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Responsabilmente digitali

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Spunti per una moderna pastorale giovanile

27 aprile 2020

Nel numero di aprile-maggio, «Note di pastorale giovanile», rivista per educatori ed evangelizzatori ispirata al carisma di don Bosco, affronta il tema delle sfide antropologiche ed educative dell’ambiente digitale. In particolare, nell’editoriale, il direttore lancia un invito a coltivare uno sguardo profondo su questa realtà dove la vita dei ragazzi tende a coincidere con l’interazione senza interruzione con la rete. Ne pubblichiamo ampi stralci.

La strategia per uscire dalla possibile deriva idolatrica degli strumenti di comunicazione di ultima generazione è riconoscere innanzitutto la loro funzionalità strumentale, a cui devono essere riportati e riposizionati senza indugio. Insomma, si tratta della vecchia e sempre nuova questione su chi sia il “signore del sabato” di evangelica memoria (cfr. Matteo, 12, 1-14) ma riprodotta in una versione aggiornata: «La raccomandazione ripetuta del magistero pastorale cristiano, che insiste sulla natura strumentale del dispositivo mediatico della comunicazione, da porre al servizio della verità delle cose e del rispetto delle persone, ha potuto sembrare ingenua. Non lo era. E oggi, più che mai, questa si rivela essere la prima mossa decisiva della lotta all’idolo. Imporgli di riposizionarsi, socialmente e concettualmente, nel suo rango di servizievole automatismo, restituendo contemporaneamente ai soggetti reali della sua gestione, che sono sempre umani in carne e ossa, l’intera responsabilità etica del suo esercizio» (Pierangelo Sequeri, Contro gli idoli postmoderni, pagina 63).

La riscoperta del linguaggio umano nella sua ricchezza ed espressività, che si sta sempre più perdendo, è la prima strategia vincente: una relazionalità ricca, affettuosa, comunitaria, capace di ridare ragione dell’umano nella sua genesi e nel suo cammino di ominizzazione. Il linguaggio non è una cosa tra le altre, ma segna l’emergere dell’homo sapiens nella sua caratteristica più peculiare di dare voce e forma alla propria interiorità, ovvero agli affetti e ai legami che gli danno vita e lo tengono in vita. Ora tutto ciò sta subendo una trasformazione devastante, perché «la regola d’oro dell’ossessione comunicativa (“purché se ne parli”) ha preso il senso della propaganda che favorisce l’esibizionismo e il commercio» (ibidem, pagina 67). Ritrovare invece il gusto del silenzio, del raccoglimento, della contemplazione capace di discernere che cosa è “bene dire” e ciò che invece è “male dire” significa ritrovare quel senso dell’umano che non possiamo permetterci di perdere, perché «nella realtà umana, esiste anche la dignità della discrezione, del rispetto dell’altro, della tutela del fraintendimento, delle condizioni necessarie per la condivisione di ciò che è importante, intimo, profondo, complesso» (ibidem, pagina 56).

Il senso critico dell’educatore di vivere in guardia e nel mettere in guardia circa la non neutralità di questi strumenti deve quindi essere più esperto che mai, perché «il dispositivo non funziona come un’evoluzione elettronica del piccione viaggiatore, che si limita a portare più rapidamente a destinazione quello che hai scritto nel messaggio» (ibidem, pagina 63). Se gli adulti sono maturi nella gestione degli strumenti di comunicazione sociale, possono sussistere le condizioni per una buona alleanza in vista di un utilizzo ecclesiale delle potenzialità della rete, corresponsabilizzando i giovani stessi, che possono così mettere la loro competenza multimediale e unirla alla sapienza degli adulti, che in genere non padroneggiano questi strumenti di ultima generazione. Si tratta quindi di un nuovo fronte di corresponsabilità apostolica tra giovani e adulti da far maturare sempre più. Ciò che ai giovani fa assolutamente bene è una buona testimonianza degli adulti sul buon uso degli strumenti mediatici: cioè vedere un gruppo di adulti capaci di utilizzare con intelligenza critica e responsabilità etica gli strumenti di comunicazione. Purtroppo non è raro trovare in taluni “adulti” una vita dipendente e schiavizzata da questi strumenti. Il mondo degli adulti risulta per alcuni aspetti più impreparato e anche più soggiogato da questi strumenti, quando ne entra in possesso.

