· Città del Vaticano ·

Vivere da credenti in questo tempo è possibile

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Il Signore che passa nel tempo del coronavirus - 5

02 aprile 2020

«Tornare a credere che sia possibile vivere da credenti, ed è questo il tempo» (Bonfrate). Il tempo che stiamo attraversando ci sta smascherando, sta mostrando verità che, in tempi normali, abbiamo sopportato o nascosto con qualche spostamento, anche fisico, con qualche contraffazione, con qualche narrazione eroica. Lo spazio ci si è chiuso attorno, il tempo è sospeso. Il dove e il quando sono incerti. Siamo senza molte delle cose, delle risorse, delle distrazioni, delle abitudini che fanno la nostra vita, che le consentono una certa dignità. Siamo senza e sperimentiamo l’assenza: delle persone, degli incontri, dei visi e degli sguardi. I credenti, i cattolici, sono senza Eucarestia, il rimedio dell’Assenza. Presenza reale. La fede cristiana conosce la disciplina e l’esercizio per i senza e le assenze, da «L’ho cercato e non l’ho trovato» (Ct 5,6), a «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto» (Gv 20, 13), a «Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava…» (At 1, 10). Rimaniamo gente che attende, come innamorati, come bambini, con il naso per aria verso un aereo, una nuvola, un aquilone. Per onorare il participio presente della denominazione (credenti, che stanno credendo) sarebbe meglio essere adulti. Fa parte della vita adulta (per molti, anche dell’infanzia) stare senza: senza lavoro, senza casa, senza figli, senza soldi, senza amore, senza desiderio, senza pace, senza serenità. Cosa fa un adulto, un adulto non solo anagrafico? Cerca nella sua vita quello che ha e “se lo fa bastare”: ridimensiona, elabora, ricuce, riadatta. Alza lo sguardo. Non veste panni non suoi, non imbroglia.

Oltre ai senza abituali, ne stiamo sperimentando di nuovi: senza Eucarestia, senza gli altri, senza viaggi. Per poter rimanere credenti è necessario, ancora una volta, un atto di fede; ci vuole anche però (talvolta è più difficile) un atto di realismo. Ci servirebbe un inventario dello spazio e del tempo che ci siamo ritrovati attorno, un esercizio di nominazione sincera del che, del chi e del come vediamo. Ci vorrebbe molto coraggio. Ci stiamo rendendo conto che non siamo tra contemporanei, neanche con i nostri interlocutori abituali. Scopriamo terrapiattisti, complottisti, egoisti seriali anche in insospettabili amici. Il virus e il suo seguito hanno scoperchiato zone arcaiche del nostro cervello, quelle magari coperte dai discorsi sensati. Siamo proprio diversi, talvolta irrimediabilmente diversi, tra simili. Avevamo fatto finta di niente?

Dovremmo ripercorrere la catena del contagio, quello della paura dei conflitti, quello dell’accordarci sul poco, cedendo sul vero e sul giusto, cioè sul molto. Emergono ingenuità colpevoli, pigrizie truccate. Anche la realtà, non è, ma lo sapevamo, percepita da tutti allo stesso modo né con uguale attenzione. Abbiamo incontrato gli altri, ed è come se fossimo di fronte alla possibilità (spaventosa?) di ridefinire prossimità, distanze, differenze, affinità. Chi erano, poi, “gli altri”? Il quotidiano conosce in molti casi una gentilezza, e una scontrosità, si spera poca, inedite. I più anziani tra noi hanno ascoltato racconti di genitori e nonni su periodi di guerra e di epidemie. La tecnologia ha cambiato gli scenari e modificato i racconti? Possiamo ancora imparare? Dopo molti giorni passati a casa, al proprio domicilio, identificato con il proprio nucleo familiare, quando saremo tornati al lavoro in ufficio, quando saremo tornati a scuola, al mercato, a comprare, magari anche dal parrucchiere, avremo dimenticato? Quando saremo tornati a celebrare l’Eucarestia domenicale, cancelleremo la misteriosa rete che ci ha connesso a preghiere sospese nell’aria o gettate nella rete, a corone del rosario sgranate come magari non si faceva da anni? Avremo dimenticato la mestizia che c’è nel non celebrare un funerale, nel chiudere una bara senza una benedizione? Sarebbe bello aver imparato che tutti possiamo benedire.

I credenti sanno che «Dio ha assegnato loro un posto così importante, e ad essi non è lecito abbandonarlo» (Lettera a Diogneto, II, 6).

di Manuela Terribile