· Città del Vaticano ·

Ora è il nostro momento

Il diacono e medico italiano Maurizio Bertaccini, vittima del covid-19

Il ministero diaconale al tempo della crisi

20 aprile 2020

Quando ci preparavamo per iniziare la Quaresima, ci arrivavano notizie dai media della diffusione di un virus in Cina, gradualmente la notizia cominciò a diventare allarmante. In breve tempo abbiamo scoperto che si chiamava coronavirus (mai sentito prima d’ora). Come era successo nelle differenti zone in Cina, così anche da noi, tutti siamo stati confinati a casa in una quarantena, una situazione che, in un modo o nell’altro, è arrivata a cascata in quasi tutti i continenti del mondo. Siamo scioccati, siamo profondamente feriti da tutta la sofferenza che percepiamo intorno a noi: i defunti senza un commiato, le loro famiglie senza un conforto, i malati, coloro che perdono il lavoro ... è successo tutto così inaspettatamente e bruscamente che dobbiamo cogliere una prospettiva nuova per scoprire proprio ora la presenza di Dio mentre, a prima vista, percepiamo solo dolore e desolazione. Con questa riflessione voglio tentare un primo approccio per capire di che prospettiva stiamo parlando.

Quaresima è diventata una “quarantena”

Progressivamente i diaconi, come il resto dei nostri concittadini, sono stati “rinchiusi” nelle loro famiglie. Disertati Eucaristia pubblica, celebrazione dei sacramenti, incontri; abbiamo lasciato coloro che accompagnavamo nelle diverse aree affidate al nostro ministero riducendo le nostre attività pastorali che svolgevamo all’esterno. I diaconi sono persone d’azione, forse tendiamo a misurare la nostra dedizione e il nostro servizio in base a ciò che “facciamo”, così man mano che passano i giorni della “quarantena” ci siamo chiesti: come contribuire in qualità diaconi a questo momento unico del nostro mondo e della nostra Chiesa? La “quarantena” sta diventando un momento di rallentamento. Ci sentiamo sopraffatti dal non poter “fare” le cose, così come eravamo abituati. In questi giorni risuonano incessantemente dentro di noi queste domande. Cosa stiamo facendo della vita? Cosa succede a questo mondo, a questo pianeta? Purtroppo solo quando facciamo i ritiri o gli esercizi spirituali abbiamo un tempo simile, prolungato, per esaminare la vita alla presenza di Dio. Un tempo per rinnovare la centralità di Dio nella vita. La sola responsabilità di questa pandemia è degli esseri umani, mai di Dio che desidera il meglio per le sue figlie e i suoi figli, è anche nostra responsabilità convertire così tanto dolore e sofferenza, così tante domande e smarrimento in un vero kairos nella nostra vita.

La “quarantena” vissuta in famiglia

Quante volte abbiamo ascoltato dai diaconi che il primo posto per l’esercizio del nostro ministero è la famiglia stessa. Questo momento ci dà la possibilità di vivere l’esperienza di un tempo lungo e denso, in quantità e qualità, con le nostre famiglie, al fine di rendere possibile a ciascuna di essere piccole chiese domestiche, con le loro luci e ombre, per sostenersi a vicenda, per aiutare le speranze e i sogni di ogni membro affinché possano essere realizzati, secondo il progetto che Dio ha per tutti. Essere in grado di accompagnare con tempo e delicatezza se c’è dolore, malattia, frustrazione. Anche per condividere con loro l’assurdità di questa situazione.

