· Città del Vaticano ·

Per una Chiesa sinodale

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Sul titolo della prossima assemblea generale dei vescovi

18 aprile 2020

La sinodalità scelta assai felice suggerita dallo Spirito

A oltre mezzo secolo dalla sua chiusura, il concilio di san Giovanni XXIII e di san Paolo VI ha fatto staccare dal suo albero un frutto inatteso: la sinodalità. Col risveglio dell’esperienza sinodale e della riflessione teologica su di essa, lo Spirito sta parlando alla Chiesa col linguaggio non verbale dei “segni dei tempi”, la parola particolarmente forte con cui il Maestro interiore si rivolge ai singoli discepoli di Gesù e alla Chiesa discepolare nel suo insieme (cfr. Michele Giulio Masciarelli, Le radici del Concilio. Per una teologia della sinodalità, Dehoniane, Bologna, 2018). La sinodalità, che viene talora usata come collegialità o come realtà e categoria subordinate a essa, qualifica l’intero popolo di Dio e precede, subordina e oltrepassa la collegialità, che riguarda solo i vescovi, sebbene dell’edificio sinodale la collegialità sia un plinto fondamentale. È la prima cosa da ricordare: in una visione credente il fiorire (o il rifiorire) dell’antico seme sinodale non va attribuito ad altri se non allo Spirito, che agisce come vuole e con chi vuole per realizzare i suoi progetti di comunione, di partecipazione e di missione nella Chiesa (cfr. Michele Giulio Masciarelli, Un popolo sinodale, Tau Editrice, Todi, 2016, capitoli i, vi, x, XII). Appare sempre più chiaramente che la sinodalità debba essere considerata come un principio decisivo, non solo della Chiesa, ma dell’intera storia di grazia. È da valutare, pertanto, come una felicissima e straordinaria notizia che Papa Francesco abbia scelto come tema del Sinodo ordinario del 2022 il tema «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione», in ossequio sinodale (è il caso di dire) alla scelta operata dalla consultazione delle Chiese e all’ordinazione operata dal XV Consiglio ordinario della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, riunito a Roma il 6 e 7 febbraio 2020 e da lui stesso presieduto. È bene che il tema scelto del Sinodo del 2022 venga detto e ripetuto con precisione, senza creare equivoci, come è quello che si è sentito, a esempio, in una sintesi giornalistica, fatta appena il giorno dopo la scelta di tale tema. Essa è stata presentata così: «Il Papa ha scelto come tema del prossimo Sinodo “Comunione e sinodalità”». Ebbene, sono ben due le alterazioni teologiche rispetto al vero titolo del prossimo Sinodo («Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione»). Anzitutto, c’è la grave elisione dei termini partecipazione e missione; ma c’è anche altro: la comunione è stata posta prima di sinodalità come suo termine binomico, mentre la comunione non è un termine da affiancare a sinodalità, ma da intendere come un suo termine interno. Insomma, la sinodalità contiene dentro di sé comunione, partecipazione e missione.

