· Città del Vaticano ·

A nessuno manchino il lavoro e la dignità

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Il 1° maggio Francesco denuncia le nuove forme di schiavitù e riafferma i diritti sociali

01 maggio 2020

«Oggi è la festa di San Giuseppe lavoratore e la Giornata dei lavoratori. Preghiamo per tutti i lavoratori. Per tutti. Perché a nessuna persona manchi il lavoro e che tutti siano giustamente pagati e possano godere della dignità del lavoro e della bellezza del riposo». È con questa preghiera che Papa Francesco ha iniziato — venerdì mattina, 1º maggio — la celebrazione della messa trasmessa in streaming dalla cappella di Casa Santa Marta. Avendo a accanto a sé, vicino all’altare, la statua di san Giuseppe artigiano portata, per l’occasione, delle Acli (Associazioni cristiane dei lavoratori italiani).

Per l’omelia il Papa ha preso spunto dal brano tratto dal libro della Genesi (1, 26-2,3) — proposto dalla liturgia del giorno — che racconta la creazione dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. «“E Dio creò” (cfr. 1, 27). Un Creatore. Creò il mondo, creò l’uomo e diede una missione all’uomo: gestire, lavorare, portar avanti il creato» ha affermato. E proprio «la parola “lavoro” è quella che usa la Bibbia per descrivere questa attività di Dio: “Portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro” (cfr. 2, 2), e consegna questa attività all’uomo: “Tu devi fare questo, custodire quello, quell’altro, tu devi lavorare per creare con me — è come se dicesse così — questo mondo, perché vada avanti” (cfr. 2, 15.19-20)». È «a tal punto — ha detto il Pontefice — che il lavoro non è che la continuazione del lavoro di Dio: il lavoro umano è la vocazione dell’uomo ricevuta da Dio alla fine della creazione dell’universo».

«Il lavoro è quello che rende l’uomo simile a Dio — ha spiegato il Papa — perché con il lavoro l’uomo è creatore, è capace di creare, di creare tante cose; anche creare una famiglia per andare avanti». Dunque, ha insistito Francesco, «l’uomo è un creatore e crea con il lavoro: questa è la vocazione». La Bibbia, ha fatto notare il Pontefice, «dice che “Dio vide quanto aveva fatto ed ecco, era cosa molto buona” (cfr. 1, 31). Cioè, il lavoro ha dentro di sé una bontà e crea l’armonia delle cose — bellezza, bontà — e coinvolge l’uomo in tutto: nel suo pensiero, nel suo agire, tutto». Dunque «l’uomo è coinvolto nel lavorare. È la prima vocazione dell’uomo: lavorare. E questo dà dignità all’uomo. La dignità che lo fa assomigliare a Dio. La dignità del lavoro».

Una volta — ha raccontato il Papa — «in una Caritas a un uomo che non aveva lavoro e andava per cercare qualcosa per la famiglia, un dipendente della Caritas ha dato qualcosa da mangiare e ha detto: “Almeno lei può portare il pane a casa” — “Ma a me non basta questo, non è sufficiente”, è stata la risposta: “Io voglio guadagnare il pane per portarlo a casa”». A quell’uomo, ha rilanciato Francesco «mancava la dignità, la dignità di “fare” il pane lui, con il suo lavoro, e portarlo a casa». Gli mancava, insomma, «la dignità del lavoro, che è tanto calpestata, purtroppo». E nella storia, ha affermato il Pontefice, «abbiamo letto le brutalità che facevano con gli schiavi: li portavano dall’Africa in America — penso a quella storia che tocca la mia terra — e noi diciamo: “Quanta barbarie!”». In realtà, ha commentato il Papa, «anche oggi ci sono tanti schiavi, tanti uomini e donne che non sono liberi di lavorare: sono costretti a lavorare, per sopravvivere, niente di più». Essi «sono schiavi» costretti a «lavori forzati, ingiusti, malpagati e che portano l’uomo a vivere con la dignità calpestata». E oggi «sono tanti, tanti nel mondo. Tanti. Nei giornali alcuni mesi fa — ha ricordato — abbiamo letto, in un Paese dell’Asia, come un signore aveva ucciso a bastonate un suo dipendente che guadagnava meno di mezzo dollaro al giorno, perché aveva fatto male una cosa».

«La schiavitù di oggi — ha ripetuto il Pontefice — è la nostra “in-dignità”, perché toglie la dignità all’uomo, alla donna, a tutti noi. “No, io lavoro, io ho la mia dignità”. Sì, ma i tuoi fratelli, no. “Sì, Padre, è vero, ma questo, siccome è tanto lontano, a me fa fatica capirlo». Ma questo, ha messo in guardia il Papa, è un atteggiamento sbagliato perché le ingiustizie accadono «anche qui da noi». E del resto, basta pensare «ai lavoratori, ai giornalieri che tu fai lavorare per una retribuzione minima e non otto, ma dodici, quattordici ore al giorno: questo succede oggi, qui». Succede «in tutto il mondo, ma anche qui». E ancora: «Pensa — ha insistito il Papa — alla domestica che non ha retribuzione giusta, che non ha assistenza sociale di sicurezza, che non ha capacità di pensione: questo non succede in Asia soltanto». Accade «qui».

