· Città del Vaticano ·

Prediche pulp contro gli strozzini

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La lotta di san Bernardino alla piaga dell’usura nella Siena del Quattrocento

28 aprile 2020

Il giorno stesso del suo onomastico (il 23 aprile scorso) Papa Francesco ha additato il rischio di una “pandemia sociale”: «Ci sono — ha detto nel corso della messa celebrata a Santa Marta — tante famiglie che hanno bisogno, fanno la fame e purtroppo li “aiuta” il gruppo degli usurai». Francesco ha quindi pregato per queste famiglie, per la loro dignità, e «anche per gli usurai», perché «il Signore tocchi il loro cuore e si convertano». Una questione vecchia, purtroppo: da sempre, infatti, malavitosi e usurai (due facce della stessa medaglia) approfittano dei momenti di difficoltà generale per stendere — come una piovra — i loro tentacoli; ne fa fede anche la storia della predicazione, in special modo quella di Bernardino da Siena.

Con lui l’Osservanza francescana passò dall’eremo alla piazza, sforzandosi con ogni mezzo di rinvigorire la pietà e la devozione del popolo cristiano: lo fece soprattutto con la predicazione, stigmatizzando i vizi e dando vita a nuove ipotesi sociali. Bernardino, in possesso di una solida formazione umanistica (conosceva in maniera adeguata Boccaccio) fu maestro di retorica, grande divulgatore, capace di esprimersi con rara franchezza.

Più volte affrontò la questione dell’usura nelle sue opere latine: ne fanno fede gli otto sermoni sul dovere della restituzione nel Quaresimale De cristiana religione, o il trattato De contractibus et usuris nel Quaresimale De Evangelio aeterno, che si distende per quattordici sermoni, dal XXXII al xlv. Nell’occasione, Bernardino utilizzò a piene mani il grande corpus della trattatistica medievale, fonti tra cui spicca il De emptionibus et venditionibus, de usuris, de restitutionibus, opera del francescano provenzale Pietro di Giovanni Olivi. Affrontò poi l’argomento — e non poteva essere altrimenti — in molte prediche tenute sulle piazze italiane, delle quali ci restano i resoconti approntati dai “riportatori” (una sorta di stenografi dell’epoca) che ne trascrivevano il testo dal vivo.

Come al solito, Bernardino non manca di chiarezza né di efficacia, disinvolto fino al punto di dire che gli usurai «sbudellerebbero Cristo per far corde da liuto, graffiano i piedi ai santi e ruberebbero con l’alito». Tornò sul tema anche nelle prediche tenute sulla Piazza del Campo di Siena tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno del 1427: grazie all’ottima trascrizione che ne fece il cimatore di panni Benedetto di maestro Bartolomeo, questo ciclo di predicazioni ci ha trasmesso la testimonianza più fedele del “parlare” di Bernardino.

Benedetto registrò fedelmente non solo le parole, ma anche i gesti del frate, le sue frequenti esclamazioni, gli stratagemmi posti in atto per richiamare l’attenzione degli uditori, perfino gli avvertimenti che mandava ai tachigrafi, invitandoli a registrare bene le sue parole, poiché stava per dire qualcosa d’importante. È il caso, ad esempio, della predica XVII, nella quale si legge: «Doh! Odi buona parola o scrittore, scrivela questa!». Poco prima, Bernardino aveva dichiarato l’intenzione di scagliarsi in particolare contro il prestito a interesse: «Io ve ne farò una predica — disse — di questa usura, e farolla per modo, che se fusse di mezzo gennaio, voi sudarete, ché gitterete gocciole così grosse, se voi considerarete la verità». Minacciò dunque fuoco e fiamme, ma poi non dovette mantenere il suo proposito, visto che, almeno nel ciclo del 1427, una simile predica si cerca invano.

Da diversi accenni si percepisce con chiarezza che l’usura a Siena — città ricca, piena di mercanti e mercanzie, dove il denaro circolava ed era trafficato ad interesse — era una pratica diffusa. Nella predica iv è nominata tra i peccati di cui si macchiava la parte maschile della popolazione, una di quelle colpe (predica x) che escono dal cuore e contaminano l’uomo, al pari dei furti, dei tradimenti, della lussuria, delle ruberie, delle guerre e di altri simili. Tutta la classe mercantile, afferma Bernardino nella predica XXXVIII, agiva con spirito da strozzini, tanto che la diffusione del male sembrava aver raggiunto livelli preoccupanti.

«O usuraio — esclama ancora nella predica XXXV — che hai prestato e furato già cotanto tempo, e beiuto il sangue de’ povari, quanto danno hai fatto, e quanto peccato contra al comandamento di Dio!». È questa la predica in cui Bernardino raggiunse i toni più forti. L’usuraio, disse, tira e tira sempre a sé, divorato da fame e sete inestinguibile: «O usuraio, o divoratore de’ povaretti, tu sarai anco punito del fallo tuo», dichiarò in tono vibrante. Né l’usuraio poteva pensare di aggiustare le cose a buon prezzo, facendo qualche elemosina per tacitarsi l’anima: «Non è accetta a Dio quella limosina» affermò poi nella predica xl. Di fronte al dilagare del male, Bernardino esortava a reagire con uno scatto di volontà.

Tuttavia, poiché nonostante tutti i suoi sforzi il vizio sembrava tracimare, si vide costretto a invocare misure radicali: a mali estremi, estremi rimedi. Esortò perciò i confessori a rifiutare l’assoluzione a quanti mostravano solo un finto pentimento senza dare garanzie sicure, paventando ai penitenzieri deboli il rischio di condividere la stessa sorte dell’usuraio: «Amate il bene comuno, e non fate contra a Dio. E però dico a te: non prestare e non dare vigore a chi presta; e a te confessore dico: non gli asolvere, se non ne rimane e non soddisfa di quello che e’ può» (predica XXXV).

Bernardino era cosciente che l’usura, compromettendo il bene comune a vantaggio di pochi, costituiva la principale causa della decadenza della città: ecco il motivo di tanta durezza nelle sue parole. L’usura era come un cancro che, invadendo tutto il corpo, ne minava la salute costringendolo a capitolare.

Quanto è attuale quest’esortazione ad amare il bene comune, ad avere a cuore la sorte altrui, perché troppo facilmente siamo tentati — tutti — dal guardare ognuno al proprio orticello, illudendoci che basti poco per metterci in pace con Dio. L’intervento di Papa Francesco ci avverte ora che tutto il magistero di Bernardino sull’usura è, purtroppo, ancora drammaticamente valido.

di Felice Accrocca