· Città del Vaticano ·

Una Costituzione globale più forte dei mercati

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L’orizzonte del dopo pandemia nella riflessione di Luigi Ferrajoli

17 aprile 2020

In un mondo globale che tende a ridistribuire la potenza politica e la ricchezza concentrandola in capo ai giganti emergenti, l’infezione da covid-19 ha messo in crisi l’interdipendenza mondiale per un tempo che ancora non sappiamo quantificare, ma soprattutto ha evidenziato, come in una cartina tornasole, sfide epocali. Non ci sono solo i sistemi sanitari o la viabilità internazionale a essere messi in discussione dalla pandemia. L’onda lunga dello tsunami del coronavirus lascia intravedere seri contraccolpi per l’economia e scuote le fondamenta dell’ordine liberale su cui ci siamo basati per decenni. Da tempo si parla di una globalizzazione che non può restare senza forme di governance globale. Basti considerare il moltiplicarsi di conflitti e l’inasprirsi della forbice delle disuguaglianze sociali in praticamente tutte le aree geografiche, mentre solo l’internazionalizzazione delle organizzazioni illecite non conosce crisi o recessioni. Si pone l’esigenza di una forma concettualmente nuova e operativamente inedita di regolamentazione su scala mondiale che tuteli i principi di bene comune. Per riflettere su questi temi abbiamo intervistato Luigi Ferrajoli, giurista, ex magistrato, professore universitario e filosofo del diritto, che da anni porta avanti i suoi studi su un “costituzionalismo globale”.

Quali spazi trovano nel suo ragionamento i valori della salute e il possibile contrasto all’attuale livello di diseguaglianze nel mondo, tale che l’un per cento della popolazione mondiale detiene il 99 per cento delle ricchezze? E cosa ci può insegnare la pandemia da covid-19?

Il diritto alla salute è un diritto fondamentale stabilito non solo nelle costituzioni statali più avanzate, ma anche in molte carte internazionali dei diritti umani. L’aggressione alla salute e alla vita del coronavirus, con il suo terribile bilancio quotidiano di morti in tutto il mondo, ha reso più clamorosamente visibili e intollerabili di qualunque altra emergenza i costi della mancanza di adeguate istituzioni di garanzia di tali diritti vitali e la necessità di una Costituzione della Terra che a questa mancanza ponga rimedio. Più di qualunque altra catastrofe, essa rende perciò più urgente e, insieme, più universalmente condivisa la necessità di colmare questa lacuna. C’è poi un’altra ragione, più specifica, che distingue questa emergenza da tutte le altre e impone una sua gestione a livello globale: non solo la garanzia dell’uguaglianza nel diritto alla vita e alla salute di tutti gli esseri umani, ma anche l’efficacia delle misure adottate, la quale dipende largamente dalla loro coerenza e omogeneità. I diversi paesi della terra si muovono invece ciascuno con strategie diverse, con il pericolo che le misure inadeguate o intempestive di taluni di essi possano riaprire il contagio per tutti gli altri.

Cosa intende per “costituzionalismo globale”?

Esistono, e stanno diventando sempre più drammatici, problemi globali che non fanno parte dell’agenda politica dei governi nazionali ma dalla cui soluzione, possibile soltanto a livello globale, dipende la sopravvivenza dell’umanità: il salvataggio del pianeta dal riscaldamento climatico, i pericoli di conflitti nucleari, la crescita della povertà e la morte ogni anno di milioni di persone per la mancanza dell’alimentazione di base e dei farmaci salva-vita, il dramma di centinaia di migliaia di migranti e, ora, la tragedia di questa pandemia del coronavirus. È da questa banale consapevolezza che è nata, un anno fa, l’idea di dar vita a un movimento politico — la cui prima assemblea si è svolta qui a Roma il 21 febbraio — diretto a promuovere una Costituzione della Terra. Lo strumento che abbiamo adottato è quello della scuola “Costituente Terra”: precisamente, l’istituzione di più scuole, che vorremmo fossero organizzate non solo a Roma, ma in tutta Italia (e in prospettiva in tutto il mondo) e che saranno in realtà luoghi di riflessione, di dibattito e di elaborazione delle tecniche e, soprattutto, delle istituzioni di garanzia dei diritti umani e della pace che una Costituzione della Terra dovrebbe prevedere per dar vita a una sfera pubblica internazionale all’altezza delle sfide globali.