La sinodalità diapason del magistero di Papa Francesco

La sinodalità la si può chiamare l’idea madre dell’insegnamento di Papa Francesco sulla Chiesa e sulla missione. Egli, con forza e con lieve cesello, ha legato l’idea di sinodalità all’intera vita della Chiesa, dall’inizio del suo pontificato, ma la pietra miliare nell’intero magistero sulla sinodalità è il famoso discorso di Papa Francesco del 17 ottobre 2015, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi da parte di san Paolo VI («L’Osservatore Romano» del 18 ottobre 2015, pagina 5). Si tratta di un testo dottrinalmente chiaro e pastoralmente coraggioso, fortemente coeso e articolato: esso, insomma, si presenta come un vero “manifesto magisteriale” della Chiesa sinodale. In esso egli mostrò la ferma convinzione che la riattivazione del “principio sinodale” poteva procurare una svolta dalle felici conseguenze imprevedibili nella vita interna della Chiesa in termini di comunione e di partecipazione e parimenti in termini di missione in faccia al mondo. Fra l’altro, in quel memorando discorso, Papa Francesco afferma: «Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto l’uno in ascolto degli altri e tutti dello Spirito santo per conoscere ciò che egli dice alla Chiesa». Poi il Papa è passato a indicare le tappe di questo dialogo intra-ecclesiale: «Il cammino sinodale inizia ascoltando il popolo di Dio [...] prosegue ascoltando i pastori […] culmina nell’ascolto del Vescovo di Roma». In apertura del suo discorso aveva sostenuto che si doveva «proseguire su questa strada» perché «proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Di fatto, quel discorso ha dato un forte impulso a comprendere la sinodalità non come una parola di rango inferiore fra le tante del vocabolario teologico ma come una parola maggiore che ha diritto di stare fra quelle che qualificano in modo essenziale la realtà della Chiesa, del suo vivere dentro il cerchio della sua realtà comunitaria, ma anche nella sua esistenza pastorale extra moenia, ossia nel suo essere presente al mondo per far missione e dilatare la tenda del Regno fin dentro le più lontane e bisognose periferie umane.

La sinodalità opera dello Spirito non va edulcorata

La sinodalità che lo Spirito sta suscitando è profonda e ampia. Stiamo assistendo, di fatto, al riemergere della verità sinodale che, come la storia della Chiesa assicura, di fatto non è mai venuta meno, anche se ha subito dei nascondimenti e delle oblianze. Si potrebbe dire che essa ha avuto una vita carsica, ma ora va riemergendo e il fiume della sua sapienza ha preso a scorrere in superficie, alla luce del sole. La sinodalità, intesa come il «camminare insieme» dell’intero popolo di Dio nella sua varia articolazione, va lasciata esprimersi non soltanto in profondità, nelle sue numerose e solide ragioni identitarie (e questo è il ruolo ineliminabile della teologia), ma anche in ampiezza, nelle sue tante e non del tutto ancora conosciute declinazioni ecclesiali, aiutandola a manifestarsi come nuova mentalità ecclesiale, come nuovo stile pastorale, come nuova sensibilità missionaria, come nuovo metodo ecumenico, come nuovo approccio al mondo al fine di capirlo, di conoscerlo nelle sue virtualità buone e nei rischi che presenta per l’esistenza credente, per le sorti dell’umanità e del creato. Tutto ciò che è stato ora detto viene prima della preoccupazione di come si debba decidere nella Chiesa: a esempio di come — nell’ordine della convenienza piena — debbano porsi decisioni in particolari ambiti della vita ecclesiale e di quali soggetti possano essere responsabilizzati. Questi sono esiti buoni di una riscoperta sinodalità, ma questa, tuttavia, è molto di più: essa vuole esprimersi in tutte le dimensioni della vita della Chiesa e dell’opera della Chiesa, tenendo sempre viva la percezione di fede che esse sono espressioni della Chiesa che è anzitutto mistero (cfr. Lumen gentium, capitolo 1).

