· Città del Vaticano ·

Con quale sguardo torneremo a incontrarci?

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Oltre la crisi / 1

02 maggio 2020

Leggevo in questi giorni l’affermazione di un pensatore russo: «Il semplice rapporto fra la gente è la cosa più importante del mondo!». Mi ha fatto tornare in mente una bella canzone piena di gioia di qualche decennio fa, lanciata da un simpatico movimento di giovani che promuoveva l’amicizia e la fraternità fra i popoli: «Viva la gente!». Qualcuno la ricorda certamente. Parlava delle tantissime persone che incontriamo ogni mattina andando a lavorare; diceva fra l’altro: «Se più gente guardasse alla gente con favor, avremmo meno gente difficile e più gente di cuor…» e ispirava molti sentimenti saggi e positivi. Vi avevo ripensato molte volte negli ultimi anni camminando per strada, incontrando tante persone indaffarate e come chiuse in sé, e molte altre con dei fili che escono dalle orecchie, che erano completamente concentrate sullo schermo del loro cellulare o parlavano nell’aria ad alta voce con chissà chi, senza tener alcun conto delle persone che erano sull’autobus a pochi centimetri da loro. Mi sembrava che il gusto di guardare agli altri con benevolenza e attenzione stesse diventando più raro e l’intrusione sempre più pervasiva delle nuove forme di comunicazione nella vita quotidiana ce li rendesse quasi estranei.

Dopo varie settimane chiuso in casa sento un grande desiderio di incontrare di nuovo per strada volti diversi. Spero che prima o dopo, a tempo debito, ciò possa avvenire anche senza mascherina e senza divisori di plexiglass, e spero di poter scambiare con loro una parola cordiale, o anche solo un sorriso sincero. Moltissimi di noi in questi mesi hanno sperimentato con sorpresa positiva le possibilità offerte dalla comunicazione digitale e speriamo di farne tesoro anche per il futuro, ma con il prolungarsi degli isolamenti abbiamo capito che non bastano.

Come torneremo dopodomani a incontrarci per la strada o sulla metro? Riusciremo a ripopolare con serenità gli spazi comuni delle nostre città? Saremo condizionati da paura e sospetto, o con l’aiuto dell’auspicata saggezza di scienziati e governanti sapremo bilanciare la giusta prudenza con il desiderio di ritrovare e ritessere quella qualità di convivenza quotidiana che — come dicevamo all’inizio — «è la cosa più importante del mondo», la tela stessa del mondo umano? Ci renderemo conto (di più o di meno di prima?) che siamo famiglia umana in cammino nella casa comune che è il nostro unico pianeta Terra?

Ora che la pandemia ci avrà fatto sperimentare un aspetto problematico della globalizzazione di cui tutti dovremo tener conto in futuro, sapremo ritrovare lo slancio della fraternità fra i popoli al di là e al di sopra dei confini, l’accoglienza benevola e curiosa della diversità, la speranza del vivere insieme in un mondo di pace?

Come vivremo il nostro corpo e come vedremo quello degli altri? Una via possibile di contagio, un rischio da cui stare in guardia, o l’espressione dell’anima di una sorella o di un fratello? Perché questo è in fondo ogni corpo umano: la manifestazione concreta di un’anima — unica, degna, preziosa, creatura di Dio, immagine di Dio… Che meraviglia il timbro della voce, il ritmo dei passi, soprattutto il sorriso delle persone care!… Ma di più, questo non dovrebbe valere per tutte le persone che incontriamo? Allora, recuperare la libertà dal coronavirus ci aiuterà a liberarci anche dagli altri virus del corpo e dell’anima che ci impediscono di vedere e incontrare il tesoro che sta nell’anima dell’altro, o saremo diventati ancora più individualisti?

La tecnologia digitale può mediare e accompagnare utilmente il nostro rapporto, ma la presenza fisica vicendevole delle persone, dei loro corpi come trasparenza delle anime, la loro prossimità e il loro incontro, rimangono punto di partenza e di riferimento originario della nostra esperienza e del nostro cammino. Gesù non è stato una manifestazione virtuale di Dio, ma la sua incarnazione, proprio perché lo potessimo incontrare. E Gesù ci ha detto che Lui è presente e ci aspetta nell’altro, nel povero (e chi non è povero in qualche modo, lo sappia o no?), e che nel volto dell’altro possiamo e dobbiamo sapere in fondo riconoscere il suo.

Con quali occhi, con quale cuore, con quale sorriso torneremo a camminare per le strade e a incrociare il cammino di tante persone, che anche se apparentemente sconosciute in fondo in questi mesi ci sono mancate, e che come noi hanno sentito il desiderio di incontrarci di nuovo sulle strade quotidiane della loro vita, del nostro mondo comune?

di Federico Lombardi