Va anche detto che questi strumenti sono di utilizzo individuale, quindi è difficile testimoniare sul campo come si utilizzano, tanto quanto è difficile essere presenti e assistenti come educatori in questo settore. Dal punto di vista pastorale è quindi importante non solo un cammino di messa in guardia dei giovani, ma soprattutto una vera e propria catechesi agli adulti che la Chiesa oggi non può eludere: come Gesù ha proclamato lungo le strade della Galilea che “non di solo pane vive l’uomo”, così oggi l’annuncio chiaro e distinto che “non di sole connessioni virtuali vive l’uomo” è da considerarsi una buona novella che libera i cuori e li reindirizza nella giusta direzione. Tante persone hanno davvero bisogno di sentirselo dire, per ridestarsi da questo terribile incantesimo che ci allontana dalla vita reale, relegandoci in un cyberspazio che riabilita molto quelle eresie gnostiche che i padri della Chiesa hanno aspramente combattuto facendo leva sull’idea e sulla realtà dell’incarnazione di Dio, che sola mette il sigillo sulla consistenza e sulla verità della carne, della materia e della creazione. Insomma, il celebre assioma per cui caro cardo salutis (Tertulliano, De resurrectione mortuorum, VIII, 6-7) non può essere per nulla eluso e ridotto, nemmeno in questo cambiamento d’epoca.

Solo il cristianesimo, religione dell’incarnazione, ha la forza di combattere il nuovo idolo dello spiritualismo disincarnato che rischia di asservire gli uomini del nostro tempo, allontanandoli dalla concretezza del loro prossimo e dal Dio fatto uomo. In tal modo evidentemente gli uomini si allontanano da se stessi, perché la loro identità propria non è pensabile al di là di questi legami fondanti e fondamentali con il Dio creatore e con il prossimo.

Incontrando, il 7 dicembre 2013, i membri del Pontificio consiglio per i laici radunati in seduta plenaria per confrontarsi sul tema «Annunciare Cristo nell’era digitale», Papa Francesco ha affermato che il mondo digitale è «un campo privilegiato per l’azione dei giovani, per i quali la “rete” è, per così dire, connaturale. Internet è una realtà diffusa, complessa e in continua evoluzione, e il suo sviluppo ripropone la questione sempre attuale del rapporto tra la fede e la cultura. [...] Tra le opportunità e i pericoli della rete, occorre “vagliare ogni cosa”, consapevoli che certamente troveremo monete false, illusioni pericolose e trappole da evitare. Ma, guidati dallo Spirito santo, scopriremo anche preziose opportunità per condurre gli uomini al volto luminoso del Signore».

Fra le possibilità offerte dalla comunicazione digitale, la più importante riguarda l’annuncio del Vangelo. Certo non è sufficiente acquisire competenze tecnologiche, pur importanti. Si tratta anzitutto di incontrare donne e uomini reali, spesso feriti o smarriti, per offrire loro vere ragioni di speranza. L’annuncio richiede relazioni umane autentiche e dirette per sfociare in un incontro personale con il Signore. Pertanto internet non basta, la tecnologia non è sufficiente. Questo però non vuol dire che la presenza della Chiesa nella rete sia inutile; al contrario, è indispensabile essere presenti, sempre con stile evangelico, in quello che per tanti, specie giovani, è diventato una sorta di ambiente di vita, per risvegliare le domande insopprimibili del cuore sul senso dell’esistenza, e indicare la via che porta a Colui che è la risposta, la misericordia divina fatta carne, il Signore Gesù.

Sappiamo come l’educazione avviene a monte rispetto all’intenzionalità diretta verso di essa: anche chi opera per fini diversi da quelli educativi in realtà educa, anche se non sempre in modo consapevole e responsabile. I mass-media, i social-media e i personal-media, pur non manifestando una coscienza educativo-pastorale e non avendo questo come fine, in realtà costituiscono una piattaforma educativa di grande incisività e di sicuro interesse per la pastorale giovanile. Sono certamente un nuovo areopago per l’annuncio del Vangelo ai giovani, per il semplice fatto che è un ambiente reale in cui vivono quotidianamente. La comunicazione sociale è da considerarsi allora, oggi più che mai, una “nuova frontiera” per la pastorale dei giovani, con le sue difficoltà e le sue promesse. Certamente difficile ed entusiasmante, necessaria e pericolosa, possibile e faticosa. Ma prima di trovare soluzioni pastorali immediate siamo chiamati a coltivare uno sguardo profondo sul cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e che ha nel mondo digitalizzato — con tutti i suoi annessi e connessi — la sua massima punta di avanzamento.

di Rossano Sala