Quali sono, secondo lei, i principali ostacoli a una prospettiva di questo genere?

Sono fondamentalmente due. Il primo è la miopia delle forze politiche, determinata da una grave aporia della democrazia rappresentativa: gli spazi angusti e i tempi brevi cui sono ancorate, in democrazia, la ricerca del consenso delle forze politiche e che impediscono di farsi carico dei problemi del pianeta di solito ignorati dalle pubbliche opinioni. Il secondo è costituito dai potenti interessi economici che si oppongono al progetto di una sfera pubblica garante dell’uguaglianza nei diritti fondamentali e della pace, la cui attuazione imporrebbe una fiscalità mondiale, limiti e controlli sullo sviluppo industriale ecologicamente insostenibile e la subordinazione ai diritti fondamentali dei poteri selvaggi dei mercati.

Davvero il dopo pandemia potrebbe rappresentare una occasione per comprendere la necessità di un nuovo orizzonte?

Certamente. Giacché essa, ripeto, ci fa toccare con mano l’insensatezza della mancanza di preparazione e di previdenza che ha colto tutti gli Stati, rendendoci consapevoli del fatto che piani adeguati di emergenza saranno tanto più efficaci quanto più omogenei e perciò globali. Mi pare che questo sia l’insegnamento più ovvio di questa pandemia: la necessità di trasformare l’Organizzazione Mondiale della Sanità, attualmente priva di mezzi e di poteri, in una vera istituzione globale di garanzia del diritto alla salute per tutti gli abitanti della Terra. Si può insomma sperare che il dramma che stiamo vivendo provochi un risveglio della ragione. Colpendo tutto il genere umano, senza distinzioni di nazionalità e di ricchezze, essa può forse generare, a livello di massa, la consapevolezza — anche con riguardo alle altre emergenze globali, da quella ecologica a quella nucleare e a quella umanitaria — della nostra comune fragilità, della nostra interdipendenza e del nostro comune destino.

Professore, le accademie hanno sviluppato negli ultimi anni diversi modelli di governance globale: il modello liberal democratico, quello della democrazia radicale, o quello della democrazia cosmopolita o infine della democrazia multipolare; secondo lei qual è il più adatto a fronteggiare l'attuale crisi?

Le tipologie dei modelli di democrazia possono essere le più svariate. Dei quattro modelli da lei indicati quello più idoneo a rispondere alle sfide globali è certamente quello della democrazia cosmopolitica. È il sogno di Kant, che oggi è possibile integrare, attuare e garantire dando a esso la forma e la sostanza di una Costituzione globale, rigidamente sopraordinata ai poteri sia degli Stati che dei mercati.

Nella sua riflessione continua che posto occupa l’Onu?

L’Onu è oggi il solo ordinamento internazionale di cui sono membri praticamente tutti gli Stati della Terra. Si tratta di democratizzarla, di rafforzarla e, soprattutto, di modificarne la struttura. Ciò che si richiede non è tanto il rafforzamento delle funzioni e delle istituzioni politiche di governo: tali funzioni, in quanto legittimate dalla rappresentanza politica, lo sono tanto più quanto più sono vicine agli elettori e perciò di livello statale o regionale. Ciò che è necessario è soprattutto l’implementazione — che ovviamente richiede una decisione politica a opera delle istituzioni di governo — di adeguate funzioni e istituzioni di garanzia della salute, della sussistenza, dell’istruzione di base, dell’abitabilità del pianeta, cioè di diritti fondamentali già stabiliti in tante carte dei diritti umani che si tratta semplicemente di prendere sul serio. In questa prospettiva, una Costituzione della Terra dovrebbe introdurre un demanio planetario dei beni comuni come l’atmosfera, l’acqua potabile, i grandi ghiacciai e il patrimonio forestale. Dovrebbe inoltre prevedere una fiscalità globale in grado di finanziare l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Fao e altre autorità di garanzia.

di Fausta Speranza