· Città del Vaticano ·

Una storia è buona quando è vera

Diego Rivera «La casa sul ponte» (1909)

Racconto - La parola dell'anno

16 aprile 2020

A colloquio con lo scrittore Daniel Mendelsohn


La parola è un ponte. Ogni storia che viene raccontata crea connessione, comunione. È questo l’aspetto del Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che ha colpito maggiormente lo scrittore Daniel Mendelsohn che abbiamo raggiunto nella sua casa in campagna: «Proprio come i personaggi del Decamerone che parla di persone che cercano di vivere in campagna e così di sopravvivere a una grande catastrofe condividendo storie. Ora, come sappiamo, si tratta di storie non proprio “religiose”, anzi molto profane, ma quello che Boccaccio capisce è che attraverso il racconto possiamo ridurre la distanza che ci separa e penso che questo sia oggi più necessario che mai. Boccaccio intuisce questa verità, proprio come il Papa».

Dal Messaggio del Papa il romanziere e saggista di Long Island si sente chiamato in causa come scrittore. «Il mio pensiero è che il messaggio del Papa, che sottolinea l’importanza della condivisione di storie come mezzo di connessione umana, mi sembra più che mai necessario soprattutto oggi nella crisi in cui si trova il mondo intero. Ed è un messaggio molto interessante e direi commovente per me, come scrittore, perché questo è ovviamente quello che cerchiamo di fare sempre noi scrittori. A questo infatti serve la letteratura: a collegare tutti i diversi tipi di persone, di fedi, di background attraverso le narrazioni umane. Ci sto riflettendo molto in questo momento di terribile pandemia. Questo vale per la classicità, ma così è anche nel Vangelo, i cui testi originali sono scritti in greco: gli evangelisti hanno capito che la narrazione, le buone storie, sono il mezzo migliore per comunicare un messaggio importante, si pensi all’uso delle parabole. Sia nel mondo profano che in quello sacro, i più grandi pensatori hanno capito che la narrazione umana è la parte più essenziale di ciò che siamo. Noi siamo “creature di narrativa” ed è questo che ci rende umani più di ogni altra cosa, il fatto che raccontiamo la nostra esperienza, sia che si tratti di un’esperienza teologica, che di un’esperienza profana o del mondo, comunque noi la dobbiamo raccontare. C’è qualcosa di ironico, secondo me, sul fatto che questo messaggio arrivi in un momento in cui le persone devono per forza essere separate, visto che il messaggio rivela la natura della narrazione di essere ponte, capace cioè di collegare le persone. Questa possibilità di un ponte narrativo è tutto ciò che oggi ci rimane. Non possiamo stare insieme fisicamente, non possiamo toccarci, abbracciarci, non possiamo vedere i nostri amici: quello che abbiamo sono le storie. Sì, penso che il messaggio di Papa Francesco sia arrivato proprio al momento giusto».

Il Papa insiste sul fatto che le storie da raccontare siano storie buone, cioè belle e vere, che ne pensa?

Questo è un punto molto importante. Tutto dipende però da quello che noi intendiamo quando diciamo: “una buona storia”. Sono possibili due risposte. Prima di tutto c’è una storia che ci fa sentire bene, felici, connessi con il mondo e la vita in modo umano. Ma esiste un altro tipo di buona storia, quella che coglie e condivide la verità con le persone, anche se è una verità difficile. Secondo me esiste sempre una responsabilità più alta nei confronti della verità. In questo nostro tempo ci sono tante storie che girano, quindi ancora di più è fondamentale la responsabilità dello scrittore (o del giornalista, o del prete...) di raccontare ciò che è vero. Soprattutto in un momento di panico, di ansia, è più importante dare alla gente la verità anche se la verità è difficile. Una storia vera è anche una bella storia. Quindi penso che il Papa abbia ragione: è importante condividere una buona storia, così si può aiutare la gente; non solo con una storia felice ma soprattutto con una storia vera, e su questo si fonda la responsabilità di essere veri.

È questo senso della responsabilità che l’ha spinta a scrivere il suo libro sull’Olocausto, «Gli scomparsi»?

Sì, uno scrittore non deve mai falsificare la realtà ma guardarla in faccia, così come è. Una cosa che ho imparato proprio scrivendo il racconto della mia storia familiare sull’Olocausto: anche nelle storie più terribili esistono momenti di grazia e questi vanno cercati e raccontati perché è ciò di cui la gente ha bisogno. Momenti di grazia: intendo, ad esempio, quando qualcuno decide di salvare qualcun altro, quando qualcuno si aggrappa alla propria umanità in un tempo disumano... Penso che sia dovere dello scrittore mostrare l’intero quadro e l’intero quadro può includere un momento di grazia.

