· Città del Vaticano ·

Quel terrore salutare che costruisce futuro

Franco Ferrarotti nella copertina del libro intervista di Carmelina Sicari (Gangemi Editore, 2015)

A colloquio con Franco Ferrarotti, decano dei sociologi italiani

07 aprile 2020

Parlare di sociologia poetica, potrebbe suonare inopportuno; sembra un abbinamento strampalato, pensato solo per attirare l’attenzione, avvicinando mondi che non sembrano avere niente a che spartire l’uno con l’altro, come versi e statistiche, studi sul reddito medio pro capite e frasi che hanno solo la musicalità interna alle parole come legge. Sembrerebbe una forzatura, se non fosse che un sociologo poeta esiste davvero. Anzi, è il decano dei sociologi italiani, che ha avuto come padre spirituale Cesare Pavese, come compagno di avventura (nel lavoro e nella politica) Adriano Olivetti, come “sparring partner” di polemiche combattute in punta di fioretto Pierpaolo Pasolini (memorabile l’incontro-scontro del giugno 1974, a Roma sul tema della civiltà contadina. Ma di questo parleremo più avanti).

Franco Ferrarotti è (anche) un poeta; professore emerito alla Sapienza di Roma, ha tenuto lezioni alla New York University, alla Sorbona di Parigi, in America latina. Dal 1958 al 1963 è stato deputato nel Parlamento italiano, per il movimento Comunità del leggendario imprenditore di Ivrea. Si è sempre occupato dei problemi del lavoro, della società industriale e postindustriale, della riflessione sul potere e sulla sua gestione, di marginalità umana e urbana, degli ecosistemi alternativi degli slums in tutto il mondo, dalle baracche nella zona dell’Acquedotto Felice a Roma alle barriadas del Venezuela, con un’attenzione alle parole, alla tessitura sonora delle frasi pronunciate — in svariate lingue diverse — davanti a studenti e amici che tradisce la sua vocazione collaterale di tessitore di versi. Troppo piatta e povera gli era sembrata la prosa per raccontare il suo primo viaggio in America, nel 1951 (che suscitò la preoccupazione del padre, di solide radici contadine: «Perché Franco scappa in America, ha ammazzato qualcuno?»). In versi ha fissato sulla carta un mese importante della sua vita, il dicembre 1947, e il poemetto Regina del silenzio dato alle stampe non molti anni fa.

Con un maestro come Pavese è difficile non cedere al fascino della poesia e delle grandi domande della filosofia, una passione che lascia traccia anche nei lunghi, vivaci titoli che il sociologo errante (in senso positivo, nel senso di “viaggiante”) sceglie sempre per i suoi libri: accanto all’alato Dalla società irretita al nuovo umanesimo (Armando editore, 2019) c’è un più energico Un popolo di frenetici informatissimi idioti (Edizioni Solfanelli, 2016) che mette in guardia dal rischio della demenza digitale. Leggere la realtà esplorando la profondità delle parole è un metodo fecondo se ogni intuizione viene passata al vaglio dell’osservazione del reale. In fondo le emergenze, chiosa Ferrarotti, fanno emergere la struttura profonda di una società, hanno un valore epifanico. «L’epidemia ha fatto emergere ferite profonde, disuguaglianze sociali enormi nei grandi Paesi che si ritengono ricchi. Ed è un duro colpo al delirio di onnipotenza tecnica che stava guadagnando il pianeta, con un gruppo di dirigenti e “influenzanti” che si chiudono nel loro presunto benessere, privilegiando valori puramente strumentali».

Non serve neanche fare domande sul tema della fraternità, parola per mesi al centro della riflessione de «L’Osservatore Romano». Ferrarotti su questo è un fiume in piena: «Nessun giornale al mondo, come voi, ha dedicato tanto spazio agli esclusi, agli invisibili. E non solo adesso, anche prima che il virus mostrasse la profonda unità, l’interdipendenza di tutti gli esseri umani che passano da questo pianeta. Davvero nessuno si salva da solo. E il senso della parola comunità deve poggiare su una fondamentale uguaglianza che oggi è venuta meno. Nel caso della ricerca sociologica l’oggetto non è un oggetto, è una persona, occorre conoscere attraverso empatia e partecipazione, attraverso storie di vita raccolte sul campo. Certo, è più difficile che elaborare dati statistici, ma è l’unica strada da percorrere. Ha la funzione di aprirci gli occhi sulla realtà effettiva, non su quella immaginata. Ci sono ingiustizie che gridano vendetta contro la boria e la sbornia antropocentrica tecnofila».

L’indifferenza morale genera mostri, continua il sociologo, citando uno dei suoi poeti preferiti: «“Io è un altro”, diceva Rimbaud, l’identità o è dialogica o non è, se io offendo l’altro in realtà sto facendo del male a me stesso. Ancora ci portiamo dietro uno degli errori gravi del Sessantotto, l’aver confuso lo spontaneismo con la creatività. È una prerogativa dell’umano che non si conquista gratis, occorre capire e conoscere se stessi e gli altri in profondità. In questi giorni di forzato isolamento, in tanti avranno la possibilità di viaggiare da fermi, alla scoperta della loro vocazione profonda».

La propria stanza può diventare un laboratorio di futuro, un osservatorio privilegiato per cercare di intuire i lineamenti di quello che ci aspetta quando tutto sarà finito. Proprio la parola “futuro” sarebbe dovuto essere il tema di una festa di compleanno sui generis, la tappa romana di «Parole in Viaggio», una serie di incontri organizzata da Marietti 1820 per celebrare i duecento anni della casa editrice. Incontro fissato per il 7 aprile, giorno in cui Ferrarotti festeggia le sue 94 primavere, rimandato a data da destinarsi. Ma il regalo di compleanno c’è già, sono i sei volumi delle sue opere, pubblicati da Marietti, in cui sono raccolte le sue ricerche sul campo sulle periferie, le mafie e il terrorismo e gli scritti autobiografici, dal racconto dei viaggi in Amazzonia al ricordo di amici e maestri come Felice Balbo e Nicola Abbagnano. «Il futuro ha un cuore antico. Questo è vero soprattutto oggi, quando l’innovazione tecnica è universalmente salutata e adottata come principio-guida dello sviluppo delle società umane. Sorge il dubbio se si tratti di sviluppo ragionato, o quanto meno ragionevole, o se invece ci si arrenda, inesorabilmente, al fare per fare che approda inevitabilmente al caos. Nessun dubbio che la tecnica abbia avuto e ancora abbia effetti positivi. Lo sviluppo è necessario, in questo dissento da Pasolini, nei suoi scritti polemici talvolta dimostrava un aristocratico disprezzo per i problemi reali, quotidiani della gente. Sì allo sviluppo, no ad una espansione predatoria priva di senso. Nessun tipo di neo-luddismo è oggi ammissibile, ma ricordiamoci che la tecnica è una perfezione priva di scopo. È in grado di accertare e controllare la correttezza funzionale delle proprie operazioni interne, ma non può dirci né dove siamo, né dove andiamo. La dialettica servo-padrone di Hegel insegna, nel rapporto tra noi e le macchine: quando al servo si delega tutto, il padrone resta completamente svuotato. Il senso del limite dei nostri progenitori, greci e latini, deve essere recuperato: ne quid nimis, “nulla in eccesso”. Le colonne di Ercole inviolabili e il salutare terrore dell’àperion, dell’“illimitato”, sono ancora oggi più che mai attuali».

di Silvia Guidi