· Città del Vaticano ·

Saltando giù dalla giostra

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Un’occasione per scoprire la differenza tra insegnare ed educare

06 aprile 2020

È tutto un gracchiare di microfoni che si accendono e si spengono, di immagini che compaiono e scompaiono. Iniziare una lezione on line e stabilire un po’ d’ordine è assai più complicato che farlo nelle lezioni dal vivo dopo un quarto d’ora di ricreazione vivace. Ci si guarda fissi nella telecamera, come non succede spesso in classe, un po’ imbarazzati e un po’ ridicoli. Come se non ci si fosse mai visti prima. Si intravedono sullo sfondo i colori pastello delle camerette, una chitarra, qualche peluche, una gigantografia di Francesco Totti, e qualche mamma che si finge impegnata in faccende domestiche ma è in realtà curiosa di vedere come funziona la scuola a distanza al tempo del coronavirus.

Il primo ad affacciarsi è Matteo, un gigante buono ancora adolescente, un gran chiacchierone, la sua corpulenza da giocatore di rugby non “sposa” con un’intelligenza invece raffinata e sottile.

«“Allora ragazzi come va con lo studio a distanza?”. “E come vuole andare? È n’opera de carità”. “Cosa è un’opera di carità?”. “Ste lezioni on line, ‘sti compiti, esercizi, recuperi, voti”. “Cioè? Perché sarebbero un’opera di carità?”. “Lo famo pe’ voi. Per assecondarvi. Farvi contenti Ce fate tanta tenerezza. Se vede lontano un chilometro, da quello che dite, dalle vostre facce in video, che siete più voi che noi ad averne bisogno: siete confusi, smarriti, impauriti. Il vostro paradigma ancora adesso andiamo avanti col programma. Si capisce che non ce la fate a scendere dalla giostra del fare... fare, fare. Piuttosto dovreste cercare il buono che pure c’è in questa situazione: fermarsi e guardare all’essere invece che al fare. Non abbiate paura a guardarvi dentro, a scoprire chi siete. Solo così potrete rendervi utili anche a noi”».

Un’inversione di ruoli: studenti che passano pillole di saggezza agli insegnanti. E in fondo non è un paradosso che stoni nel mondo surreale che stiamo vivendo da ormai un mese. Un mondo che ha capovolto molte cose; principalmente il senso di molte esistenze.

Non ha torto Matteo: non sono pochi gli insegnanti che non sembrano capaci — per usare le sue parole — di “scendere dalla giostra”. E mantengono, seppur con la mediazione del digitale, lo stile di sempre. Quello dell’arida trasmissione di competenze e della fredda valutazione dell’apprendimento, abdicando a una più completa funzione educativa e di formazione alla vita. Ci si interroga, si discute e si denunciano sempre le carenze dell’hardware della scuola, ma quasi sempre si tralascia di affrontare il vero problema, il software: molti insegnanti, magari anche bravi nel trasmettere competenze, ma molti pochi educatori. Il problema della scuola è essenzialmente qui. E i ragazzi sono spugne: se ne accorgono immediatamente se il professore che hanno davanti gli sta effettivamente offrendo qualcosa di sé o sta adempiendo al compito burocratico di “completare il programma”, tanto da una cattedra o da uno schermo del pc.

Potrebbe essere anche questo — come in ogni sofferenza — un tempo di grazia. Di comprensione, di riposizionamento delle proprie esistenze. La vulnerabilità manifesta di un mondo che si credeva onnipotente, la fragilità dell’esistenza umana, il senso profondo della finitudine (non solo quella fisica, «ci hanno rubato gli ultimi mesi di scuola, i più duri e più belli, dopo tredici anni di scuola, che è innanzitutto relazione umana. Neanche un ultimo abbraccio agli amici»), l’attitudine oggi ancora più necessaria al cambiamento («certi lavori spariranno, altri si inventeranno, le mie scelte faticose per l’università ora sono di nuovo in discussione»).

Di questo hanno sete oggi gli studenti, di domande di senso, non di interrogazioni in video o di recuperi delle insufficienze del primo quadrimestre. Ma per molti “scendere dalla giostra” è difficile. E non vale certo solo per gli insegnanti. Vale per i manager, per i giornalisti, per i politici, e perfino per non pochi preti. L’umiltà di scendere, riconoscersi nell’essenziale delle nostre vite e reinventarsi. Riscoprire la verità su noi stessi, togliere la maschera degli infiniti giochi di ruolo su cui abbiamo costruito le nostre persone, anzi, i nostri personaggi. Il mondo è molto cambiato in soli trenta giorni: i cavalcatori più abili e di successo della “giostra” erano solo quattro settimane fa visti con ammirazione, oggi sono guardati dai più, invece, con distacco e perfino un po’ di commiserazione.

Un ragazzo aggiunge: «Sa, dopo tanti anni a voi ancora vi chiamano la baby boom generation, a noi tra mezzo secolo ci chiameranno la generazione coronavirus: tutto cambierà». I ragazzi sono oggi meglio di noi semplicemente perché non hanno ancora una maschera, un ruolo, da perdere. Saranno migliori perché vedranno le maschere dei falsi miti liquefarsi come cera. E a noi è dato solo di scendere dalla giostra, e saperli ascoltare con umiltà, raccontandogli di quel po’ di saggezza che resiste nel mondo, farsi come loro. Perché «chi non ritorna piccolo non entrerà...».

di Roberto Cetera