· Città del Vaticano ·

Popolo e cultura

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In italiano il volume del teologo argentino Rafael Tello con prefazione di Papa Francesco

22 aprile 2020

Nel suo documento di indirizzo magisteriale, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, Papa Francesco, al numero 115, sviluppa un’argomentazione tanto illuminante quanto sufficientemente inedita rispetto al contesto teologico-pastorale occidentale. Egli scrive: «Questo Popolo di Dio si incarna nei popoli della Terra, ciascuno dei quali ha la propria cultura. La nozione di cultura è uno strumento prezioso per comprendere le diverse espressioni della vita cristiana presenti nel Popolo di Dio. Si tratta dello stile di vita di una determinata società, del modo peculiare che hanno i suoi membri di relazionarsi tra loro, con le altre creature e con Dio. Intesa così, la cultura comprende la totalità della vita di un popolo (Documento di Puebla, 386-387). Ogni popolo, nel suo divenire storico, sviluppa la propria cultura con legittima autonomia (Gaudium et spes, 36). Ciò si deve al fatto che la persona umana, “di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale” (ibidem, 25) ed è sempre riferita alla società, dove vive un modo concreto di rapportarsi alla realtà. L’essere umano è sempre culturalmente situato: “natura e cultura sono quanto mai strettamente connesse” (ibidem, 53). La grazia suppone la cultura, e il dono di Dio si incarna nella cultura di chi lo riceve».

Sotto il profilo dell’evangelizzazione che oggi serve, l’indicazione che qui emerge è netta: la grazia suppone la cultura e per questo è più che necessario lavorare per una maggiore messa a fuoco del contesto al quale l’annuncio del Vangelo è destinato. E ciò che meglio e più d’altro può aiutare l’azione missionaria della comunità ecclesiale è esattamente il riferimento al tema della cultura e a quello del popolo, i quali però si illuminano a vicenda. “Cultura” infatti — e Papa Francesco lo chiarisce in modo esemplare — indica precisamente stile di vita, mentre “popolo” richiama la concretezza con cui gli uomini e le donne, creando specifiche e particolari comunità, abitano la Terra. Senza una rinnovata attenzione a queste due fondamentali dimensioni della presenza umana nella storia e al modo in cui esse interagiscono dinamicamente, il rischio è che l’annuncio del Vangelo resti senza un reale punto d’appoggio nell’esistenza degli uomini e delle donne.

Ciò che qui positivamente colpisce è proprio questo invito alla “singolarizzazione” richiesta all’opera di evangelizzazione, come poi conferma il numero 117 di Evangelii gaudium: «Non renderebbe giustizia alla logica dell’incarnazione pensare a un cristianesimo monoculturale e monocorde. Sebbene sia vero che alcune culture sono state strettamente legate alla predicazione del Vangelo e allo sviluppo di un pensiero cristiano, il messaggio rivelato non si identifica con nessuna di esse e possiede un contenuto transculturale. Perciò, nell’evangelizzazione di nuove culture o di culture che non hanno accolto la predicazione cristiana, non è indispensabile imporre una determinata forma culturale, per quanto bella e antica, insieme con la proposta evangelica. Il messaggio che annunciamo presenta sempre un qualche rivestimento culturale, però a volte nella Chiesa cadiamo nella vanitosa sacralizzazione della propria cultura, e con ciò possiamo mostrare più fanatismo che autentico fervore evangelizzatore».

Abbiamo preso l’avvio di questa nostra recensione della prima opera disponibile in lingua italiana del teologo argentino Rafael Tello e appena edita dalla casa editrice Messaggero di Padova (pagine 248, euro 18), proprio perché i temi appena richiamati sono centrali in essa e vi risuonano sin dal titolo: Popolo e cultura. In questo testo, infatti, vengono raccolti una serie di scritti dedicati, nella prima sezione, al tema del popolo e, nella seconda, a quello della cultura. Si tratta di scritti nati essenzialmente per l’insegnamento orale o come raccolta di idee per progetti editoriali più vasti. Questo impone, pertanto, una piccola fatica al lettore, il quale tuttavia verrà ampiamente ricompensato dalla possibilità di accedere a un universo teologico-pastorale, con il quale Papa Francesco ha fecondamente interagito prima della sua elezione al soglio petrino e che continua a echeggiare nel suo magistero. Non è un caso, poi, che questa primizia teologica venga accompagnata proprio da una felice prefazione del Santo Padre, cui fa da pendant una bella postfazione a firma di Gilberto Depeder.

Proprio da ciò che scrive il Pontefice è possibile ricavare qualche informazione in più circa la vita e l’insegnamento dell’autore di Popolo e cultura: «Rafael Tello (1917-2002), un teologo argentino, nella sua opera teologico-pastorale, volle fare trasparente la dinamica della comunicazione di Dio verso la sua creazione, la dinamica stessa della Storia della salvezza: il Dio che continuamente si esternalizza per arrivare al mondo, rivelare in esso il suo Amore, e dargli vita. Per questo motivo egli concepì la sua teologia non separata dall’azione pastorale, anzi, manifestata principalmente in essa. Egli è stato un classico e ortodosso teologo della Chiesa, ma forse azzardato nelle sue conclusioni teologico-pastorali, nelle quali sottolinea la magnanimità dell’Amore di Dio che si rivolge con priorità alle sue creature più deboli, alle persone semplici e disagiate. Non solo arriva prima di tutto ai piccoli di questo mondo, ma lascia in loro la sua impronta: letteralmente si rivela, esprime se stesso nella loro “cultura” in modo spontaneo, ma non meno autentico. Tello ha fatto una particolare opzione per i poveri, che egli lega (relaziona) specialmente al concetto (categoria) di pueblo (popolo) e quindi di “cultura popolare”. Per Tello, il pueblo è un luogo teologico dove il messaggio di Cristo viene comunicato con una particolare trasparenza pur nella sua semplicità».

Queste indicazioni sono sufficienti per sottolineare che la ricerca teologica di Tello è stata una ricerca con un grande investimento personale. Dopo aver a lungo insegnato nella Facoltà di teologia di Buenos Aires e aver svolto il ruolo di esperto presso la Commissione episcopale per la pastorale, nel 1979, a seguito di un conflitto con il proprio arcivescovo, si ritira dalla vita pubblica della Chiesa, continuando un’opera di riflessione con alcuni amici sacerdoti all’interno di uno spazio chiamato “piccola scuola”, da cui proviene il materiale ora pubblicato, e portando attivamente avanti il suo ministero sacerdotale.

Proprio da una tale circolarità fra vita e pensiero, si lascia comprendere il continuo rinvio di Tello, in vista di un’efficace e autentica evangelizzazione e azione pastorale, alla necessità di riconoscere e di favorire lo stretto legame esistente tra popolo, poveri e cultura popolare.

Pur in mezzo a uno stile piuttosto sobrio e asciutto, infine, non mancano passaggi poetici e provocatori, che danno a pensare, come quello che segue: «Il popolo, con la propria cultura, tende a considerare tutti gli uomini — anche i più poveri e infelici — come uguali davanti a Dio e meritevoli di amore. D’altra parte, il popolo tende ad amare prima l’uomo e poi Dio, in modo teologicamente corretto, perché sebbene l’amore di Dio sia sempre il primo in base a un ordine di dignità, l’amore per l’uomo può essere il primo in base a un ordine genetico, e tale ordine viene espressamente sollecitato dai santi Padri» (212).

di Armando Matteo