· Città del Vaticano ·

Un mago molto serio

La copertina di «Bambini e bambole» (Emme Edizioni 2019) firmata da Gaia Stella

Quaranta anni fa moriva Gianni Rodari

14 aprile 2020

Ricordando Gianni Rodari — l’autore delle favole al telefono, di filastrocche intense surreali e spiazzanti, di storie fulminanti per genialità e candore — è inevitabile citarne la creatività poetica, la facilità nel tratteggiare trame sorprendenti, condite da colpi di scena e irruzioni improbabili, assieme a una sottile ma calzante vena di polemica verso il mondo adulto, incurante del diritto alla fantasia dei più piccoli e attraversato da un incoercibile istinto di sopraffazione e violenza. C’è però un Rodari meno noto, ma che è un sistematico costruttore di logica fantastica, un serissimo mago dell’invenzione immaginativa, capace come pochi pensatori di spostare il principio di non contraddizione, architrave del pensiero razionalista, nei domini della fantasia.

Tutto nasce da una serie di articoli pubblicati negli anni Sessanta sulle colonne del «Paese Sera». Con l’abituale tono di nonchalance creativa, grazie al quale Rodari riesce a rendere giustificabile e quasi ovvia qualsiasi apparente stranezza, lo scrittore immagina di essere entrato in possesso di un manoscritto redatto in origine in tedesco, tradotto poi in giapponese e pervenuto infine, nella versione inglese, sulla sua scrivania.

Nella finzione, lo scrittore sostiene di aver ricevuto quel testo da un amico giapponese durante le recenti Olimpiadi di Roma; «un’operetta che sarebbe stata pubblicata a Stoccarda, dalla Novalis Verlag, nel 1912. L’autore sarebbe un certo Otto Schlegel-Kamnitzer. Il titolo tedesco dell’operetta suona testualmente: Grundlegung zur Phantastik – Die Kunst Fabeln zu schreiben, ovvero «Fondamenti di una Fantastica – L’arte di scrivere favole». Qui Rodari dimostra il suo talento umoristico assieme a una non comune cultura germanistica attraverso più di un’allusione. La Casa editrice Novalis cita il nome del grande poeta e pensatore romantico che in uno dei suoi Frammenti filosofici lamentava proprio la mancanza di una “Fantastica” che, in contrapposizione alla “Logica”, avrebbe fatto crescere «l’arte di inventare storie e fiabe». Il primo dei due cognomi del fittizio autore dell’opera è un altro chiaro omaggio alla cultura romantica tedesca che ebbe in Friedrich Schlegel uno dei suoi più rilevanti protagonisti. L’idea di Fondamenti di una Fantastica, poi richiama gli analoghi kantiani Fondamenti di una metafisica dei costumi.

In questi scritti pubblicati a puntate si può già leggere in nuce il corpus teorico che porterà alla successiva Grammatica della Fantasia (1973), e soprattutto è già chiaro all’autore l’intento che lo spinge a inoltrarsi nell’ambito della saggistica. L’idea cioè che la fantasia sia determinante nello sviluppo del bambino, indispensabile per porsi di fronte al mondo con un atteggiamento di creatività sviluppando una mente capace di costruire alternative alla rigidità schematica delle scienze esatte, incapaci per statuto teorico di rendere la smisuratezza e l’inventiva dell’animo umano, perché come scriveva un altro grande autore germanico come Robert Musil «Dio crea il mondo ma insieme pensa che potrebbe farlo diverso». La fantasia dunque per rimanere in compagnia del pensiero di Musil è per Rodari quella capacità di unire il «senso della possibilità» al «senso della realtà» strumento questo indispensabile per provare a contribuire a fare del mondo un luogo migliore da abitare.

Giocando sul crinale che si incunea tra l’invenzione metafiabesca  e il fittizio riferimento documentario, Rodari ha così mano libera nel proporre dei metodi personali, paradossali e divertenti, un agile manuale per insegnare a nonni e genitori «di scarsa fantasia» a sviluppare le proprie capacità narrative a uso magari domestico. E il primo dei metodi suggeriti è quello del «duello di parole»: «si gettino due parole l’una contro l’altra — argomenta Rodari — e si osservino le varie combinazioni». La prima coppia proposta dallo scrittore è rodariana doc: «pianta e pantofola». Dal loro incontro nascerà quasi subito l’immagine di una «pianta delle pantofole». A questo punto preciso la favola è già nata, e basterà che il narratore sviluppi a suo talento, e secondo il suo temperamento, l’immagine iniziale. Un pessimista, probabilmente, narrerà la triste e deprimente storia di un povero contadino che possiede una sola pantofola e a cui un amico burlone insegna che, seminandola, vedrà crescere una pianta che recherà come frutto la pantofola che gli manca, ecc. Un ottimista, al contrario, farà alzare il suo contadino di buon’ora per andare a zappare nei campi: dove giunto egli troverà che un vecchio fico ha fruttificato, ma da ogni ramo, al posto dei fichi, penderanno a due a due pantofole d’ogni foggia e colore che egli coglierà per poi aprire un magazzino che lo renderà se non ricco almeno benestante.

E a questo metodo efficacissimo quanto elementare Rodari ne farà seguire altri tra i più strampalati eppure assolutamente plausibili in un campo in cui la fantasia quasi schernendola si serve degli strumenti irreprensibili della logica. Ne accenniamo solo alcuni per titoli lasciando al lettore la briga di approfondirli a piacimento: c’è il sasso nello stagno, l’insalata di favole e addirittura il metodo «Lazzaro, alzati e cammina», vale a dire liberare il segreto nascosto in ogni storia sapendo pronunciare la parola giusta. E, pensandoci bene, non è questo il metodo di ogni grande creatore di storie?

di Saverio Simonelli