· Città del Vaticano ·

Per risorgere insieme a Lui

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L’incontro con Cristo in tempo di isolamento

07 aprile 2020

Muovo da alcuni versi che mi hanno conquistato: «Vedere il mondo in un granello di sabbia / E un paradiso in un fiore selvaggio, / Tenere nel palmo della mano l’infinito / E l’eternità in un’ora» (William Blake, 1757-1827). La poesia spesso riesce a raggiungere l’invisibile e l’infinito, andando direttamente «al cuore delle cose» (Parmenide). Prosegue oltre i «sentieri interrotti» (Heidegger), inerpicandosi laddove la ragione, per quanto si sforzi, non riesce ad arrampicarsi. Precede talora e accompagna la religione, almeno per quel che fa la differenza tra questa e la fede. Ti mette, sebbene per piccoli lassi di tempo, di fronte al Mistero e a ciò che improvvisamente si disvela come la parte più profonda di te stesso. È capace di farti intravedere il mondo in un granello di sabbia, come scriveva William Blake, che di certo aveva sentito parlare di quella peste bubbonica che non imperversò solo in Italia, ma anche nella sua Inghilterra, nel 1665-1666, e, mutandosi in diverse forme morbose, anche polmonari, era arrivata fino al 1750. Si trattava di quella che è rimasta nota come la “grande peste”, che in 18 mesi aveva ucciso circa centomila persone, quasi un quarto della popolazione di Londra.

Blake non avrà avuto esperienza diretta di una pandemia, né di cosa significhi non poter toccare nessuno, e che costringe alla clausura e alla distanza sociale milioni di esseri umani. E tuttavia aiuta anche noi, ai quali non è proprio facilissimo scorgere «un paradiso in un fiore selvaggio», come prosegue il poeta. A noi è stato, invece, finora concesso di «Tenere nel palmo della mano l’infinito / e l’eternità in un ora». Sì, il tempo della durata media di una nostra celebrazione eucaristica, ogni volta che noi presbiteri e dispensatori della Grazia e voi laici ci sentivamo tutti salvati, guariti, riconciliati, insomma sul sentiero dell’eternità. Tenevamo sul palmo della mano e ce ne nutrivamo, non un “Infinito” qualsiasi, appena afferrabile nello stordimento estatico della poesia, giusto il tempo di capire che esso resta sempre inafferrabile, ma Colui che da quell’Infinito proveniva e all’Infinito ci spalancava, perché ne è il Signore e ne possiede la chiave. La chiave delle porte della morte e della vita, perché è entrato nell’antro oscuro della morte e ne è uscito splendente di vita e di gloria. Una vita conquistata attraverso l’atrocità del legno un tempo “maledetto” della croce, per trasformarlo in uno strumento di vita. Ebbene, proprio questa vittoria sulla morte e questo “farmaco” e “anticipo di immortalità” noi tenevamo finora sul palmo di una mano e questo ci bastava ad affrontare quotidianità ed eventi particolari, la routine abituale dello scorrere dei giorni e gli avvenimenti straordinari, perché lo Straordinario era lì, lo contemplavamo per un attimo, commossi, e ce ne nutrivamo.

Ma ora? E quest’anno? Durante questa settimana santa? Ci mancherà tanto nella Pasqua, evento così centrale della nostra fede, che persino un precetto della Chiesa, con tono alquanto rassegnato, recita: «Confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi almeno a Pasqua». Cosa dire ora, non tanto a me, a presbiteri, vescovi e a qualche familiare che partecipa alle nostre celebrazioni sotto clausura, ma a voi fedeli, a voi chiamati christifideles? Dove cercare, dove trovare il Corpo di Cristo? Come arrivare a toccarlo, per unirvi ancora più fortemente a Lui, per ritrovare l’immortalità che sempre ci affascina e che ogni volta sembra che ci sfugga? La risposta sembra venire dallo stesso Gesù, per assicurarci che anche se non lo possiamo toccare, egli non ci ha affatto abbandonati. Al contrario, in questa Pasqua dice a noi, come a Maria Maddalena: «Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”» (Giovanni, 20, 17). «Non mi toccare», secondo la versione più verosimile, noli me tangere. Gesù dice «non mi toccare» nello stesso momento in cui svela la cosa più grande di questa Pasqua: il fatto che attraverso la sua vittoria sulla morte, il Padre suo è diventato anche Padre nostro, il suo Dio, il Dio nostro. Occorre non perdere tempo, bisogna portare presto l’annuncio, ed effettivamente è quello che fa la donna che aveva visto spirare Gesù e ora piange di nuovo di gioia: «andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto» (Giovanni, 20, 18).

Ci è dato quest’anno di rifare più da vicino l’esperienza della Maddalena. Guardare il Cristo da vicino, sentirlo parlare, abbracciarlo solo con lo sguardo e correre ad annunciare che egli è vivo, che ha vinto la morte e che ha vinto anche il coronavirus. Gusteremo il potenziale infinito di questo messaggio, aderendo a Gesù in quella che è chiamata la comunione spirituale. Lo desidereremo ardentemente. Mai come adesso, vogliamo che egli ci raggiunga e ci sia vicino, tanto vicino da venire nel nostro cuore, nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti, in ciò che chiamiamo anima. Ed egli ci sarà, si farà sfiorare e ci manderà ad annunciare che è risorto. Buona settimana Santa! Buona Pasqua!

di Giovanni Mazzillo