Lei è quindi d’accordo sul fatto che, come dice il Papa, il racconto di storie buone, cioè belle e vere, salva gli uomini dal dominio della chiacchiera e delle fake news?

Certo, è quello che stavo dicendo: nel XXI secolo siamo circondati, soffocati dalle chiacchiere e oggi più che mai, nel momento della crisi, è necessario combattere contro il rumore, il pettegolezzo, le notizie false. È la Fama, il mostro di cui narra il mio poeta preferito, Virgilio, nel quarto canto dell’Eneide, cioè la diceria, il terribile potere del pettegolezzo, delle notizie false. Come si fa a combattere contro questo mostro? Con le storie vere, con la verità: la verità scientifica, la verità giornalistica, la verità medica, ma anche la verità spirituale, la verità emotiva... ecco di cosa abbiamo bisogno. È come se l’atmosfera fosse piena di veleno e la verità fosse l’antidoto. E la diffusione della verità passa attraverso una storia.

Secondo il Papa il raccontare storie permette di conoscere meglio anche la propria identità...

Questo è verissimo. Ogni scrittore capisca che attraverso il processo di creazione e di narrazione della storia si sviluppa un senso più alto della verità. La scrittura della storia è il veicolo per una maggiore comprensione da parte sia dello scrittore sia del lettore. Il racconto è quindi uno strumento conoscitivo, che permette la comprensione.

Eppure la parola della poesia appare ambigua, incerta, in confronto con la parola della scienza così netta e univoca.

Sono figlio di uno scienziato e ho un grande rispetto per la scienza, ma credo che si possa dire che la scienza può dire una verità sul mondo, sul cosmo, mentre la letteratura può dire una verità sull’animo umano che la scienza non potrà mai illuminare definitivamente. Entrambi cercano di dire una verità, ma si tratta di verità diverse, quindi servono entrambi: la scienza parla di come è fatto il mondo, la letteratura invece dice qualcosa di ineffabile. Questo è il punto della letteratura: cercare di spiegare ciò che nient’altro può spiegare. Tutti quelli che raccontano, che scrivono, cercano di scrivere la verità: scienziati, poeti, romanzieri, giornalisti... quando cercano di dire la verità fanno parte dello stesso progetto ma si tratta di un progetto enorme che ha bisogno di tanti tipi di storie diverse per raccontarlo. Abbiamo bisogno sia della letteratura che della scienza.

Renzo Piano su queste pagine ha osservato come tutti gli uomini, anche gli scienziati, si devono fermare nel loro cammino di ricerca, di fronte a una soglia, a un mistero.

Sono d’accordo: alla fine c’è un punto oltre il quale esiste una sorta di mistero. Si può chiamare l’ineffabile, il misterioso, il divino, ma credo che tutti coloro che sono onesti si rendano conto che infine c’è questo “qualcosa” di misterioso che tutti noi umani abbiamo in comune ma che è molto difficile da descrivere. Possiamo definirlo anche “trascendente”, qualcosa che si riconosce ma è molto difficile descrivere. Questo “trascendente” è inoltre il punto verso il quale stiamo andando, è l’obiettivo del cammino dell’uomo, un orizzonte che conosciamo ma non possiamo dire bene cosa sia, ed è per questo che continuiamo incessantemente ad andare avanti.

La poesia occidentale inizia con le parole di Omero che chiede alla musa di essere ispirato. L’arte è “techne”, un’abilità sotto il controllo dell’artista, o è un dono ricevuto?

Il fatto che tutto cominci con l’invocazione alla musa è un riconoscimento che con l’arte si procede oltre la conoscenza umana, oltre la mera capacità umana di fare poesia. E quindi si ha bisogno dell’aiuto del divino. È un chiaro riconoscimento del limite del potere umano: in fondo ciò che Omero dice è che non può fare poesia senza l’aiuto del divino. Tutti i grandi artisti riconoscono che c’è un certo punto in cui subentra il trascendente, in cui si ha bisogno di una sorta di talento sovrumano per fare grande arte. È il comune incipit dell’Iliade e dell’Odissea: hai bisogno degli dei per raccontare la tua storia. Ai nostri giorni, in questi tempi di secolarizzazione, si potrebbe parlare, in modo più laico, di “ispirazione”, “talento”... ma penso che tutte queste parole siano solo un riconoscimento del fatto che c’è una qualche qualità sovrumana che è richiesta. I greci erano più onesti: dicevano “gli dei”.

di Andrea Monda