· Città del Vaticano ·

Per scrivere bene imparate a nuotare

Lorenzo Mattotti, «Senza titolo» (2001)

Giuseppe Pontiggia e le sue trentasette lezioni per aspiranti narratori

17 aprile 2020

Nella sua critica al darwinismo, intitolata L’uomo e la scimmia, Nicolò Tommaseo individua due caratteri come specifici dell’uomo: la morale e la parola. Occuparsi della parola significa per lo studioso del linguaggio sviluppare una riflessione umanistica, che trascende tecnicalità, studi grammaticali o approfondimenti filologi.

Ancora più qualificante è la ricerca mirata sulla scrittura, dimensione se possibile più elevata del parlato. Giuseppe Pontiggia era uno specialista riconosciuto di questo campo, nel quale agiva in solitaria, come battitore libero, lontano ed estraneo all’esperienza delle scuole di scrittura che hanno segnato una stagione della narrativa non solo italiana. A oltre quindici anni dalla sua scomparsa, i testi di alcune lezioni da lui tenute in forme e circostanze diverse — corsi al Teatro Verdi di Milano e articoli su Wimbledon — vengono raccolti e riproposti in un volume dal titolo criptico Per scrivere bene imparate a nuotare. Trentasette lezioni di scrittura (Milano, Mondadori, 2020, pagine 187, euro 19). La frase, individuata dai curatori del volume si riferisce a una delle affermazioni paradossali care a Pontiggia, che amava definire le modalità di insegnamento che praticava con il termine sorridente di “sapienziali”. Probabilmente in opposizione all’impostazione tecnico-scientifica caratteristica di altri approcci.

In questa accezione lo scrivere diventa una pratica non diversa dal nuoto, che richiede costanza e concentrazione per essere appresa, e cura dei dettagli. Tecniche tutte necessarie al bravo nuotatore, che le dimentica nella pratica sportiva, tanto le ha introiettate. Lo stesso vale per lo scrittore, che deve conoscere e studiare le modalità dello scrivere, farle proprie e trasferirle nello spazio dell’automatismo per farne un uso efficace.

La buona scrittura — professionale, la definisce Pontiggia, dato che l’arte è qualcosa che non si apprende, ma l’artigianato sì — si fonda allora sulla lettura attenta, dei classici prima di tutto, ma qualunque testo va bene per una riflessione accorta, persino una frase, poche parole possono essere sufficienti. Magistrale la riflessione sulla sequenza «felice-molto felice-felicissimo» inserita nel capitolo dedicato alla «falsa energia degli avverbi» e utilizzata per dimostrare come la descrizione grammaticale delle parole possa non corrispondere affatto al senso della loro espressività reale.

«Felice — avverte Pontiggia — esprime la pienezza, la totalità. Chi è felice non rimpiange né desidera nulla. Molto felice introduce una gradualità nella felicità». Felicissimo, in quanto superlativo assoluto, dovrebbe descrivere un grado sommo di felicità, mentre in realtà prosegue l’autore «è il più debole dei tre. Felicissimo è banale. Si usava nelle presentazioni tra sconosciuti».

Poche parole sono sufficienti a liquidare una questione. Per esempio riguardo ai «cosiddetti sinonimi, che da un punto di vista espressivo non esistono». Il suono di un vocabolo contiene una parte del suo significato, provare a sostituire una parola invece di un’altra è un esercizio di stile consigliato, insieme a quello parallelo di toglierne una, un aggettivo, per scoprirne la necessità.

Come esempio di questa pratica Pontiggia propone un passo di Ambrose Bierce. Un racconto di questo giallista americano si apre con un parricida in età giovanile, il quale ricorda quell’uccisione dicendo che si trattò di «un atto che, a quel tempo mi fece una profonda impressione». L’aggettivo profonda sostiene la frase, le dà tensione. Se ne viene privata, si banalizza. Nella poesia la necessità e insostituibilità di ogni parola si esalta, rendendo impossibili parafrasi o riassunti. «Non manca qualche dantista irresponsabile — si lamenta Pontiggia — che ancora traduce “Nel mezzo del cammin di nostra vita” con l’espressione “A trentacinque anni”, mentre Dante non si sogna affatto di dirci questo».

Scrivere non significa raccontare una storia che è al di fuori del testo. Quello di cui va in cerca lo scrittore è invece proprio il testo, le parole che sceglie e individua come opportune per esprimere ciò che sente, che incontra solo scrivendo e che prima gli è in parte ignoto. «Il testo — dice Pontiggia — va oltre ai programmi, le previsioni, il sapere stesso dell’autore. Altrimenti non varrebbe la pena di scrivere».

di Sergio Valzania