· Città del Vaticano ·

Una Pasqua davvero diversa da quella dei discepoli del Signore?

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Tempore Famis

09 aprile 2020

Per i cristiani la Pasqua di resurrezione è il centro della vita, di Gesù e dei credenti. Cosa possiamo aspettarci dalla prossima Pasqua, in questo momento inedito che stiamo vivendo? La tradizione millenaria della Chiesa ci ha consegnato la memoria degli ultimi giorni del Signore, da rivivere attraverso i suggestivi riti della settimana santa e del triduo pasquale. Questa volta li celebreremo in modo diverso, da casa, senza assemblea riunita, senza il pane dei pellegrini e degli angeli. Il modo che a noi appare estraniante, in verità assomiglia molto a quello in cui lo vissero i discepoli di Gesù. Invece di essere presenti accanto al Maestro sotto la croce, si riunirono l’ultima volta per la cena di saluto, poi fuggirono impauriti. Nonostante i ripetuti annunci di ciò che lo avrebbe atteso, Gesù non riuscì a tenere vicini gli amici, a trovare in loro vicinanza, consolazione, compagnia. Neppure quella stessa sera, dopo cena, prima della cattura, ebbero la forza di vegliare con lui.

Noi tutti — e non solo i credenti — oggi ci sentiamo parte di questa compagnia di amici desolati, smarriti, abbandonati. In realtà, non è il Signore a lasciarci soli, quanto invece la nostra tristezza a farci sentire così. Quale speranza, dunque, per noi e per l’umanità intera, in prossimità di un evento che ha davvero cambiato la storia? L’ha cambiata perché da quel momento in poi nell’oscurità della morte si è dischiuso uno spiraglio. Forse temiamo che la sia la nostra storia di oggi ad essere cambiata in peggio, che siamo tornati a sprofondare in un abisso da cui non risaliremo con le sole nostre forze. Ma proprio qui e ora si accende la speranza di un’alba di risurrezione.

Che cosa avvenne nella rapida successione di fatti che i vangeli ci narrano? Qualcosa in cui si può rispecchiare molto di quanto stiamo vivendo. Forse non siamo così lontani dalla passione del Signore. Se proviamo con la “composizione di luogo” — come suggerisce sant’Ignazio — troveremo il nostro posto in questi racconti. Abbiamo bisogno di un nuovo respiro, che ci doni vita e non ci faccia soccombere alla paura della morte. L’ultimo respiro di Gesù crocifisso, da sbuffo soffocato si trasforma in soffio di vita, non per sé, ma per noi. Dalla sua morte la nostra vita, dalla sua fine il nostro nuovo inizio. Colui che non è sceso dalla croce si lascia sprofondare nella morte, si lancia nell’abisso delle tenebre: qui il Padre lo raccoglie, lo trattiene, nascosto agli occhi di tutti. Trema la terra, in un fremito indicibile, all’incontro con colui che l’ha plasmata e mai avrebbe immaginato di poterlo ricevere esanime.

Quella terra adesso è privata del suo Signore. Piedi sollevati, fissi al legno, poi distesi lungo un corpo abbandonato dalla vita. Il soldato, le donne, Pilato, i capi del popolo: gente che ruota attorno a un morto, senza saper bene perché, mossa da pensieri diversi. Gli amici: paurosi, fuggiti, lontani. Il Crocifisso va sepolto. Ma sarà ancora un pericolo? Va sigillato nell’antro della terra. Giuseppe e Nicodemo, con la generosità dei discepoli nascosti; le donne, con la cura di un amore gratuito; i capi giudei, con la paura che l’inganno continui. Il riposo di Gesù non lascia quieto nessuno. Eppure tutto è finito, tutto è compiuto. La dolente tenerezza di Maria, del discepolo amato, di Giuseppe d’Arimatea e delle donne ci accompagnano dalla croce al sepolcro, con il presentimento che davvero la morte odora di risurrezione.

di Maurizio Gronchi