· Città del Vaticano ·

Prevenire e curare la malaria

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Una testimonianza dalla frontiera tra Eritrea ed Etiopia

24 aprile 2020

«Sono tornato da poco dalla frontiera eritreo-etiopica. Quando si attraversa il confine tra nord e sud del mondo si osserva la realtà che ci circonda con un’altra ottica. La nascita, l’infanzia, l’adolescenza, i primi amori, la procreazione, l’età adulta e la vecchiaia sono eventi universali ma lì assumono un significato completamente diverso. Una delle principali cause di morte dei bambini entro i 5 anni, dopo la denutrizione, le infezioni polmonari e la diarrea, è la malaria. In quei posti il 25 aprile non si celebra alcuna festa ma è un’opportunità per comunicare al nord del mondo il dramma di questa malattia». Il professor Aldo Morrone, direttore scientifico dell’Irccs S. Gallicano di Roma, parla della Giornata mondiale contro la malaria che si celebra il 25 aprile, lo stesso giorno in cui l’Italia festeggia la liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Una coincidenza sfortunata che non consente di dare la giusta rilevanza a una patologia che provoca centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo.

Secondo il rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) del 2019, nel 2018 ci sono stati 228 milioni di casi e 435 mila morti, di cui il 67 per cento è rappresentato da bambini di età inferiore ai 5 anni. Numeri che fanno impallidire quelli del coronavirus ma che hanno il torto di riguardare paesi lontani dal nostro e, perciò, poco interessanti.

Di malaria, infatti, si muore soprattutto in Africa e in India, l’85 per cento delle morti globali. Sei paesi, tutti africani, rappresentano oltre la metà dei casi di tutto il mondo: Nigeria (25 per cento), Repubblica Democratica del Congo (12 per cento), Uganda e Costa d’Avorio (5 per cento ognuno), Mozambico e Niger (4 per cento).

La malaria, provocata dalla zanzara Anopheles, è particolarmente grave per le donne in gravidanza e i bambini. Secondo i dati Oms la malattia ha interessato oltre 11 milioni di donne incinte nell’Africa sub-sahariana provocando decessi sia delle madri sia dei bambini, un milione dei quali è nato con un basso peso e affetto da anemia.

Il professor Morrone, specializzato in dermatologia, venereologia e malattie tropicali, lavora da trenta anni in Africa ed è consulente scientifico di tre ospedali in Etiopia, nati tutti con finanziamenti italiani e gestiti da personale locale. L’ultimo, inaugurato nel 2014, ha sede a Sheraro che, come gli altri due, si trova in Tigray, una regione rurale nel nord del paese africano. Il centro sanitario, il secondo per importanza nella regione, è stato costruito grazie alla generosità di un medico veterinario italiano, Mario Maiani, a cui è intitolato.

Del contrasto alla malaria, oltre che alle altre patologie che toccano principalmente donne e bambini, Morrone ha fatto la sua personale battaglia. Per molti anni, dal 2005 al 2016, in collaborazione con le autorità del Tigray, ha condotto un progetto per combattere la diffusione della malattia che ha coinvolto più di duemila operatori locali e raggiunto oltre 200 mila abitanti.

Il progetto ha facilitato la diagnosi di malaria attraverso l’esecuzione del Rapid Diagnostic Test, un esame che, utilizzando una sola goccia di sangue prelevata dal polpastrello, consente in pochi minuti di stabilire la diagnosi di malaria da Plasmodium falciparum e di somministrare così, da subito, una terapia specifica che permette di salvare la vita delle persone. Il Plasmodium falciparum è il parassita della malaria più pericoloso e più diffuso in Africa, dove rappresenta il 99,7 per cento dei casi stimati nel 2018.

Accogliendo l’invito dell’Oms del 2004 volto a promuovere strategie per migliorare l’accesso alle cure attraverso la gestione domiciliare della malaria, l’équipe medica del San Gallicano ha coinvolto in un esperimento pilota la comunità della regione etiope. Sono state individuate popolazioni disperse, povere, prevalentemente rurali, con scarso accesso ai servizi sanitari che si sono dimostrate disponibili a sottoporsi a diagnosi gratuite e a trattamenti antimalarici vicino alle loro case.

Contemporaneamente, sono stati formati operatori sanitari volontari in grado di effettuare i test diagnostici e di somministrare i farmaci. Il progetto si è rivelato utile non solo per diminuire la morbilità e la mortalità ma anche per ridurre considerevolmente l’onere per le strutture sanitarie. Il lavoro è proseguito per diversi anni e tutt’ora l’impegno nella lotta contro la malaria e altre malattie mortali non conosce sosta.

Un impegno che è valso all’ospedale romano un diploma di ringraziamento da parte delle Nazioni Unite per l’opera profusa in quella parte di mondo. «Ricordo che l’Istituto San Gallicano fu fondato nel 1725 da Papa Benedetto XIII proprio con l’intenzione di prendersi cura delle popolazioni più povere e più fragili», racconta Morrone, non senza una punta d’orgoglio.

Zanzariere impregnate di insetticida, farmaci molto efficaci come l’artemisinina, diagnosi rapide, sensibilizzazione delle comunità sono tutti elementi utili per combattere la malaria. Ma manca ancora una cosa per completare il puzzle: un vaccino.

A questo strumento è stato dato un ruolo fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Onu 2030, ridurre, cioè, del 90 per cento la mortalità e il numero di casi e arrivare all’eliminazione della malaria in almeno 35 paesi. La prima sperimentazione di un vaccino è partita ad aprile dello scorso anno in tre paesi africani sub-sahariani, Malawi, Ghana e Kenya, su bambini sotto i 2 anni. Ad oggi il farmaco Mosquiriz ha dimostrato un’efficacia che va dal 35 al 45 per cento.

«Certo vorremmo avere un vaccino che abbia un’efficacia del 95/98 per cento, come quello contro il morbillo, ma mi sembra comunque un risultato significativo», commenta Morrone. «Bisogna andare avanti. Se il progresso si ferma, rischiamo di sprecare anni di fatica, investimenti e successi. In attesa di un vaccino risolutivo il nostro impegno deve essere basato sul principio che nessuno deve morire per una patologia che può essere prevenuta e che è curabile con i trattamenti disponibili».

di Marina Piccone