· Città del Vaticano ·

Una voce che chiama per nome

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Il Vangelo della IV Domenica di Pasqua

28 aprile 2020

Il Pastore del capitolo 10 di Giovanni «cammina davanti» alle pecore, ed esse «lo seguono perché conoscono la sua voce». Quando si contempla il passaggio di un gregge non si vede mai arrivare per primo il pastore, semmai i cani che lo aiutano, poi il gregge, e da ultimo il pastore. La strategia descritta da Gesù non è normale. È la Sua...

Questo custode non pasce costringendo ma attirando.

Il suo strumento di guida è la voce: «Le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori».

Questo spiega in parte perché ci può essere stato il fallimento di un modo impositivo di proporre la fede: non attirare, ma incalzare, spingere, costringere. Purtroppo, finché questa educazione alla fede autoritativa corrispondeva a un forte apparato strutturale poteva persino sembrare utile.

Ma oggi questo apparato crolla — questo non è una grazia in realtà? — e non ha più alcun impatto. È successo, storicamente e culturalmente, quel che diceva Gesù: «Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».

Non di rado abbiamo ricevuto la lamentela per l’incapacità ecclesiale di parlare al cuore delle persone. Molti si sono allontanati perché si sentivano estranei. Ma cosa vuol dire non parlare da estranei? Significa saper chiamare le pecore «ciascuna per nome».

Abbiamo usato parole spesso “mondane” dimenticando la forza della Parola di Dio, che sa appellare intimamente ogni uomo come nessun’altra parola saprà mai fare.

Sappiamo cosa ci tirerà veramente fuori dal lockdown del covid-19: una parola che arriva al cuore e fa uscire e trovare pascolo. Una voce che chiama per nome perché conosce l’uomo come nessuno lo ha mai conosciuto.

Il suo stile è lineare: «Entra dalla porta», non da un’altra parte. La sua opera è liberante, tira fuori dal recinto e fa trovare pascolo. Il suo frutto è generoso: non chiede, non depaupera, non uccide, come fa la menzogna, ma dà la vita «in abbondanza». Perché usare altre parole?

di Fabio Rosini