· Città del Vaticano ·

Quella Via Crucis “sconosciuta” in piazza San Pietro

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Sulle pareti esterne dei bracci di Costantino e di Carlo Magno

09 aprile 2020

Forse la stazione più conosciuta di quel crocevia di via crucis chiamata piazza San Pietro è proprio quel sampietrino bianco, incastonato lì a ricordare il punto esatto dell’attentato del 13 maggio 1981 a Giovanni Paolo II. Sta di fatto che, due anni dopo, nel pieno dell’Anno santo straordinario della Redenzione del 1983, venne fuori l’idea di collocare quattordici formelle con le stazioni della Via crucis proprio in piazza San Pietro, tra le lesene che scandiscono le pareti esterne dei bracci di Costantino e di Carlo Magno.

I lavori si conclusero tra il 1984 e il 1985. In realtà, si rischia di non farci neppure caso a quelle formelle, presi dalla bellezza e dalla grandezza della basilica, del colonnato, dell’obelisco, delle fontane, della piazza stessa che è vuota solo ora, in tempo di pandemia. Insomma, una Via crucis quasi “sconosciuta” pur essendo sotto gli occhi del mondo.

Quelle quattordici formelle sono la seconda fusione della Via crucis originale realizzata per la basilica di Santa Maria in Montesanto a piazza del Popolo: per i romani, e non solo, più nota come la “chiesa degli artisti”. Promotore dell’iniziativa è stato monsignor Ennio Di Francia, morto nel 1995 a 91 anni, ideatore già nel 1941 della cosiddetta “messa degli artisti” poi istituita ufficialmente il 7 aprile 1951. Fu Pio XII ad assegnare a quella basilica il ruolo di punto di riferimento per gli artisti, credenti e non: uno spazio di apertura al confronto con la creatività e la cultura.

E gli artisti non sono stati lì con le mani in mano. Hanno pensato subito a un nuovo crocifisso per l’altare maggiore. Ma soprattutto a una Via crucis che fosse un’opera corale degli scultori che si erano ritrovati fianco a fianco nella celebrazione domenicale della messa, allacciando amicizie e collaborazioni nelle loro botteghe. Una Via crucis simbolica fin nella “logistica”: nessun concorso e nessun bando, ma un’estrazione a sorte dei nomi di quattordici artisti e persino della stazione che ognuno avrebbe scolpito.

C’è molto più di un valore artistico nel fatto che ciascuno mise la propria arte e il proprio stile per declinare e interpretare ogni singolo mistero della Passione. Lavorando, però, in sintonia con gli altri.

Le quattordici formelle, tutte dello stesso formato (65x54 centimetri) e della stessa lega bronzea, vennero esposte, per la prima volta nel 1960, nella sala degli Orazi e Curiazi in Campidoglio. Una presentazione alla città di Roma, nell’anno olimpico, prima di trovare la sede appropriata, appunto, nella “chiesa degli artisti”. E nel giorno del Venerdì santo 1960 subito le formelle fecero da sfondo a un evento di grande rilievo, trasmesso in diretta televisiva: la rappresentazione della Via crucis del drammaturgo francese Henri Ghéon, convertitosi nel 1932 tanto da diventare terziario domenicano. In scena c’erano attori del calibro di Glauco Mauri.

L’11 marzo 1966 la Via crucis fu benedetta dal cardinale vicario Luigi Traglia e a ciascuna formella venne persino dedicato un brano musicale. Ed ecco, appunto, che per l’Anno santo straordinario della Redenzione venne fuori il progetto di far replicare l’intera Via crucis per collocarla in piazza San Pietro. Con le stesse dimensioni e caratteristiche delle formelle originali, tranne la lega di fusione

Seguendo l’ordine delle stazioni, gli autori sono Alessandro Monteleone, Ercole Drei, Giovanni Amoroso, Attilio Selva, Alcide Ticò, Angelo Biancini, Venanzo Crocetti, Francesco Nagni, Emilio Greco, Michele Guerrisi, Raoul Vistoli, Silvio Olivo, Tommaso Bertolino e Antonio Biggi.

Percorrendo la piazza e seguendo l’evolversi della Via crucis, ci si trova a tu per tu con le diverse sensibilità e i sentimenti degli artisti, tra astrattismo e figurazione, innovazione e tradizione: si parte col mettere il risalto la maestà di Cristo contrapposta alla bassezza di Pilato, per poi passare ad avere la croce stessa come protagonista secondo l’arte popolare. Si va, quindi, da un rimando a Guernica di Picasso a riferimenti ai maestri fiorentini del primo Cinquecento. Tra realismo e capacità di esprimere l’essenziale, ecco infine un richiamo alle formelle delle porte della basilica di San Zeno a Verona, fino alla tecnica dello “stiacciato”, un rilievo con variazioni minime, di Donatello.

Nell’ancor più scabro Venerdì santo 2020 quelle quattordici formelle faranno, ancora una volta, da sfondo umile e discreto alla testimonianza del Papa.

Raccontando così anche una piccola e per questo grande storia della vocazione artistica e della fede del popolo italiano, punti forti per ripartire dopo la pandemia. (giampaolo mattei)