La sinodalità è il tutto superiore alle sue parti

La sinodalità si presenta tanto una realtà complessa nelle motivazioni, nelle finalità, nei criteri, nelle modalità realizzative, da evocare le tante dimensioni della Chiesa che il concilio Vaticano II chiama «realtà complessa» (Lumen gentium, 8), la quale è tale, insegna ancora il Vaticano II, a motivo della sua natura sacramentale (cfr. ibidem, 1). Fortunatamente, l’idea che oggi va imponendosi nel sentire più pensoso dei pastori e nella riflessione teologica è quella di una sinodalità integrale che disegna la forma della Chiesa e si pone come fermento e parola matriciale del suo pensare, ideare, decidere, realizzare e verificare. In concreto — nell’idea di fondo che si coglie nel titolo dato da Papa Francesco al prossimo Sinodo generale dei vescovi — la complessità della Chiesa sinodale, fra l’altro, risulta indicata da tre parole sorelle: comunione, partecipazione e missione. La sinodalità che, come Papa Francesco chiede, va declinata sul ritmo di quelle tre parole, impone per l’aderenza alla sua natura teologica di ricordare che esse non la esprimono allo stesso modo: “comunione” e “missione” lo fanno a un livello più teologico. Collegate in modo forte e prolungato al magistero di san Giovanni Paolo II, esse alludono a gran parte della realtà sinodale a livello della sua natura, che è fondamentalmente misterica. La “partecipazione”, in modo più appropriato, attiene alla specificazione operativa della sinodalità e mostra la sua importanza nel renderla storicamente concreta. Grave sarebbe una falsificazione della sinodalità che si darebbe se la si pensasse solo o anzitutto come un’organizzazione attenta al coordinarsi, al consigliarsi da parte dei membri della comunità ecclesiale, al fine di realizzare nel modo più efficace l’opera di pastorale e di missione che insieme hanno deciso.

La sinodalità sa di Mistero

Suscitato dallo Spirito, artista e regista della vita della Chiesa, il prossimo Sinodo sulla sinodalità della Chiesa arriva come un provvidenziale kairós, un vero “segno dei tempi” che, oltre a fondare teologicamente la sinodalità (cosa fondamentale e da non trascurare in alcun modo), saprà previamente indicare le ragioni e le vie per evitare che essa diventi un seme malpiantato, destinato a non portare buoni frutti. Questo accadrebbe, come di fatto si constata in certe idee che circolano sulla sinodalità, se si tentasse di ridurla alla sua fenomenologia, al suo aspetto visibile, udibile e per così dire tattile, ossia a una metodologia operativa, a una formula comunicativa, a una pedagogia e a una didattica della buona relazione, cose indubbiamente apprezzabili e utili in sé e per la vita della Chiesa ma al di sotto della pregnanza di sensi che la sinodalità possiede. La sinodalità sa di mistero, perché i suoi fili forti sono: il mistero trinitario, il mistero della Chiesa, il mistero della comunione, il mistero della condivisione fraterna, il mistero della missione. La verità è che le radici della sinodalità affondano nella Parola di Dio, nella personalità misterica della Chiesa e dei cristiani che la realizzano credendo, sperando, amando e nutrendosi con i pani della Parola e dell’eucaristia. Inoltre, è di certo fondamentale ricordare che la sinodalità ha una finalità storica che si realizza dentro la storia della Chiesa e in faccia al mondo, senza però dimenticare neppure per un poco che essa ha una finalità ultrastorica ed escatologica che segna la soglia ultima del cammino sinodale non sulla piana del tempo umano, ma nell’alto del Cielo, nel «Nord di Dio» (Hans Urs von Balthasar).

La sinodalità è più dello “stile sinodale”

