· Città del Vaticano ·

Per denunciare le ingiustizie

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La Giornata mondiale della voce

15 aprile 2020

In occasione della Giornata mondiale della voce, istituita dalle Nazioni Unite per il 16 aprile, il pensiero corre ai tanti, troppi, a cui non è data voce, per rivendicare diritti negati, denunciare ingiustizie subite, far sentire la propria solitudine. In un momento in cui — in milioni — stiamo vivendo in una sorta di bolla, in cui abbiamo sospeso le nostre relazioni sociali, alcuni più di altri faticano a far sentire la propria voce: «Gli anziani, in questa situazione surreale, stanno pagando un prezzo maggiore, perché, soprattutto se soli, come molti di loro, vivono in modo amplificato paure e incertezze, con la consapevolezza, per lo più, di appartenere alla fascia più esposta al rischio di contagio» sottolinea Fulvio Giuliani, giornalista caporedattore di Rtl 102.5, esperto, dopo anni sul “campo”, a riconoscere le tanti voci del silenzio.

Come quelle, d’altro canto, dei bambini e degli adolescenti «ai quali non solo è impedito di vivere pienamente la scuola, come esperienza formativa integrante alla crescita, ma per loro, per i quali la socialità è un istinto e un bisogno, uno stile di vita del genere è innaturale, e naturale è sentirsi senza voce» osserva il giornalista, ricordando che, «soprattutto chi non ha la possibilità di farsi sentire, deve poter contare su una voce equilibrata, razionale e credibile a cui affidarsi».

E in settimane in cui gli scambi interpersonali sono ridotti ai contatti all’interno delle mura domestiche, laddove le crisi familiari sono degenerate in violenza e soprusi, la convivenza forzata, imposta dalle misure di contenimento della pandemia, si traduce in costrizione alla resa, a subire oltre ogni limite di sopportazione. Più che mai oggi, dunque, è indispensabile assicurare tutela e protezione a tutte le vittime di violenze domestiche, imprigionate sotto lo stesso tetto con i loro aguzzini, e ostacolate nel far arrivare la richiesta di soccorso ai centri di aiuto.

Tra gli effetti più preoccupanti delle convivenze forzate e delle limitazioni alla libertà di circolazione, si registra, anche in Italia, che tra i Paesi europei vanta il triste primato di una vittima di femminicidio ogni tre giorni, il dato allarmante relativo al calo delle denunce sporte in queste settimane: denunce talvolta frutto di confidenze — più o meno dirette — a colleghi, amici o conoscenti, e che ora sono rese mute all’interno delle dinamiche violente delle mura di casa. «Poiché ci sono inequivocabili segnali che inducono a ritenere in costante aumento le violenze endofamiliari, sia psicologiche sia fisiche, proprio legato all’obbligo di permanenza in casa che, in molte ipotesi, genera o alimenta tensioni familiari, occorre impedire che il coronavirus diventi il più pericoloso alleato della violenza domestica e di genere» premette il giudice della sezione del tribunale di Roma, Valerio de Gioia, da anni impegnato nel contrasto a questa tipologia di reati, sottolineando l’ulteriore aggravante della costante presenza nelle abitazioni dei figli minori che, lontano dalla scuola e dalle attività extrascolastiche, finiscono per diventare loro stessi vittime della medesima spirale di violenza.

«Questo fenomeno alimenta il drammatico circuito della violenza assistita, con reati commessi ai danni o in presenza di un minore di età: reati che comportano pene più elevate» specifica il giudice. A ciò si aggiunge la diffusa, e quanto mai pericolosa, convinzione che non sia permesso uscire di casa per recarsi a sporgere denuncia: al contrario, la vittima di violenze domestiche può e deve denunciare quanto subito. Tra i motivi che legittimano gli spostamenti, infatti, i moduli di autocertificazione prevedono proprio quello di rivolgersi alle autorità preposte. Del resto, la nostra Costituzione esprime un bilanciamento tra diritti — quello alla salute collettiva, ad esempio, rispetto a un’epidemia, come quello all’incolumità personale — tale per cui l’ordinamento garantisce, con le prescrizioni restrittive atte a contenere il contagio, il bene della collettività (art. 32), e, contemporaneamente, riserva analoga attenzione all’integrità psico-fisica del singolo.

Esiste, poi, un timore diffuso relativo alla sospensione del procedimento penale, a causa della pandemia: «Sporta la denuncia, il procedimento si attiva immediatamente con il Codice Rosso — spiega il giudice — ossia quell’insieme di norme tese a evitare che eventuali stasi nelle indagini preliminari possano pregiudicare la tempestività di interventi, cautelari o di prevenzione, a tutela della vittima dei reati di maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e di lesioni aggravate commesse in ambito familiare». Il Codice Rosso, infatti, evitando vuoti di potere, intende garantire l’immediata adozione di provvedimenti protettivi o di non avvicinamento, tesi all’incolumità fisica delle vittime.

Infine, De Gioia sottolinea l’importanza di denunciare ogni tipo di maltrattamento, anche al fine di interrompere il circolo vizioso che coinvolge doppiamente i minori, prima loro stessi vittime e, poi, potenziali autori delle medesime violenze: come dimostrano tristemente i numeri, infatti, coloro che subiscono o assistono ad atti di questa natura, facilmente, da adulti, emulano i comportamenti di cui sono stati vittima: «Purtroppo, solo il 10 per cento di loro trova il coraggio di denunciare — aggiunge con rammarico il giudice — per questo è fondamentale che non si sentano, in alcun modo, abbandonate».

di Silvia Camisasca