«Ogni ingiustizia che si compie su una persona che lavora — ha proseguito Francesco — è calpestare la dignità umana, anche la dignità di quello che fa l’ingiustizia: si abbassa il livello e si finisce in quella tensione di dittatore-schiavo». Invece, ha spiegato il Pontefice, «la vocazione che ci dà Dio è tanto bella: creare, ri-creare, lavorare. Ma questo — ha avvertito — si può fare quando le condizioni sono giuste e si rispetta la dignità della persona». Con questa consapevolezza il Pontefice ha rilanciato: «Oggi ci uniamo a tanti uomini e donne, credenti e non credenti, che commemorano la Giornata del lavoratore, la Giornata del lavoro, per coloro che lottano per avere una giustizia nel lavoro, per coloro — imprenditori bravi — che portano avanti il lavoro con giustizia, anche se loro ci perdono». A questo proposito ha voluto condividere una confidenza: «Due mesi fa ho sentito al telefono un imprenditore, qui, in Italia, che mi chiedeva di pregare per lui perché non voleva licenziare nessuno e ha detto così: “Perché licenziare uno di loro è licenziare me”». E questa, ha aggiunto Francesco, è la «coscienza di tanti imprenditori buoni, che custodiscono i lavoratori come se fossero figli: preghiamo pure per loro».

Concludendo l’omelia, il Pontefice, nell’indicare la statua, ha esortato a chiedere «a san Giuseppe — con questa icona tanto bella, con gli strumenti di lavoro in mano — che ci aiuti a lottare per la dignità del lavoro, perché ci sia il lavoro per tutti e che sia lavoro degno. Non lavoro di schiavo»: questa «sia oggi la preghiera». E con le parole del cardinale Rafael Merry del Val il Papa ha quindi invitato «le persone che non possono fare la comunione sacramentale» a fare «adesso» la comunione spirituale.

Accanto all’altare la statua di san Giuseppe artigiano


C’è il profilo di ogni donna e di ogni uomo che lavora, o che è alle prese con la mancanza di occupazione, nei lineamenti della statua di san Giuseppe collocata accanto all’altare della cappella di Casa Santa Marta per la messa celebrata la mattina del 1° maggio. Per questa ragione, forse, non c’è nulla di più retoricamente sbagliato nell’affermare che la festa del 1° maggio 2020 si è celebrata senza folla. Quasi che la dignità del lavoro si misurasse a colpi di folla o fosse annullata dalle chiusure e dagli isolamenti per contenere la diffusione della pandemia da covid-19.

Oltretutto quella statua di san Giuseppe “artigiano” rappresenta, creativamente, proprio l’esperienza concreta dei lavoratori; “racconta” la loro storia: lo testimoniano quegli attrezzi “da fatica” che, guardando la statua, si contemplano tra le mani di Giuseppe. Così la statua, oggi più che mai, assume il valore molto più che simbolico di dignità, di speranza. Di rinascita.

Per questo 1° maggio così particolare, Papa Francesco ha accolto la richiesta delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani) di portare in Vaticano la “storica” statua che si trova all’ingresso della sede nazionale di palazzo Achille Grandi, in via Marcora a Roma, dopo essere stata anche nella parrocchia romana intitolata a Gesù Divino Lavoratore, a piazzale della Radio.

Realizzata in bronzo dorato da Enrico Nell Breuning — è alta 135 centimetri — venne benedetta a Milano, il 1° maggio 1956, dall’arcivescovo Giovanni Battista Montini. E venne subito portata in elicottero in piazza San Pietro: un gesto che ispirò Federico Fellini per la famosa scena del film La dolce vita. In Vaticano, il 2 maggio, la statua venne benedetta da Pio XII che, un anno prima, aveva istituito la festa di san Giuseppe dedicandola ai lavoratori. In tempi più recenti, il 1° maggio 2005, la statua-simbolo delle Acli è stata portata in piazza San Pietro — per celebrare con Benedetto XVI il 60° anniversario di fondazione dell’associazione — e il 23 maggio 2015 nell’Aula Paolo VI per l’udienza con Papa Francesco.

Roberto Rossini, presidente delle Acli, ha espresso gratitudine a Francesco per aver accolto «la statua in occasione del 65° dell’istituzione della festa di san Giuseppe lavoratore, voluta» da Papa Pacelli. Assicurando che gli appartenenti Acli hanno partecipato alla messa mattutina «dalle nostre case, insieme al Papa e a tutta la Chiesa, uniti in preghiera per il lavoro e per i lavoratori   in un momento così delicato per il nostro Paese». Insomma, i lavoratori cristiani ripartono anche da qui, dalla celebrazione della messa del 1° maggio, con la consapevolezza che, afferma Rossini, il Papa «ci incoraggia a operare affinché nessun lavoratore sia senza diritti e il lavoro sia libero, creativo, partecipativo e solidale».