La “quarantena” vissuta come solitudine

Siamo abituati ad andare da un posto all’altro, percorrendo molte volte lunghe distanze per esercitare il nostro ministero, lavorare, andare in vacanza in estate. All’improvviso siamo confinati tra le mura delle nostre case, a volte piccole e molto limitate, soprattutto quelle dei poveri. E quando iniziamo a sentire l’impotenza sterile di non poter “fare” nulla, ci sentiamo interrogati dalle persone che normalmente accompagniamo, in particolare i malati, quelli che vivono soli, i più vulnerabili ed emarginati, che possiamo presentare al Signore nella preghiera. Possiamo anche chiamarli telefonicamente per mantenere un dialogo sereno e rassicurante, che oltre a fornire sicurezza e fiducia, può rilevare possibili esigenze di qualsiasi tipo, di cui potremmo occuparci. Un appello per rendere reale che la Comunità è fatta da persone, non da “templi”, da situazioni di vita condivise alla luce della fede, non da strutture, a volte così anti-evangeliche. Questa è una “quarantena” per guardare attraverso le nostre finestre: strade vuote, strade senza automobili. Finestre che ci consentono di vedere cieli e acque più trasparenti e puliti e di chiederci cosa stiamo facendo con questa creazione! Finestre che ci ricordano altre finestre del mondo, un mondo interconnesso e interconnesso nel bene e nel male, che ci dice che siamo parte di un singolo pianeta, al di là di paesi, nazioni, confini, lingue e religioni.

Finestre che ci mostrano, in prima persona e in modo eccezionale, ciò che milioni di esseri umani vivono quotidianamente in così tanti posti nel mondo. Finestre che ci parlano di altre epidemie ancora presenti, ma dimenticate oggi. Ma ovviamente, tutto ciò accade in finestre molto lontane da quelle del nostro primo mondo. Mi chiedo con preoccupazione e sofferenza: dove saranno confinati così tanti milioni di esseri umani senza tetto? Come faranno così tante persone che non hanno l'acqua a lavarsi le mani? Quali effetti avrà il coronavirus in Africa?

Ciò che normalmente passava inosservato, ciò che non veniva valutato, ciò che non contava, ora acquisisce rilevanza, servizio evangelico, diaconia: il lavoro dei dipendenti nei supermercati, i poliziotti, i trasportatori, i tassisti... senza dimenticare il lavoro di tutto il personale sanitario negli ospedali, nelle case di cura, grazie al quale possiamo recuperare e mantenere la vita. L’esempio silenzioso di tanti fratelli e sorelle che stanno rendendo reale la sequela di Gesù in favore dell’ultimo: laici uomini e donne, uomini e donne religiose, persone consacrate, diaconi, sacerdoti e vescovi.

Questo può essere un buon momento per rivedere il nostro diaconato sull’esempio di così tante brave persone, a volte eroi, che non esitano a dare la vita per gli altri. Una “quarantena” in cui vediamo quanti nostri concittadini finiscono sulla strada perché perdono temporaneamente o permanentemente il proprio lavoro. In un momento critico in cui così tanti i governanti pongono la crescita economica davanti alla salute dei cittadini. Dove proiettando la crisi economica che già tocca tanti di noi, è difficile investire oggi e salvare vite umane, perché a tempo debito si preferiva investire di più in altri interessi meschini, come il traffico delle armi, dimenticando la ricerca, la salute, i servizi igienico-sanitari. Una situazione di depredazione economica internazionale, laddove nascono interessi nascosti di mercato solo di pochi. Un tempo che fa avverare le parole di Papa Francesco in modo terribile e sanguinoso: «Questa economia uccide». Se diciamo di seguire Gesù, una volta superata questa situazione, dovremo stare con gli occhi ben aperti e mantenere alte le nostre voci per difendere la giustizia sociale in difesa di un lavoro dignitoso per tutti. Come diaconi e cristiani, questa “quarantena” può attivare e rafforzare la nostra umiltà e la nostra identità. Umiltà, perché viviamo quanto siamo piccoli e vulnerabili, guardando l’esempio di servizio di così tante donne e uomini nei confronti dei loro simili. E la nostra identità, perché ri-sperimentiamo che prima di “fare” c’è l’“essere”, lo sanno innanzitutto i diaconi, i cristiani, i cittadini, gli esseri umani. Speriamo che questa “quarantena” rafforzi criticamente ed evangelicamente ciò che siamo, come seguaci e seguaci di Gesù, servitori. In questi giorni ho letto il numero quattro delle «Norme sulla formazione dei diaconi permanenti» della Santa Sede. Lì ci viene ricordato che il diacono — come i presbiteri e i vescovi — partecipa in modo specifico a Cristo e al suo ministero, per essere strumento a favore del mondo e della Chiesa.

