –  Cristo  dice  che  sarà  lì  ogni  volta che i credenti si riuniranno nello spirito d’amore. Sarà lì, non come una persona tangibile, ma nella forma del legame d’amore e solidarietà fra le persone – quindi «non mi toccare, tocca gli altri e occupati di loro nello spirito d’amore»...Oggi,  però,  nel  pieno  dell’epidemia  di  coronavirus, siamo tutti martellati dai moniti a non toccare gli altri e, anzi, a isolarci, a mantenere una distanza fisica adeguata – rispetto al «noli me tangere», tutto questo cosa  comporta?  Le  mani  non  possono  raggiungere  l’altra persona, soltanto dall’interno possiamo avvicinarci  gli  uni  agli  altri  –  e  la  finestra  a  cui  si  affaccia  la nostra «interiorità» sono gli occhi. In questi giorni, quando si incontra un conoscente (o persino un estraneo) e si mantiene la giusta distanza, guardare profondamente l’altro negli occhi può rivelare più di un con-tatto  intimo.  In  uno  dei  frammenti  della  giovinezza,  Hegel scrisse: «L’amato non ci è opposto, è uno con la nostra essenza: in lui vediamo solo noi stessi, e tuttavia non è noi: miracolo [ein Wunder] che non siamo in grado di capire». È  decisivo  evitare  di  scorgere  una  contrapposizione in queste due proposizioni, come se l’amato fosse in parte un «noi», parte di me, e in parte un enigma. Il miracolo  dell’amore  non  consiste  forse  proprio  nel  fatto  che tu sei parte della mia identità, purché resti un miracolo che non posso afferrare, un enigma non solo per me ma anche per te stesso? Per citare un famoso brano del giovane Hegel: L’uomo è questa notte, questo puro nulla, che tutto racchiude nella sua semplicità – una ricchezza senza fine  di  innumerevoli  rappresentazioni  ed  immagini,  delle quali nessuna gli sta di fronte o che non sono in quanto presenti. [...] Questa notte si vede quando si fissa negli occhi un uomo. Questo  neppure  il  coronavirus  può  strapparcelo  –  pertanto  ci  si  può  augurare  che  rispettare  una  certa  distanza fisica potrà persino rafforzare l’intensità del legame con gli altri. Soltanto ora che debbo evitare molti fra coloro che mi sono vicini sento pienamente la loro presenza, quanto sono importanti per me... Già mi pare di sentire  una  risata  cinica:  va  bene,  raggiungeremo  pure momenti di grande prossimità spirituale, ma questo come ci aiuterà a fronteggiare la catastrofe che ci ha colpiti? Impareremo qualcosa? Hegel  scrisse  che  dalla  storia  impariamo  solo  che  non  impariamo  niente  dalla  storia,  quindi  dubito  che  l’epidemia  ci  renderà  più  saggi.  L’unica  cosa  chiara  è  che  demolirà  i  fondamenti  della  nostra  vita,  determinando  non  solo  immenso  dolore  ma  anche  uno  sconquasso economico probabilmente peggiore della Grande  Recessione.  Non  si  ritorna  alla  normalità,  la  nuova  «normalità» dovrà essere ricostruita sulle macerie della vita  di  una  volta,  oppure  ci  ritroveremo  in  una  nuova  barbarie  di  cui  già  si  scorgono  distintamente  le  prime  avvisaglie. Quindi non sarà sufficiente trattare l’epidemia  come  uno  sfortunato  incidente,  sbarazzarsi  delle  conseguenze  e  riprendere  l’andamento  scorrevole  del  vecchio  sistema  –  dovremo  sollevare  la  domanda:  che  cosa  proprio  non  va  nel  nostro  sistema,  tanto  da  far-ci  cogliere  impreparati  dalla  catastrofe,  malgrado  gli  scienziati  ci  avvertissero  da  anni?  Dare  una  risposta  a  questa domanda richiederà molto di più che nuove forme di assistenza sanitaria globale.

(da Virus. Catastrofe e solidarietà di Slavoj Zizek, Ponte alle grazie, 2020, pagg 5-7)