Spesso capita di sentire e di leggere “stile sinodale” come espressione equivalente di sinodalità. In termini molto secchi bisogna dire che questo è sbagliato e impoverente la realtà sinodale: lo “stile sinodale” è, per così dire, la parte bella ed elegante della sinodalità (questa è anche esperienza faticosa); la sinodalità viene prima e va oltre lo “stile”, che è un gran tema riguardante la sinodalità, ma, benché sia oggi usato per dire la forma della vita cristiana e dell’intero cristianesimo (cfr. Christoph Theobald), esso non esaurisce la realtà sinodale. Prezioso e vitale è lo “stile sinodale” se si congiunge ad altro: «Due temi possono mettere alla prova oggi lo Spirito e la sposa: lo stile sinodale e l’evento sinodale. Sono due capitoli che rivelano se la cura animarum sfugge al duplice pericolo dell’idealismo spiritualista e del pragmatismo organizzativo. La Chiesa è più di un ideale o di un’organizzazione: è mistero e storia, è libertà e legame, è carisma e istituzione, è anima e corpo. Nessuno può pretendere di sequestrare da solo una dimensione» (Franco Giulio Brambilla, Liber pastoralis, Queriniana, Brescia, 2017, pagine 26-27). Ritorna l’evidenza che la sinodalità non ha un carattere d’aggiunta superflua o non necessaria alla realtà della Chiesa: essa non è un mantello lussuoso sulle spalle della Chiesa sposa o un vestito che avvolge il suo corpo. La sinodalità fa parte del suo corpo, vive del suo sangue, oltre che del suo spirito: ne condivide la complessità. Ricordiamo la nota espressione di Lumen gentium, 8: la Chiesa è «una realtà complessa, unam realitatem complexam». Insomma, per essere così la Chiesa dev’essere stile sinodale ed evento sinodale. Non può essere l’uno senza l’altro. Va condivisa l’insistenza di Brambilla: «Se fosse solo stile senza evento, lo Spirito non prenderebbe corpo nella Chiesa. Se fosse solo evento senza uno stile, la Chiesa sarebbe un’organizzazione sociale senza Spirito. Per questo lo Spirito e la sposa dicono ogni giorno al Signore: “Vieni!”. Solo se il Risorto viene, la Chiesa diviene la sposa del suo Signore. Solo se lo Spirito prega nel cuore della Chiesa, la sposa diventa una sola carne col suo Signore nella libertà dell’amore. Pertanto, lo Spirito e la sposa invocano ancor oggi: “Vieni!”» (ibidem). Dovesse mancare questo contesto teologico, la sinodalità diventerebbe una pretesa vana perché smarrirebbe il legame con la Chiesa-mistero (cfr. Lumen gentium, capitolo 1). Allora la sinodalità si ridurrebbe a essere una progettazione pastorale senz’anima, una metodologia psicologico-didattica, tutte cose che, da sole, non dicono chi sia la Chiesa: questa se ci sono concrete comunità di credenti interessate a diffondere il Vangelo di Gesù (cfr. Joseph Komonchak, Siamo la Chiesa?, Qiqajon, Magnano, 2013).

Il Sinodo del 2022 grande opportunità di grazia

È cosa palese e innegabile che Papa Francesco, nei sette anni del suo pontificato, abbia cercato di portare la Chiesa per cammini sinodali, una scelta da lui maturata nel solco della tradizione, in continuità geniale con il concilio (che mai parla di sinodalità) e con l’esperienza dei sinodi da lui promossa: quello straordinario del 2014, quello ordinario del 2015 sulla famiglia, quelli speciali dei giovani del 2018 e sull’Amazzonia. Durante la preparazione e la celebrazione di questi sinodi si è andata precisando una faticosa ma importante prassi sinodale che ha permesso non solo di recuperare il senso di comunione e di partecipazione, ma anche di comprendere tale dimensione costitutiva della Chiesa e la sua vocazione a porsi “in uscita”, ossia in missione, per raggiungere il mondo con la fiaccola del Vangelo e della testimonianza. Fra tante difficoltà, d’ogni genere, oggi si sente nella Chiesa un fiato di speranza ed è proprio l’aria sinodale che in essa lo Spirito soffia. Il prossimo Sinodo si annuncia, perciò, come un vero kairós. Anzitutto si intuisce realisticamente che la sinodalità sarà la cifra ecclesiologica che dominerà non a breve ma per decenni e ancora di più nell’aula ecclesiale e nell’agorà del mondo. È da augurarsi che lo stesso destino felice che ha avuto l’idea di collegialità episcopale dopo il concilio, si dia, in questo secondo post-concilio, per la sinodalità battesimale, che è lo spazio dentro cui l’idea della “collegialità” deve collocarsi e radicarsi con chiara convinzione teologica. Alla luce di tutto questo, il prossimo Sinodo ci insegnerà come la sinodalità vada compresa quale complessa espressione della comunione ecclesiale, come giustificazione della partecipazione di tutti alla vita di Chiesa, come ispirazione e traccia di missione.

di Michele Giulio Masciarelli