Approfittiamo di questa “quarantena”, per combattere il coronavirus, sostenendo le vittime e cercando di trasformarlo in un tempo di grazia, per essere diaconi veri. Vale a dire, per registrare nella parte più intima del nostro cuore e della nostra anima, tutto ciò che oggigiorno stiamo vivendo e sperimentando, dove Dio è presente e ci parla. E “facciamo” ora, con tutti gli impedimenti che percepiamo, ciò che il Signore ci chiede mettendo in campo così tante possibilità, in modo che alla fine di questo momento difficile, il nostro servizio e il nostro ministero diaconale possa essere un mezzo più efficace per divenire strumenti di Gesù servitore oggi e qui, perché nulla sarà come prima. Dobbiamo renderci conto che il diaconato è una realtà in rapida evoluzione, il cui numero cresce con forza sia a livello globale che nei diversi continenti, aumentando del dieci per cento nel quinquennio 2013-2017, passando da 44.195 a 47.504 diaconi.

Vorrei chiudere con due notizie tristi che ci toccano da vicino: la morte del primo diacono permanente di coronavirus, il francescano americano John-Sebastian Laird-Hammond e la morte del primo diacono permanente italiano a cui il covid-19 non ha lasciato scampo, Maurizio Bertaccini, medico che ha lottato con il virus ed è morto all’età di 68 anni. Mi piace ricordare questo nostro confratello che lascia quattro “famiglie”: quella naturale, la comunità di Montetauro, la diocesi e l’ordine dei medici. Maurizio si era trasferito con la famiglia a Montetauro, per seguire più da vicino la comunità di stile dossettiano, Piccola Famiglia dell’Assunta di Montetauro, nella quale si è formato e nella quale ha fatto la professione insieme alla moglie, poco prima dell’ordinazione diaconale. Dal loro matrimonio sono nati sei figli naturali, più uno adottivo e tre in affido. La figlia maggiore della coppia si è consacrata nella Piccola Famiglia dell’Assunta di Montetauro, realtà che accoglie e accudisce anche bambini e adulti con gravi e gravissime disabilità e patologie, oltre ad occuparsi del recupero e qualificazione umana, culturale e professionale nonché inserimento sociale di persone che si trovano in stato di bisogno, handicap o emarginazione. La Piccola Famiglia ha aperto due Case in Italia, in Cina e nella diocesi di Rimini. Uomo di grande fede, nel 1997 è stato ordinato diacono permanente dl monsignor Mariano De Nicolò. Prestava servizio presso la parrocchia Santa Innocenza di Montetauro di Coriano e nella comunità della Piccola Famiglia dell’Assunta. «La morte del diacono Bertaccini è un grande dolore per comunità diocesana e diaconale — ha scritto il delegato diocesano per il diaconato, don Maurizio Fabbri — in questi giorni della settimana di Pasqua siamo certi che Maurizio potrà godere, quale “servo buono e fedele”, della pace col suo Signore risorto. Affidiamo al Signore anche Maria e la sua grande famiglia, perché trovino consolazione e fortezza nella fede». La sua scomparsa lascia addolorate migliaia di persone che lo hanno apprezzato come medico, uomo e come diacono.

Preghiamo di lasciarci dietro la quaresima e la quarantena e che durante i cinquanta giorni pasquali il coronavirus possa crollare in tutto il mondo, come un altro frutto della vittoria di Cristo sulla morte. Nel frattempo, preghiamo ed agiamo perché a nessuno manchi ciò che è necessario per affrontare questa pandemia e che presto avremo un vaccino per l’immunizzazione globale. Oggi tutti noi dovremo fare la nostra parte, i diaconi dovranno continuare a “fare” la loro, rafforzando ora il nostro “essere” servi. Il Signore è risorto, alziamoci tutti con Lui, Alleluia!

di Enzo Petrolino
Presidente Comunità del diaconato in Italia