· Città del Vaticano ·

Quanto Giappone nei versi di Claudel

I personaggi di Matsumoto e Sawako in «Dolls» di Takeshi Kitano (2002)

Una rilettura dell’opera-mondo «La scarpina di raso»

14 aprile 2020

Forse è colpa del titolo — una metafora raffinata ma difficilmente comprensibile — forse delle dimensioni sterminate, forse del pregiudizio negativo che grava tuttora sul suo autore, ma Le Soulier de satin di Paul Claudel, a quasi un secolo dalla sua pubblicazione, resta uno dei capolavori più incompresi della letteratura del Novecento. Celebre in tutto il mondo è L’Annuncio a Maria, molto meno nota è La scarpina di raso, raramente citata e ancora più raramente rappresentata per l’impegno scenico che richiede: 73 personaggi per quasi 11 ore di spettacolari avvenimenti che ci portano in Europa, Africa, Asia, America, in un barocco fiabesco e tragico, poetico e barbaro, intessuto di gag comiche e fatti di sangue.

Una storia d’amore, ma non solo; un affresco complesso, ricchissimo di riferimenti culturali e di storie-specchio degli eventi coevi alla stesura, come spiega Riccardo Bravi nel suo libro Claudel e il teatro del mondo. Le Soulier de satin (Ariccia, Aracne Editrice 2019, pagine 144, euro 13) sottolineando anche la profondità “filosofica” della vis comica (anche in questo caso, misconosciuta) dell’autore. Sulla scia del grande teatro del mondo di impronta calderoniana, Claudel dà vita a una drammaturgia inaudita, per la vasta gamma di influenze che vi si possono riscontrare, mimetizzate da un sapiente gioco intertestuale: dai riferimenti sulla sorte del continente europeo uscito dall’“inutile strage” della prima guerra mondiale al fascino dell’Oriente. Dati i suoi interessi teatrali non c’è da meravigliarsi se il Claudel diplomatico, ambasciatore in Giappone parla nei suoi appunti a più riprese del Bunraku, il teatro tradizionale delle marionette, del Bugaku, uno stile di danza di moda alla corte imperiale, e del Kabuki, un genere più popolare rispetto al più aristocratico e più antico teatro Noh.

Ed è proprio sulla ieratica simbologia del Noh che si concentra l’attenzione di Claudel, prima come spettatore, poi come interprete, a suo modo, di questa antica arte, vista come un linguaggio totalmente “altro” rispetto al suo immaginario visivo. Il Noh, nella sua radicale diversità nei confronti del teatro occidentale, gli appare come un mezzo prezioso per rinnovare la scrittura drammatica tradizionale, spingendone in avanti i limiti. Il positivo choc di questa scoperta — chiosa Bravi, argomentando con accuratezza la sua ipotesi di lavoro — dà una svolta “sperimentale” al suo stile, interessando la redazione del Soulier de satin (principalmente le due ultime journées, scritte tra l’ottobre del 1921 e lo stesso mese del 1924) del Livre de Christophe Colomb (redatto tra il luglio e l’agosto del 1927, e rappresentato per la prima volta nel 1930) di Sous le rempart d’Athènes (iniziato a Tokyo nel febbraio del 1927 e concluso ad aprile dello stesso anno a Washington), della Parabole du festin (composta nel 1925 e pubblicata nel 1926), di Jeanne d’Arc au bûcher (composta tra il 1934 e l’anno successivo). Un posto a parte ha La Femme et son ombre, «scenario pour un mimodrame» e punto estremo della ricerca di Claudel, poiché — scritta a Tokyo nel settembre del 1922 e rappresentata nel teatro imperiale della stessa città nel marzo del 1923 — rappresenta il tentativo più riuscito del drammaturgo francese di emanciparsi dalle regole e dalle convenzioni europee.

Obiettivo raggiunto anche con lo sketch composto nell’estate del 1926, Peuple des hommes cassés. Il saluto ufficiale del Giappone a Claudel, pubblicato il 17 settembre del 1927 sul «Japan Times» di Tokyo, merita di essere citato quasi integralmente, per dimostrare quanto l’amore dello scrittore francese per il paese del sol levante fosse corrisposto: «Sayonara poeta diplomatico! Con dispiacere e tristezza il popolo del Giappone ha detto arrivederci a Paul Claudel, ambasciatore di Francia nel nostro paese, conosciuto da noi come il Shijin Taishi, il diplomatico poeta. Fra gli artisti, musicisti e scrittori giapponesi ha più amici di quanti nessun altro straniero, vivo o morto, abbia mai avuto, anche senza eccettuare il compianto Kotsumi Yagumo, che in Occidente è noto con il nome di Lafcadio Hearn. Il suo genio letterario e artistico gli ha permesso di penetrare nei recessi nascosti della vita e dell’arte del Giappone più profondamente di quanto nessun uomo dell’ovest potrebbe mai riuscire a fare (...) Il diplomatico poeta è stato uno degli interpreti più sensibili del Giappone e della vita giapponese (...) in qualche modo egli ha rappresentato l’Occidente, non soltanto il suo paese». Un amore che ha lasciato traccia, forse inconscia, forse consapevole, anche nella poetica visiva di tanti registi giapponesi. Viene in mente soprattutto Takeshi Kitano, e il suo Dolls, del 2002.

«Quando due esseri umani si amano c’è sempre in gioco il destino del mondo» scrive Claudel. Il filo invisibile che lega i due protagonisti del Soulier, e dà vita alla trama che trascina gli eventi della storia, in Dolls diventa la corda rossa che lega gli amanti infelici Matsumoto e Sawako, marionette Bunraku bellissime e dolenti che possono solo camminare fianco a fianco, mai vivere insieme.

di Silvia Guidi